20 gennaio 2019

“Roma videoclip” dal sapore anni ’70: Rodolfo Gusmeroli

“Roma videoclip” dal sapore anni ’70: Rodolfo Gusmeroli

Roma Videoclip è il più importante festival nazionale che premia il connubio tra le forme artistiche del cinema e della musica, nella massima espressione del videoclip musicale. Alla sua XVI edizione, il premio si è svolto negli Studi di Cinecittà a Roma, ideato e diretto da Francesca Piggianelli. Il Premio Direzione Rivelazione è stato affidato all’inedito Out of the city!, che vede alla regia il giovane aronese Rodolfo Gusmeroli e la band protagonista i Keemosabe. Rodolfo Gusmeroli si è formato a Cinecittà e ha vinto il premio Cinema e inconscio. La collaborazione con la band si muove proprio nella direzione del festival. L’intervista tenta di valorizzare la generazione esordiente, sottolineando il connubio tra la l’ampia formazione e la giovane età.

Abbiamo viso che Roma Videoclip è un premio nato per valorizzare il rapporto tra la musica e il cinema. Il fulcro del concorso è proprio il videoclip musicale in quanto microfilm. A questo proposito, la partecipazione al premio è legata a un interesse particolare per l’argomento? Oppure è nata un po’ “per caso”?

Ho iniziato il mio percorso professionale nel cinema dall’ambito audiovisivo, in particolare dal video musicale. Non sapevo ci fossero festival riguardanti i videoclip musicali perché purtroppo in Italia, nonostante prima il video musicale fosse sempre stato un sostegno per trasmettere la canzone in TV, oltre che in radio, non è mai stato valorizzato artisticamente. Il festival mi è poi stato segnalato, ci siamo iscritti e poi… abbiamo vinto! Il videoclip musicale resta molto importante, proprio perché è stata la mia più grande formazione, magari lo sarà anche in futuro. Gran parte del mio bagaglio viene proprio dai video musicali. Per quanto riguarda Out of the city!, il videoclip è nato per l’esigenza del festival, però l’idea del video che accompagna la canzone ci era venuta già da tantissimo tempo, quindi anche se non fosse stata un’esigenza l’avremmo fatto comunque.

A tal proposito, ritieni corretto parlare di un connubio naturale tra musica e cinema? E se sì, che tipo di relazione pensate che esista?

Sì, è importantissimo. Basti pensare che storicamente, nel cinema, che è un mezzo visivo, i film inizialmente erano muti e tutta l’emozione veniva trasmessa dall’utilizzo della musica. Noi abbiamo voluto fare un vero e proprio cortometraggio con il videoclip: non c’è il playback, ma c’è una storia che ha un inizio e una fine, lineare. Non vedo, quindi, perché nel cinema la musica debba arricchire emotivamente e artisticamente un’opera, mentre per la musica non possa essere lo stesso, per quanto riguarda il visivo. Il connubio esiste, ma è un equilibrio. Al giorno d’oggi, anche per i singoli musicali vengono fatte delle copertine specifiche, oppure, per un singolo contenuto in un album, viene creato un artwork apposta, proprio per il fatto che tutto è più amalgamato.

Parliamo di voi come “squadra”. A livello strettamente individuale, perché tu, Rodolfo, hai scelto proprio loro come band? Cosa hai visto in loro che potesse valorizzare il tuo lavoro?

Sono loro che hanno scelto me in realtà. Abbiamo iniziato a lavorare insieme prima di aver collaborato nei video musicali. Se vogliamo essere onesti tutto è nato ormai quattro anni fa, circa, dopo che io e Guari (il tastierista della band) ci eravamo incontrati al bar di Arona e lui mi ha detto: “ho visto le tue grafiche, belle!” e io gli ho detto: “ah, grazie”, ci siamo ubriacati insieme e la mattina dopo mi ha detto: “vieni al laghetto”. Sono venuto lì e ho fatto il logo della band. Tra l’altro non l’avevo nemmeno installato, perché avevo dimenticato il CD dell’installazione a casa e la usavo giusto per farmi vedere, era come usare il mouse! Quando abbiamo iniziato la collaborazione io non ero nemmeno diplomato, ero ancora al liceo.

Come hai adattato il tuo lavoro di regista a una traccia musicale già data e quindi non avendo completa libertà d’azione, come per un film?

In realtà del testo, del concept originale della canzone, abbiamo tenuto praticamente solo il titolo e l’idea di fuggire dalla città. Abbiamo creato una storia di fuga parallela rispetto a quello che era il significato della canzone. Questa è stata un po’ la mossa vincente per creare una cosa, non dico nuova, ma abbastanza inusuale! Avevamo già girato un video un po’ improvvisato, ma con questo volevamo fare un vero e proprio cortometraggio, senza playback, senza alternare e con una storia. C’è uno stile, ci sono le rovinature messe apposta, le trashate volontarie (come il fermo immagine alla fine). Volevamo inserire una cosa, che poi non abbiamo fatto, tipica dei blacksploitation degli anni ’70, ovvero le zoommate con fermo immagine sui ragazzi con scritto il nome del personaggio. Purtroppo non stava bene col ritmo e abbiamo dovuto condensare tutto. L’idea comunque è venuta insieme, forse proprio da una locandina.

Si può percepire da Out of the city!, sia a livello cinematografico che a livello musicale, un’influenza anni ’70. Se è corretto, a cosa è dovuta questa scelta?

Faccio una premessa: il trash (quello di John Waters), mi piace tantissimo. La cinquecento è stata fornita da mio zio con le gomme sgonfie. Il primo giorno ho girato le scene d’inseguimento a piedi, mentre loro gonfiavano le gomme e pulivano la macchina. Sembrava di tornare indietro nel tempo! Abbiamo girato tutto con un budget di 7€, per cosmetici e lacca. Ci sono elementi che, conoscendo gli anni ’70, sappiamo non essere esistiti; ho fatto una ricerca sui costumi, nostri, e sulla società. Non ci sono pantaloni a zampa, per molti icona degli anni ’70, per esempio. Abbiamo creato macchiette, elementi ricorrenti, ci siamo ispirati a film, come Goodfellas. Ci immaginavamo la fine del video negli anni ’80, con colori diversi (pink shock, smoking bianco). Insomma, un anni ’70 in chiave moderna: volevamo far percepire un gusto. Le inquadrature, infatti, sono moderne, non si poteva usare quelle fisse anni ’70.

Nel panorama contemporaneo affermarsi a livello artistico è molto difficile. Che tipo di formazione hai intrapreso e/o stai intraprendendo? Hai dei modelli di riferimento?

Mi sto formando da autodidatta. Il grosso della formazione l’ho avuto a Cinecittà, dove ho studiato due anni. Adesso sto imparando anche l’approccio con le nuove tecniche e tecnologie. Sto imparando da autodidatta visitando chi lo sa fare, chi ha le attrezzature e imparo direttamente, vedendo lavorare qualcuno che sa fare qualcosa di specifico.

Esonerando da Out of the city!, che tipo di influenze cinematografiche hai e che tipo di film guardi? C’è qualcuno nel panorama contemporaneo che ti interessa?

Le influenze cinematografiche sono arrivate tardi, a 15 anni. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia con padre collezionista di vecchie targhe pubblicitarie, poster musicali, vinili e madre pittrice e installatrice. Così le prime influenze, visitando mostre, sentendo vinili. Ho studiato musica, per poi appassionarmi al fumetto. Disegnavo tantissimo, poi ho spostato l’interesse verso la pittura digitale e la grafica. A 15 anni, con questo bagaglio, ricordo esattamente di essere andato al cinema a vedere Jango ed esserne rimasto folgorato: “lo voglio fare anch’io”. L’ho detto ai miei, ho comprato una telecamera e ho iniziato a fare video ai rapper nella mia zona e corti. Ora ti posso dire che le mie più grandi ispirazioni restano: a livello affettivo Tarantino, propositivo John Waters, storico Scorsese (amo Quei bravi ragazzi e Casinò). Influenze al di fuori del cinema…il gusto dell’orrido! Quello che non si è abituati a vedere intrattiene.

Rodolfo, che progetti hai per il futuro?

Io sto post-producendo il mio cortometraggio d’esordio a livello più serio. Ne avevo già fatto uno, creato però per un concorso. Questo è il primo cortometraggio vero e proprio e loro hanno curato la colonna sonora.

LINK ALL’INTERVISTA DEI KEEMOSABE

CREDITS

Copertina – Paolo Talamonti

Immagine 1 – Paolo Talamonti

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