Per raccontare Whitman, meglio affidarsi a qualche passo delle Foglie d’Erba, così da non incappare nella pretesa di un riassunto irriassumibile.

“From Paumanok starting I fly like a bird,

Around and around to soar to sing the idea of all,

To the north betaking myself to sing the idea of all” (W. Whitman, Leaves of Grass, “Drum-Taps”, 1867)

Come cantava il grande poeta afroamericano L.J. Huges, “Il vecchio Walt Whitman/ Andava in giro, trovava e cercava/ Cercava più di quanto trovava”. La poesia di Old Walt serve ad attingere a spazi reali, non a dipingere, ma a tracciare sulla storia del suo tempo le linee d’interesse universale di cui il suo animo cercatore, il suo spirito di girovago, si cullano nel sogno. Ma cosa cercava, il poeta? Su cosa poggiava (e magari contro cosa combatteva) il rinomato entusiasmo esistenziale che pervade le sue liriche?

Whitman prova a parlare per tutti e a nome di tutti, senza tuttavia confondere la complessa, cupa e controversa realtà materiale del suo tempo storico con una ben più mistica presenza onniformativa: quella della felice tenerezza tra gli umani, della possibile pace tra le genti “in Germania, in / Italia, in Francia, Spagna / O più lontano, in Cina, in Russia, in Giappone” (“This Moment Yarning and Thoughtful”, 1881). Uno Whitman che grida, sbraita e impreca è sempre accompagnato da uno Whitman che annulla in “onde di beatitudine” la palude di un secolo bellicoso.

“Enough! enough! enough!

Somehow I have been stunn’d. Stand back!

Give me a little time beyond my cuff’d head, slumbers, dreams,

gaping,

I discover myself in the verge of a usual mistake” (“Song of myself”, 1855)

“Each of us inevitable,

Each of us limitless – each of us with his or her right upon the

earth” (“Salut au monde!”, 1881)

Per Whitman aver cura dell’altro, dell’amico, del compagno, equivale a riconoscerlo come fratello, come organo inscindibile dalla più essenziale forma dell’identità umana. Lo spirito poetico è viaggiatore, esplora le trame della società alla ricerca di un sensus communis, di un sentimento universale che aneli a diventare ethos, materia pubblica, materia d’amore. Non esiste il “piacere di aiutare il prossimo” o “l’occorrenza dell’altro”: siamo impegnati in un compito, immersi nell’onere del rispetto, della meravigliosa nascita del “noi”.

“See, projected through time,

For me an audience interminable”

(“Starting from Paumanok”, 1881)

Nel mondo di Whitman non esistono sconosciuti, perché chi non si riconosce nell’altro è drammaticamente distratto, colpevole della processione funeraria di uomini schiavi, donne sole, mariti brutali e mogli impazzite. Questa società ebbra di miseria, ricca d’illusioni, umilia la più genuina qualità dell’anima umana, quella di “restare calma e serena davanti a un milione di universi” (“Song of myself”, 1855), di nutrirsi della più molteplice differenza e di oltrepassare la piatta monotonia dell’identico. Come canta in “Children of Adam” (1861/1867), il poeta, come Adamo, esce dopo aver trovato ristoro nei propri sogni, pieno di sé, pieno del suo corpo e della sua psiche, per attraversare le strade di un mondo puro, fresco di un’alba mattutina, dimenticatosi del destino derelitto in cui la storia e le sue guerre ci hanno trasportato, per chiedere ad un “voi” indefinito, ad una folla implicita, di “non essere impauriti dal mio corpo”. Whitman, che passa tra le rovine di una società nostalgica di se stessa, della sua umanità, non vuole semplicemente “sovvertire le istituzioni”, ma fondare “l’istituzione del caro amore dei compagni” (“I Hear it Was Charged Against Me”, 1860/1867). E così, la dialettica tra fasti e nefasti del mondo rischia di crollare ai piedi del disprezzo o di sublimarsi nella speranza della riconciliazione:

“Democracy, the destin’d conqueror, yet treacherous lip-smiles

everywhere,

And death and infidelity at every step” (“By Blue Ontario’s Shore”, 1856/1881)

“Thou, thou, the Ideal Man,

Fair, able, beautiful, content, and loving,

Complete in body and dilate in spirit,

Be thou my God” (“By the Roadside: Gods”, 1880/1881)

Whitman sa di essere il “Capitano, mio Capitano” che, quando la nave arriverà in porto, quando finalmente le strade delle nazioni si ricongiungeranno nell’appassionato abbraccio consanguineo; non potrà esserci, giacerà sepolto nel fragile disastro della storia. Ma egli si rivolge ai suoi marinai, ai suoi figli, i poeti futuri: “Sorgete! spetta a voi giustificarmi” (“Poets to come”, 1860/1867). Il futuro è nelle mani del poeta, di quel cercatore che non trova, come Whitman, che “riprende la parte tralasciata” (“Song of Myself”).