L’appuntamento è alle 18.00 al Wine bar sulla salita delle Fontane. Andrea Calvo è leggermente in ritardo, fa un freddo cane e i denti che battono mi suggeriscono di entrare nel locale; esce il barista per fumare una sigaretta, è un mio caro amico. Mentre chiacchieriamo del più e del meno mi accorgo che si sta avvicinando un ragazzo con un trolley e uno zaino in spalla. Nel buio anticipato dell’ora solare riesco a intravedere solo il bianco degli occhi e i denti color madreperla, ha un berretto rosso acceso in contrasto anch’esso con la pelle nera. Ci chiede se possiamo aiutarlo: cerca una casa dormitorio o un centro accoglienza. Sorpresi ci rendiamo conto che non abbiamo la minima idea di dove si possa trovare un posto del genere, eppure l’argomento è estremamente popolare, tutti si lamentano della provincia infestata di migranti e che i centri accoglienza sono da eliminare perché gravano troppo sulle tasche del paese. Con altrettanto stupore vengo a conoscenza, chiamando un’amica che lavora come insegnante di italiano per i richiedenti asilo, che ad Acqui Terme non esistono questi centri e che il ragazzo si deve rivolgere alla Caritas ad Alessandria. Trentaquattro chilometri di distanza per trentasei minuti in treno. Il barista suggerisce di rivolgersi ai piani alti, salutiamo il migrante che si dirige verso il Duomo. Intanto Andrea arriva, ci accomodiamo e ordiniamo. In sottofondo un’armonica risuona dall’impianto, lo prendo come un altro segno. L’episodio accaduto pochi minuti prima mi fa decidere di cambiare la prima domanda.

Grand Drifter, un vagabondo, partiamo dal nome.

Per decidere il nome ho aspettato un sogno rivelatore che non è mai arrivato, quindi ho cambiato approccio. Ricordo che leggevo un saggio sulla Beat Generation, Jack Kerouak e compagni, a un certo punto c’era una descrizione delle tipologie di vagabondi americani: c’era quello che dormiva in spiaggia, quello che vive solo in grandi città e che dorme per strada. In particolare mi aveva colpito il Drifter, che in realtà è lo straniero che arriva da un posto sconosciuto e rimane finché non ha concluso quella che può essere la sua missione, in genere è di poche parole. Vagabondo sì ma con un po’ di stile, la sua eleganza mi aveva colpito.

Hai riferimenti letterari che influenzano la tua musica e i tuoi testi?

Per me c’è sempre stata prima la musica. Lavoro molto sulle melodie, parto da un giro di chitarra o di pianoforte, che ho imparato a suonare da bambino e poi abbandonato con l’idea che fosse poco rock, per poi arricchirlo e arrangiarlo con strumenti diversi, collaborando con molti musicisti. Il disco ha al suo interno un sacco di suoni e colori e una ventina di nomi di artisti, da Paolo (Enrico Archetti Maestri) e un po’ tutti gli Yo Yo Mundi, Andrea Cavalieri di cui ho sfruttato la sua dote di gran fischiatore, partecipando per un pezzo Morriconiano, Simone Lombardo ha suonato una Ghironda e la sezione ritmica di quelli che erano i Knot Toulouse. I testi sono funzionali alla musica, in genere vengo influenzato da frasi che mi colpiscono e che mi appunto, immagini suggestive e soprattutto poesie, quelle di Carver in particolare. Sono dell’idea che meno viene detto più si lascia spazio all’ascoltatore attento, che va a colmare i vuoti con l’immaginazione e l’interpretazione.

Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, Minimum Fax, 1996

Mi sembra di capire che per te la musica è fondamentale.

La musica c’è sempre stata, ha sempre svolto un ruolo importante nella mia vita. Sono partito dagli studi di classica poi ho scoperto la chitarra iniziando a suonare con gli Yo Yo Mundi, e infine la voce. Non che sia un cantante, ci provo, ma negli ultimi tre quattro anni man mano che scendeva la soddisfazione dal mondo del lavoro, mi sono laureato in architettura e ho svolto la professione per diversi anni, più sentivo il bisogno di costruire qualcosa di concreto. Sono arrivato a questa età e ho sentito il bisogno di incidere un piccolo segno nel mondo che mi facesse sentire vivo. È cresciuta quindi l’idea di provarci seriamente e poi è nato il disco; non sono mai andato di corsa. A un certo punto ho relativizzato tutto, non credo esista un El Dorado, se riesci a raggiungere un equilibrio, riesci ad avere un controllo del tuo tempo cercando di trovare una minima soddisfazione in quello che faccio. Per me questo è un grande obiettivo, magari semplice ma importante, è il senso dell’equilibrista di Lost Spring Songs.

A proposito di equilibrista, com’è nata l’idea della copertina?

Sai che in realtà queste cose è come se le avessi capite dopo. Quando è venuto fuori il discorso della copertina ho portato degli esempi di dischi che mi piacevano. Volevo fare una cosa minimale, il bianco con poco sopra. Ho cominciato a discuterne con Ivano Antonazzo, che ha curato tutte le grafiche del disco, dalla copertina al booklet, ha disegnato e animato il video del singolo Circus Day, non so bene quanto ho detto e come l’ho detto ma lui è riuscito a cogliere qualcosa. Alla fine ho detto cazzo! ecco il centro esatto di quello che mi girava per la testa, forse ho comunicato in qualche modo ciò che ancora non sapevo. Curiosa questa cosa dell’interpretare a posteriori. Cerchi di essere quadrato, di avere il controllo della situazione, ma c’è sempre qualcosa di indefinito e di indefinibile. Anche se cerchi di disegnare un perimetro all’interno del quale succedono delle cose, non le riesci a vederle tutte e ci sarà sempre qualcosa che sfugge, è anche questo il bello. Mi sono sempre fatto troppe domande e con l’immagine dell’equilibrista vorrei raggiungere una sorta di semplicità e leggerezza.

Hai parlato di quadrato, del perimetro e sei laureato in architettura- C’è qualcosa del tuo essere architetto nel disco?

Sicuramente c’è un tentativo di ottenere un’estetica appagante tipica dei designer che però sia anche utile, che abbia un senso, questo è il lavoro dell’architetto. Sicuramente i pezzi hanno una sequenza precisa, una scaletta studiata per modulare i pezzi elettrici con quelli acustici, le tonalità e i tempi ritmici. Il disco inizia con un pezzo totalmente acustico, che è un po’ l’anima con cui mi volevo presentare. In realtà immaginavo che un disco dovesse iniziare con i fuochi d’artificio, ho scoperto che non è per forza così: si può arrivare allo stesso risultato in un modo completamente diverso, con totale delicatezza. Il disco è un’escalation con un picco elettrico centrale per poi ritornare alle origini, un movimento circolare che si conclude con lo stesso giro strumentale d’apertura.

Sappiamo che i tuoi riferimenti musicali riguardano soprattutto gli anni ‘60, dai Beatles a Brian Wilson, e gli anni ‘90 dai REM a Elliot Smith, c’è qualcosa del panorama italiano contemporaneo che ti piace o ti influenza?

Ascolto spesso i Cri + Sara Fou, un duo italiano chitarra e voce, i testi e le melodie sono molto interessanti. Oppure An Early Bird, pseudonimo di Stefano De Stefano, un ragazzo napoletano che vive a Milano, è uscito con un disco solista elegantissimo, chitarra e voce, anche lui canta in inglese come me. Terzo nome che non smetto mai di ascoltare, e che stavo ascoltando in macchina proprio mentre arrivavo qui è Federico Fiumani, su di lui non c’è niente da aggiungere.

Tra i progetti italiani contemporanei succede spesso che i solisti si nascondono dietro nomi da band, per esempio Le Luci della Centrale Elettrica e I Cani. Nel caso di Grand Drifter ho avuto la stessa sensazione, mi sapresti dire perché?

Grand Drifter è un contenitore, è stato un duo, un trio, un quintetto. È stato elettrico e acustico. Adesso è un progetto solista ma questo non vuol dire che in futuro non possa essere implementato. Sicuramente per me non è uno pseudonimo. Rappresenta una ricerca di una barriera tra autore e persona, non in senso snobistico, ma utile a prendere le distanze dal progetto e analizzarlo da un punto di vista critico esterno. Mi ricollego di nuovo a Fiumani, ho letto una sua intervista su Rockerilla e a un certo punto gli chiedono un’opinione sulla situazione musicale attuale in Italia. Lui risponde che l’abbattere totalmente alcune barriere fa sì che non ci sia più distanza tra ascoltatore e artista, se l’ascoltatore può diventare artista quando vuole e se non c’è una barriera che faccia da scrematura, si crea un problema di qualità. Se hai la possibilità di caricare il tuo pezzo su Spotify con una campagna social, un video e una copertina accattivante ma poi manca la sostanza diventa un problema. In ogni caso il mio nome fatico a vederlo scritto da qualche parte, preferisco non mettermi in primo piano rispetto alla musica.

Ultima domanda, prossime date e presentazioni?

Per adesso due presentazioni, la prima sabato 15 dicembre alle 18.30 a W Dabliu ad Alessandria con uno showcase, la seconda sabato 22 dicembre alla Libreria Cibrario di Acqui Terme. Suonerò il 24 gennaio a Milano alla Feltrinelli Bobinga e il 15 aprile sempre a Milano al Gattò. Sono spettacoli studiati per essere acustici, chitarra, voce, armonica e pianoforte, vorrei proporre situazioni minimali da portare in giro agevolmente e creare atmosfere intime.

Io e Andrea ci siamo salutati augurandoci buona fortuna. Sono tornato al calore dei muri di casa, il mio amico barista mi ha fatto sapere più tardi che il ragazzo è ritornato al bar e che la sua domanda alle porte del Signore non è stata accolta. Nella mia miope e superficiale situazione privilegiata, forse per una radice di ottimismo che nonostante tutto fa fatica ad abbandonarmi, mi sono immaginato il ragazzo migrante che vaga per le strade di Acqui Terme come un Grand Drifter, lo straniero che arriva da un posto sconosciuto e rimane in città finché non ha portato a termine il suo compito.