Quante notti bianche ci vogliono per innamorarsi? Per il sognatore di Fëdor Dostoevskij quattro sono bastate, ma per un personaggio contemporaneo come quello di André Aciman in Notti bianche, esse raddoppiano, come aumentano le ansie e le aspettative nel gioco della seduzione, specialmente nella metropoli per antonomasia, la caotica e irrefrenabile New York.

«Stavo già imparando a non credere che tutto ciò sarebbe potuto durare altri cinque minuti, perché aveva tutte le caratteristiche di un interludio irreale, magico, quando le cose si schiudono con fin troppa facilità e sembrano disposte ad accoglierci in quel circolo altrimenti chiuso che non è altro se non la nostra vera vita, come abbiamo sempre bramato di viverla pur imbrogliandola a ogni occasione, la nostra vita finalmente trasposta nella giusta tonalità, raccontata nel giusto tempo verbale, in una lingua che ci parla ed è giusta per noi e solo per noi, la nostra vita divenuta finalmente reale e luminosa perché rivelata, non con la nostra voce ma con quella di altri, afferrata da altre mani, colta sul viso di qualcuno che pensiamo non possa essere uno sconosciuto, ma, essendolo, regge il nostro sguardo con occhi che dicono Stasera sono il volto che hai dato alla tua vita e a come la vivi. Stasera sono i tuoi occhi sul mondo che ti restituisce lo sguardo. Sono Clara.»

Clara e il protagonista del romanzo (di cui non si conosce il nome, ma viene soprannominato Oscar) si incontrano per caso la sera della vigilia di Natale, in occasione di una festa in uno dei tanti grattacieli di Manhattan. Bastano, al nostro sognatore moderno, le due semplici parole di presentazione «Sono Clara» per veder nascere dentro di sé un primo germoglio di innamoramento, corredato dalla magia, dalla sorpresa e meraviglia ma, anche, da altrettante ansie e insicurezze: perché è proprio così che ci si sente quando si incontra la persona che stravolgerà la propria vita. Il cuore è sicuro fin da subito, eppure la mente frena, si interroga, è incerta e teme che questa velocità sia accompagnata da un’altrettanta celere conclusione.

Perché questi dubbi sono presenti fin dalla prima pagina del romanzo? Perché se il protagonista non si fosse trovato a quella festa, non avrebbe conosciuto la persona che potrebbe cambiargli la vita, attorniato da un’atmosfera magica come quella di New York durante le feste natalizie, sotto la neve. Come si può minimamente pensare che a New York, in cui ogni giorno si entra in contatto con un numero indefinito di sconosciuti, ci si possa per caso imbattere nell’amore? New York che, in questo caso, rappresenta l’emblema della vita moderna frastornante, instabile e costellata da rapporti e persone occasionali. Eppure entrambi appena si incontrano comprendono subito che è scattato qualcosa che neppure loro riescono a definire, perché è sicuramente troppo presto per essere amore, ma allo stesso tempo è troppo profondo per non essere tale.

«Sono Clara, significava ti conosco già e non è roba da poco, pensaci bene prima di dire che non c’è lo zampino del destino.»

 

E, dunque, egli decide di addentrarsi in questa fiaba seppur guardingo e costantemente sospettoso verso la bella, colta, intelligente Clara, che non riesce sempre a comprendere pienamente, dato che fin dalla prima sera sembra voler mettere un confine che il ragazzo non deve oltrepassare, dicendo che se ne sta sulle sue. Però, da subito, Clara apre una piccola finestrina sulla sua vita passata e presente al ragazzo, gli mostra la stanza in cui nei mesi precedenti ha scritto la sua tesi di laurea, gli confessa di confidare nel destino e, mentre parla con lui, guarda le stelle che sovrastano Manhattan.

«Volevo tornare indietro e immaginarmela come una donna che ancora non mi aveva detto il suo nome, o che mi era già apparsa, ma come appaiono le persone all’alba, nei sogni, prima di presentarsi in carne e ossa il giorno dopo. Chissà, magari l’avrei avuta una seconda possibilità. Ma a due condizioni: che andassi a un’altra festa e mi dimenticassi di essere mai stato a questa. Come chi si riprende dopo una seduta di ipnosi o torna da una vita precedente, avrei incontrato persone nuove, persone che non sapevo di non avere ancora incontrato e morivo dalla voglia di conoscere, e quasi desideravo di avere conosciuto invece, e avrei promesso di non dimenticare mai e di non farne più a meno finché qualcuno fosse spuntato e avesse detto qualcosa di goffo per presentarsi e mi avesse ricordato una donna che avevo conosciuto, o che avevo incrociato ma continuavo a mancare per un soffio, e mi era stata ripresentata a tutti i costi, perché eravamo cresciuti insieme e avevamo perso i contatti, o ne avevamo passate tante, forse eravamo anche stati amanti una vita fa, finché qualcosa di banale e stupido come la morte si era messo fra noi e che, stavolta, non volevamo che accadesse.»

Così, fin dal primo istante, i due danno inizio a una schermaglia amorosa senza esclusione di colpi o affondi, attingono a un vocabolario composto di parole conosciute solo a loro: si avvicinano, poi si respingono perché, entrambi nevrotici, non si fidano fino in fondo e ognuno di loro teme, ancora una volta, di essere quello più innamorato tra i due. La loro è una danza volta a mostrare che si è interessati, ma non abbastanza. Le dinamiche di un amore moderno, infatti, sono proprio queste: ci si incontra, si è attratti dall’altra persona, eppure si è terrorizzati all’idea di scoprire le proprie carte per paura di non essere ricambiati allo stesso modo; addirittura ci si ferisce e il tutto si basa su un ardito gioco di sguardi, parole e intenzioni sottese e allusioni.

André Aciman con la sua scrittura elegante e abile indagatrice delle nevrosi e delle speranze dei personaggi, vera, certe volte proustiana, vertiginosa e appassionata senza mai risultare enfatica o banale, narra questa magica storia della nascita di un amore, offrendo il punto di vista del suo protagonista: è, dunque, un romanzo cerebrale, composto di interni, dove tutto è pensiero, elucubrazione, sogno, sospetto e disperazione di Oscar.

Alla fine della festa, prima di salutarla, Oscar fa capire a Clara che la sera seguente lo troverà al cinema ed è proprio lì che la seconda notte ha inizio, con lui che rode dal desiderio di incontrarla per caso pur sapendo che, se Clara farà la sua apparizione, non sarà certamente frutto del destino, bensì una decisione della ragazza di far finta di trovarsi nello stesso posto di Oscar, alla stessa ora. E lui è lì, da solo, ad aspettarla, a rodersi in merito al confessarle che «È tutto il giorno che ti penso, tutto il giorno».

Alla fine di ognuna delle otto notti in cui Oscar e Clara si incontrano e rimettono in scena la loro danza, egli si rifugia sempre nello stesso posto, ovvero Strauss Park, ancora incredulo di non stare vivendo una favola, pregando che quella notte non finisca mai e che non sorga mai il sole che preannunci un giorno in cui Clara non sia nella sua vita. E agisce così perché ogni volta che lui torna a casa ha la fragile e terribile sensazione che quell’appuntamento con lei possa essere stato l’ultimo: teme, infatti, che così come sia apparsa nella sua vita, stravolgendola, se ne possa andare.

Notti bianche è, dunque, un romanzo introspettivo, che non racconta nient’altro se non la semplice, banale storia della nascita di un amore come molti altri, corredato dalle ansie, dalle paure e dalle aspettative che vengono magistralmente orchestrate dalla sapiente ed empatica penna di André Aciman.

 


FONTI

André Aciman, Notti Bianche, Guanda, Parma, 2011