La città di Genova, per via dei numerosi cantautori nati e cresciuti qui, è da più di mezzo secolo legata strettamente alla musica italiana . Fino a qualche anno fa le nuove generazioni sono cresciute con questo mito, senza però essere in grado di proporre qualcosa di nuovo, che tornasse a far immedesimare un popolo in un artista. Con le dovute proporzioni e il massimo rispetto per i predecessori, quel che è avvenuto al Porto Antico fa forse pensare che qualcosa stia cambiando. Ma andiamo con ordine.

Il Goa Boa Festival arriva alla sua terza edizione suddiviso in cinque giorni folti di eventi, iniziative e musica di ogni genere. Riproponiamo qui una delle serate di luglio, nell’attesa dell’anno prossimo e nel caso in cui a qualcuno venisse voglia di andare.

Arashi, h 18) ex X-Factor, correva l’anno 2014, inizia a esibirsi pochi minuti dopo l’apertura dei cancelli. Quel poco di gente presente lo ignora totalmente e il giovane sembra non vedere l’ora di scendere dal palco. Situazione imbarazzante, ma che caratterizza spesso la performance degli sventurati che aprono ai Festival;

Bilogang, h 18 45) il figlio di Marco Travaglio (per davvero) e due indigeni (Genova Sturla e Loano) danno vita al momento più trash, ma anche uno dei più leggeri e divertenti della serata. Il trio è totalmente in playback, schizza da una parte all’altra dello stage, allegro e spensierato, in stile “sorrido sempre ciao” di Giuseppe Sapio. Sono coloratissimi e molto infantili, fanno una sorta di pink trap: se un tempo al rap erano associati misoginia e machismo, ora sembra si faccia a gara a chi è più androgino. Citano, inoltre, un recente brano di Guè Pequeno, “io conto i soldi, tu conti i follower, zio non è normale“. Ma sul momento più d’uno tra la folla conosce i pezzi e la risata sorge spontanea;

Achille Lauro e Boss Doms, h 20) da Roma con furore, pazzia e spirito rock. Il pubblico non è lì per loro e questo crea qualche momento di incomprensione, misto tensione, quando tutti vengono invitati a spogliarsi e poi a inginocchiarsi in preparazione al pogo. Su un repertorio di 4 album, aver bissato ben due brani della scaletta fa un po’ rima con “non totale abnegazione”, ma soprattutto Achille Lauro, sempre sciolto e altezzoso, quasi stesse facendo un favore ai presenti nel proporre un simile show, non fa niente per nasconderlo. Boss Doms dovrebbe stare dietro la console, ma è più facile trovarlo appeso alla struttura del palco (viene da una famiglia circense) o tra il pubblico dopo uno stage diving. La cosa che più stupisce, però, è quanto questo tipo di disordine sia organizzato: nessuno si fa male, in compenso molti che all’inizio titubavano si lasciano dopo poco trascinare dalla samba trap;

Frah Quintale, h 21 15) uno dei più attesi, per molti il prossimo artista indie destinato ad esplodere. Le canzoni sono tutte storie d’amore finite male, non esattamente una novità. Il momento più degno di nota è quando, sul finale, interrompe l’esibizione per lamentarsi con alcuni fan di Tedua in prima fila, che, a suo dire, lo stava disturbando e non stava rispettando chi tra il pubblico era venuto a vedere lui. Quasi tutte ragazze;

The Andrè, h 22 25) nel palco secondario arriva uno youtuber che pochi mesi fa ha iniziato a cantare le hit della trap con la voce di Fabrizio De Andrè. Impressionante la somiglianza vocale, sia in studio, sia dal vivo. Il tutto dura veramente poco, perché la Drill Liguria è arrivata sul palco principale, ma gli applausi sono convintissimi. Una bella soddisfazione per chi, in maniera originale, ha fatto conoscere Faber ai più giovani;

Cromo, h 22 45) il classe 99 a sorpresa apre il fratellone Tedua. Anche lui gioca in casa, ma ciò non è sufficiente a non fargli perdere la voce dopo meno di cinque minuti di canzoni. L’ultimo album prodotto da Don Joe non ha ottenuto la visibilità desiderata e ora la cosa migliore sembra andare un po’ più piano (il primo disco d’oro è arrivato da neo maggiorenne), perché non sono tutti Capo Plaza;

Tedua, h 23) headliner per un motivo: i teenagers genovesi sono tutti lì per Mario da Cogo. Il viaggio in Mowgli dura quasi due ore, è intervallato da qualche vecchio successo come Buste della Spesa (“noi al bar, Genoa Doria“), e vede il più alto coinvolgimento possibile da parte dei presenti. La città risponde con amore alle liriche complesse e profonde: quasi tutti le sanno a memoria, come fosse il Padre Nostro. Tedua è un trapper atipico per due motivi. Mette molti contenuti e messaggi positivi nei suoi testi, di speranza e rivalsa, senza inneggiare solo a sciroppi e farmaci come alcuni colleghi. Inoltre è uno dei pochi considerabile veramente hip-hop, poiché usa l’autotune con parsimonia ed è capace di andare in extra beat per più di un minuto, senza nessuno che gli chiuda le rime. Uno spettacolo anche per chi, come il sottoscritto, è cresciuto coi vecchi maestri J-Ax, Marracash o Caparezza.

Myss Keta h 00 15) divertente personaggio, un pò vietato ai minori, ma che in fin dei conti ama semplicemente giocare coi presenti. Il punto forte sono le basi, molto da discoteca, sulle quali è possibile anche ballare in ogni modo, anche perché nel frattempo quasi tutti sono andati via e di spazio ce n’è in abbondanza.

Il porto antico si trova a fianco al mare, così di tanto in tanto è capitato di vedere passare una barca a vela alle spalle dei cantanti. Una delle scene più suggestive alle quali abbia mai assistito, meglio di qualsiasi visual milanese. Genova ha un potenziale enorme: per molto tempo le sue migliori risorse umane sono andate a dimostrare il loro valore in altri luoghi, mentre questa ultima wave sembra aver preso la questione un po’ più sul personale, oserei dire sul patriottico. Loro vogliono far tornare Genova sulla mappa, non vogliono più che La Superba possa essere considerata provincia. Il Goa Boa in pochi giorni ha proposto artisti del calibro Coez, Negrita e Motta. La strada è quella giusta.


FONTI

GOABOA