«Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta.» Così prendono avvio le pagine di vita di Sylvia Plath, un esordio già rivelatore del leitmotiv che scandisce l’intera esistenza della poetessa. Pubblicati per la prima volta nel 1982 con il titolo originale The Journals of Sylvia Plath – a circa vent’anni dalla morte suicida di Plath (1932-1963) –, i Diari vedono luce in Italia soltanto nel 1998 per Adelphi, nell’edizione curata da Ted Hughes, poeta e marito della scrittrice. I Diari raccolgono riflessioni, appunti, annotazioni, che la giovane poetessa scrisse tra il 1950 e il 1962, arrestandosi qualche mese prima del fallimento del suo matrimonio e a un anno dal suicidio.

Le pagine dei Diari sono testimonianza dell’esistenza quotidiana ed emotiva di Plath. Roventi squarci di vita dai quali emergono con forza e nitidezza il carattere complesso e l’intricato travaglio interiore della poetessa. Leggere i Diari è come fare un tuffo in un oceano dalle superficiali acque cristalline ma dal fondo nero e denso, che passa incessantemente dalla quiete alla burrasca. Sylvia Plath cammina sul filo della vita come un funambolo, in bilico tra il sentimento di forza e grandiosità della propria impresa e la disperazione per la facile possibilità di cadere nel vuoto. Per la scrittrice vivere equivale a compiere un’impresa eroica, memorabile. La sua missione è di imprimere a fuoco il proprio marchio nel flusso del tempo che scorre.

Queste pagine appaiono come una prolungata e irresolubile lotta tra innumerevoli ego, che scendono in campo armati fino ai denti, pronti a combattere l’uno contro l’altro.  È così che Plath, abitata da tante e contrastanti anime, non riesce a trovare mai pace, rimbalzando dolorosamente da un ego all’altro, a un passo dal limite, sempre più sottile, della tensione schizofrenica.

«Se mi fermo, se mi esamino nell’intimo, divento pazza. C’è dentro di tutto, e io non so quale direzione prendere, trascinata come una pagliuzza contro orizzonti troppo lontani perché li possa raggiungere.»

Per la poetessa vita e scrittura sono tensioni legate indissolubilmente da un patto siglato con il sangue. Cause del suo tentato suicidio, avvenuto quando aveva vent’anni, furono l’afasia e la sterilità creativa che la colpirono in quel periodo. Stretta da una morsa paralitica e incapace di scrivere – «E adesso questo: shock. Nichilistico shock assoluto» –, anche respirare diventò impossibile.

Non bisogna stupirsi se il suo percorso artistico sia specchio dei medesimi rimbalzi ed esasperazioni vitali. La Plath  è continuamente strattonata da un estremo all’altro: dal desiderio di successo e di riconoscimento pubblico, alla ricerca privata del proprio Io più vero. Due tensioni che convivono nella poetessa come opposte, si contraddicono e si annullano a vicenda, destinate a un inevitabile cortocircuito.

Il bisogno spasmodico di successo, di un accettazione unanime dalla comunità, è sintomatico della personalità di Plath. Incapace di accettare inciampi ed errori fisiologici all’arte del vivere, macina sotto il torchio impietoso del suo giudizio ogni azione fuori posto, dissonante.

Fonte primaria della vena poetica di Plath è il suo Io profondo, lacerato e tormentato, che la poetessa spesso teme e rifugge perché indomito ed enigmatico. Il marito Ted Hughes –  come si legge nella sua prefazione all’edizione italiana dei Diari e nel romanzo Tu l’hai detto (Iperborea, 2018)in cui l’autrice Connie Palmen presta coraggiosamente la sua voce al Poeta Laureato – credeva fortemente nell’esistenza di un profondo Io, sacro e poetico.

«Coltivavo l’immagine del poeta come una proprietà dell’anima, ancorata nel mio intimo, indipendente dalla gloria che un mondo esterno gli avrebbe tributato.»

Il poeta inglese era convinto che la viva materia creativa potesse trarre origine solo da una precipitosa caduta in uno stato di 

«semi-trance in cui il pensiero astratto, forzato, facesse posto al pensiero creativo, poetico, quello che richiede la discesa nel sé, nei ricordi segreti, conservati perché l’accaduto contiene una verità nascosta che vuole rivelarsi, a forza, risalendo la corrente. Più profonda è la discesa in noi stessi, più vicini saremo alla sacra fonte dell’umano universale

Hughes cerca in ogni modo di far sì che la propria sposa dimentichi il successo e le pose letterarie dell’epoca. La sprona, ascolta i suoi sogni, addirittura la ipnotizza oppure si dedica con lei all’arte della cabala, per invocare spiriti ancestrali che potessero risvegliare in Plath fantasmi e demoni sopiti e soffocati.

Ed è proprio nei Diari, scrittura privata e salva dai dettami del mercato, che emerge e si fa sentire il vero Io-poetico della Plath. Un vero e proprio serbatoio vivo di immaginazione creativa. Prova ne sono le tantissime pagine costellate da passaggi vertiginosi, che si rivelano in tutta la loro forza immaginifica e verbale.  Pari a queste espressioni di vita, è anche la raccolta di poesie Ariel, altro frutto del miracolo della voce autentica della poetessa e sua opera più importante: «Quando il vero io trova la parola e riesce a esprimersi, allora accade qualcosa di straordinario: come Ariel».

Plath sembra aver conquistato così,  seppur a posteriori, il tanto ambito posto nell’Olimpo dei poeti, realizzando il folle desiderio che coltivava sin da adolescente. «Frustrata? Sì. Perché non posso essere Dio.» 

Sylvia Plath, (1932-1963), è stata una poetessa e scrittrice statunitense. Prima donna che vinse il premio Pulitzer per la poesia nel 1982 con la raccolta The Collected Poems, si è guadagnata fama postuma grazie alle raccolte di poesie e al romanzo The Bell Jar (La campana di vetro).

FONTI

Sylvia Plath, Diari, traduzione di Simona Fefè, Adelphi, 1998, Milano.

Connie Palmen, Tu l’hai detto, traduzione di Claudia Cozzi, Claudia di Palermo, Iperborea, 2018, Milano.