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20 agosto 2018

Marinetti e Serra: due intellettuali nella Prima Guerra Mondiale

Marinetti e Serra: due intellettuali nella Prima Guerra Mondiale

Nel maggio 1915, dopo un lungo tergiversare, l’Italia si schiera a fianco dell’Intesa nel primo conflitto mondiale. La conseguente chiamata alle armi coinvolge milioni di giovani, le cui lettere, diari o memorie sono fondamentali per ricostruire le logoranti condizioni di vita in trincea, ma anche l’impatto sociale e culturale che la grande guerra ebbe sull’Italia tutta.

Tra queste testimonianze spiccano quelle degli intellettuali che vivono l’esperienza bellica, prendendovi parte spesso come volontari, mossi da spirito nazionalistico, ansia di rinnovamento nonché da ideali di eroismo e vitalismo estremo.

Filippo Tommaso Marinetti

Gli orrori della trincea sono interpretati secondo uno spirito anticonformista ed estetizzante, capace di cogliere la bellezza della velocità, del coraggio e della violenza che si esprimono nei momenti più concitati dello scontro armato.

Ecco allora, nel romanzo Alcova d’acciaio del 1921 di Filippo Tommaso Marinetti, la mitragliatrice essere descritta come una “dama elegante in nero” intenta in “una danza furibonda” scandita dal suo “ta-ta-ta-ta capriccioso, spietato, ironico e femminile”, mentre “fumano i suoi capelli sciolti” e “il mitragliere le stringe i fianchi”, in una sorta di amplesso erotico. È in episodi come questo, infatti, che secondo i futuristi la vita si esprime in modo più immediato e con maggior potenza e pertanto è di essi che il letterato si deve nutrire, vivendoli e scrivendoli: “trovo nel momento più pericoloso d’una battaglia la soluzione di molti problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, perché la vita non si svela che nella vita”.

Parimenti convinto della necessità di superare il divario tra letteratura e vita è Renato Serra, scrittore di stampo carducciano che, a ridosso della presa di servizio al fronte, e quindi in contemporanea al manifesto marinettiano, scrive un profondo Esame di coscienza che verrà pubblicato postumo: il 20 luglio 1915 muore nella trincea del monte Podgora, presso Gorizia.

Il solo valore positivo che Serra riconosce alla guerra è quello di unire gli uomini, di superare i divari socio-culturali: “Ritrovo il contatto col mondo e con gli altri uomini […]. Purché si vada! Dietro di me sono tutti fratelli quelli che vengono, anche se non li vedo o non  li conosco bene. Mi contento di quello che abbiamo in comune, più forte di tutte le divisioni. Mi contento della strada che dovremo fare insieme, e ci porterà tutti egualmente: e sarà un passo, un respiro, una cadenza, un destino solo, per tutti. Dopo i primi chilometri di marcia, le differenze saranno cadute […] ci sarà solo della gente stanca che si abbatte, e riprende la lena, e prosegue; senza mormorare senza entusiasmi; è così naturale fare quello che bisogna […]”.

Renato Serra

Il conflitto è percepito come un impegno che assorbe totalmente l’uomo e a cui non ci si può sottrarre: “Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione […]. Ma noi come ripareremo? Invecchieremo falliti. Saremo la gente che ha fallito il suo destino”. Un dovere dal cui esimersi comporta lo svilimento della coscienza personale, ma il cui adempimento non garantisce alcun guadagno: semplicemente “La guerra è un fatto, come tanti altri a questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri […]: non vi aggiunge nulla; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo.”

Serra è lontanissimo dalla retorica futurista e smentisce il mito della guerra semplicemente appiattendola tra i tanti ineluttabili accadimenti della vita, più terribile ma non per questo più significativo. Chi vi partecipa ne viene travolto e si abbandona all’assenza di valore e di prospettive che essa comporta: “Il presente mi basta; non voglio vedere né vivere al di là di questa ora di passione” perché “non siamo eterni, ma uomini; e destinati a morire” e purtroppo “Né il sacrificio né la morte aggiungono nulla a una vita, a un’opera, a un’eredità. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che era”. E anche questa grande guerra “devastando e sgominando” passerà, verrà dimenticata, “alla fine tutto tornerà pressappoco al suo posto”: potranno cambiare gli equilibri mondiali, ma “non sarà cambiato lo spirito della nostra civiltà […]. La storia non sarà finita con questa guerra, e neanche modificata essenzialmente; né per i vincitori né per i vinti.”

 


FONTI

F.T. Marinetti, Alcova d’acciaio, Serra e Riva, Milano, 1985

Serra, Esame di coscienza di un letterato, Sellerio, Palermo, 1994

Dall’ubriacatura al disinganno: la Grande Guerra e l’esame di coscienza di Renato Serra

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