07:18 am
20 agosto 2018

Dossier| Parigi e la sua Multiculturalità

Dossier| Parigi e la sua Multiculturalità
Multi ethnic group of people holding the word Paris isolated

Se si pensa al concetto di multiculturalità, localizzandola in un contesto che metta in evidenza le sue forme più rappresentative, la città di Parigi costituisce uno degli esempi più significativi in ambito europeo. In questa città sommersa dal turismo cosmopolita, infatti, convivono molteplici realtà stanziali di etnie e culture radicate nel tessuto metropolitano che hanno lasciato nel tempo i segni della loro presenza. È possibile quindi, per chiunque abbia l’opportunità di soggiornare o viverci in modo continuativo, anche se di breve durata, dentro questa città, scoprire e fare l’esperienza di un esclusivo percorso multiculturale.

A Parigi si parte sempre dall’emozionante scoperta di una città così profondamente francese in cui l’identità nazionale si è consolidata nell’appariscenza dei suoi sfavillanti simboli esteriori. Chiunque visiti questa città non può che partire da luoghi simboli di icone quali il Louvre, la Tour Eiffel, Notre Dame, Montmartre o il quartiere latino. Oltre questo macrocosmo monumentale e interculturale-artistico che fa da scenario al paesaggio sommerso della vita quotidiana parigina, si può esplorare una Ville lumiere di appartenenza multiculturale e internazionale. Sono i luoghi dei differenti quartieri caratterizzati dai loro cafè, dai mercati, le librerie e i negozi di ogni genere in cui affiora la vita di una città sorprendente che si popola dei volti delle mille etnie che brulicano nel suo tessuto metropolitano. Al disopra della marea turistica cosmopolita, l’occhio di un residente coglie queste differenze man mano che si inoltra alla scoperta della città e che la vive quotidianamente. È nella routine quotidiana, infatti, e nei suoi continui passaggi esplorativi, che si giunge alla scoperta di agglomerati urbani e aggregazioni culturali di etnie che si sono integrate nei vari quartieri della città e nella loro storia.

La compresenza di culture diverse in Francia ed in modo particolare a Parigi rappresenta l’evoluzione di uno specifico “progetto francese interculturale”. Nel tempo e con politiche più o meno manifeste, la Francia ha sempre parteggiato per uno sviluppo irreversibile di integrazione e favorito il tentativo di assimilazione dei vari fenomeni immigratori. Questo processo, iniziato sin dal periodo coloniale e ampliatosi coi flussi immigratori dell’età contemporanea, non mira, tuttavia, all’integrazione tout court delle diversità etnico culturali cercando di cancellarne la loro memoria, l’identità e la diversità. In questo i francesi e la Francia sono sempre stati il vessillo di accoglienza e di apertura all’immigrazione pur con i suoi risvolti ed effetti sociali di ritorno, non sempre facili e positivi. Testimonianza di questa attenzione è rappresentato anche dal Museo della storia dell’immigrazione di Parigi inaugurato nel 2007 presso il Palais della Porte Dorée che raccoglie le testimonianze di come l’immigrazione e le diverse culture siano un tratto caratteristico dell’identità francese.

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Camminare per le strade di Parigi è come camminare per il mondo. Attraversare i diversi arrondissements di questa metropoli significa cogliere le variegate atmosfere e gli idiomi delle molteplici e differenti etnie che si sono insediate nel tempo. Una delle comunità più antiche è sicuramente quella ebraica nel quartiere del Marais, il vecchio ghetto ebraico conosciuto come il “Pletzl” ora diventato anche epicentro della vita Gay parigina. Simbolo di integrazione e convivenza di due opposte diversità, il Marais rappresenta nei suoi toni sgargianti la cultura omosessuale e quella ebraica che si identifica nei cupi ebrei vestiti di nero e dalla barba lunga che si recano alla sinagoga di rue Pavé.

Poco più a nord del quartiere ebraico verso la rue du Temple, una delle più antiche vie di Parigi e già luogo della grande enclave dei Cavalieri Templari, si è espansa un’altra comunità multietnica formata prevalentemente da arabi e cinesi. Una comunità, quella araba, che ha in questa metropoli molti punti di riferimento. A partire dal luogo più affascinante della cultura islamica come la moschea di Parigi costruita agli inizi del secolo scorso nel quartiere latino. Completa di minareto, al suo interno si trova un grande giardino, una biblioteca, un bagno turco-hammam e un ristorante dove prendere il tè e respirare il profumo della cultura orientale. Negli Anni ʻ80, a poca distanza dalla moschea, venne inoltre costruito L’istituto del Mondo Arabo, un’opera di architettura moderna concepito come centro della cultura araba a Parigi e per lo sviluppo delle relazioni tra la Francia e i Paesi Arabi.   A questi due eleganti ed affascinanti simboli fanno da contraltare i quartieri popolari islamici di arabi e mediorientali delle banlieues parigine di Chapelle-Pajol non molto lontano da Saint-Denis. Nelle vie del quartiere l’odore di spezie, cibo orientale, e del kebab rappresentano il miscuglio di razze e religioni che qui convivono in solidarietà, nonostante la povertà e la violenza.

Sempre restando nella zona nord di Parigi in particolare a Barbès si trovano altre comunità di africani e antillesi caraibici, si può incontrare all’affollatissimo e colorato mercato di quartiere della domenica mattina per l’acquisto di spezie e prodotti tipici. Anche la zona della Goutte D’or (la goccia d’oro) ospita comunità magrebine e subsahariane che convivono con un consistente gruppo di immigrati cinesi e di altre diverse etnie nordafricane. Tuttavia, la vera Cinatown di Parigi si trova nella zona di Place d’Italie, riconoscibile nelle sue vie dalla classica serie infinita di ristoranti e negozi di cineserie aperti nelle ore più impensabili. Siamo nel quartiere cinese di Bercy dove Mitterand ha costruito la più grande biblioteca di Francia, un grandioso esemplare dell’architettura contemporanea e tempio della cultura. Tra i quattro imponenti edifici di vetro a forma di libro e nei suoi giardini che li circondano, si affollano migliaia di studenti e ricercatori provenienti da ogni parte del mondo. Rimanendo seduti all’ombra dei salici si percepisce la babele multilingue che viene trasportata dalla brezza, come in un chiostro moderno che invita alla contemplazione e alla cura delle facoltà intellettuali.

Tornando a nord di Parigi, si entra in un altro crocevia di multiculturalità nelle strade di Belleville, un quartiere reso famoso dallo scrittore Pennac e dal suo personaggio di Malaussène. In questo quartiere si sono stabilizzati gruppi di emigrati dal Sud Est asiatico e dall’Africa del nord: vietnamiti, ruandesi, marocchini e un’altra importante comunità cinese. Quello che rende unica Belleville è un mosaico di culture che esprime le proprie tradizioni come in un laboratorio multiculturale. Nei due parchi di Belleville e Butte-Chaumont si può assistere con stupore al canto dei Muezzin per le preghiere sull’erba o agli esercizi di Tai Chi degli abitanti orientali del quartiere. Ma ancora una volta la multiculturalità si è arricchita e integrata con l’arrivo nel quartiere di una popolazione artistica appassionata di cosmopolitismo intellettuale, quella dei BO-BO, i Bourgeois-Bohéme. A Parigi i bobos stanno ad indicare una categoria sociale di persone di estrazione tendenzialmente borghese che conduce una vita da bohémien fatta di incontri culturali e artistici. I bobos sono gli studenti, i creativi e gli artisti di vario genere che strizzano l’occhio alle avanguardie e a cui si adatta una definizione di borghese benestante con l’animo dell’artista squattrinato.

Persino l’emigrazione dei popoli sovietici ha costituito una consistente comunità di persone a partire dalla grande migrazione dei “rifugiati bianchi” in fuga dalla rivoluzione russa. Un flusso continuato con le successive ondate migratorie dei dissidenti scappati da Stalin alla fine del secondo conflitto mondiale e di quelle a seguito dell’apertura della perestrojka gorbacioviana, nella seconda metà degli anni Ottanta. Sebbene ora ridotta, la comunità russa a Parigi, seconda per numero solo a quella araba, rappresenta ancora una galassia vivace, colta e influente anche se parecchio litigiosa. Per scoprire la “piccola Russia” di Francia occorre comunque visitare il Museo Cosacco di Courbevoie. Si tratta di un vero deposito di cimeli storici della Russia zarista che si trova alla periferia di Parigi, ricco di testimonianze e simboli dei rifugiati ed esiliati del secolo scorso. Oppure si può incontrare la comunità Russa nelle chiese ortodosse, quali l’antica cattedrale di San Alessandro Nevsky in rue Daru o nell’imponente nuova cattedrale russa della Santa Trinità inaugurata nel 2016 a pochi passi dalla Tour Eiffel. Simbolo di un modernismo architettonico e di un rinnovato legame interculturale tra Parigi e Mosca, questo centro spirituale e culturale ortodosso russo comprende oltre alla cattedrale con le sue cupole d’oro, uno spazio con sale espositive, una biblioteca e un polo educativo franco-russo per studenti bilingue.

A Parigi, inoltre, é presente una consistente comunità di giapponesi che hanno una loro zona nei pressi dell’Opera Garnier. Lo si può’ constatare soprattutto in rue Saint Anne in cui vi sono i migliori ristoranti di cucina tradizionale nipponica. Oppure visitando un altro luogo simbolo della presenza del Paese del Sol levante a Parigi: il “giardino Albert Kahn”, un angolo meraviglioso di perfezione in cui ci si può immergere nelle radici storiche della cultura e della cura giapponese degli spazi naturali. Altro segno di riconoscimento di questo gruppo etnico, costituito principalmente da uomini d’affari e impiegati di aziende giapponesi che vivono a Parigi, è la “Casa della cultura del Giappone”. Si tratta di una istituzione importante e attiva culturalmente come un efficace esempio di interscambio e cooperazione internazionale tra le due nazioni di Francia e Giappone. Del resto è impressionante il numero di turisti giapponesi che si incontrano per le strade di Parigi affascinati e meravigliati da ogni dettaglio. La profonda ammirazione che hanno per questa città li porta ad essere quelli che maggiormente soffrono della sindrome di Parigi simile per i suoi effetti a quella di Stendhal.

Non ultima -ma importante- la presenza di comunità di immigrati italiani iniziate dai Ritals, così dispregiativamente chiamati dai francesi, costituitesi a partire dalla grande emigrazione di fine ʼ800 e fino alla seconda metà del ʼ900, richiamati dalla necessità di manodopera. Contadini e operai italiani che portavano con sé le competenze di lavori umili su cui si è costruita proprio la prima comunità di Italo-francesi a Parigi. Il fenomeno migratorio è continuato in modo consistente sino agli anni Settanta del secolo scorso con lavoratori più qualificati come commercianti e imprenditori che iniziarono ad operare soprattutto nel settore della ristorazione. Anche l’esilio politico è stato un fenomeno di emigrazione dal nostro paese sia nel periodo fascista sia negli “anni di piombo”. Si tratta comunque di un risultato positivo di una integrazione degli immigrati italiani a Parigi e nella società francese. Oggi la comunità italiana a Parigi è numerosa, giovane e viva, motivata con l’organizzazione di eventi culturali legati alla lingua ed alla cultura italiana. Vi sono più di 20 associazioni, oltre all’istituto italiano di cultura nel quartiere Saint Germain, per la promozione e lo scambio culturale tra i residenti parigini, gli italo-francesi e l’Italia. Tuttavia gli italiani a Parigi li si incontrano ovunque, soprattutto nelle migliaia di ristoranti e pizzerie sparsi in ogni quartiere della città.

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Di altre innumerevoli testimonianze Parigi può dare esempio della sua multiculturalità che si evolve nel concetto di società interculturale in cui i vari gruppi etnici presenti nella realtà metropolitana sono invitati al dialogo, allo scambio ed alla contaminazione delle loro lingue, culture e tradizioni. L’obiettivo di superare le differenze presuppone però che le diverse comunità, pur avendo interscambi tra di loro, conservino il loro diritto come minoranze senza necessità di omologarsi a una cultura predominante. Il progetto del multiculturalismo positivo è infatti fondato sull’idea che le culture si aprano reciprocamente in una interazione dinamica di scambio e apprendimento le une dalle altre nel rispetto del pluralismo. Si tratta, quindi, non solo di accettazione delle diversità ma anche la disponibilità a confrontarsi con esse.

In questo senso la posizione francese basata sul concetto politico di laicità diventa emblematica e contradditoria visto che le forme e i simboli che identificano una cultura o una religione possono vivere solo nell’ambito del privato o di gruppi ristretti. La “legge sul velo” o sui simboli religiosi nelle scuole, infatti, ha creato non poche perplessità soprattutto tra le comunità arabe. Lo spirito della legge, che è quello di vivere la repubblica a viso scoperto come pari dignità ed uguaglianza, pone però in discussione il sistema di integrazione francese che si fonda sull’accettazione dei valori della società europea e occidentale.

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In una comunità basata sulla ricchezza multietnica, in cui i contatti tra i gruppi si stanno sempre più intensificando, occorre intraprendere un nuovo percorso evolutivo verso l’integrazione. Integrarsi non nel senso di annullare le differenze o di adattarsi e subire un processo di integrazione all’interno di una cultura dominante. Integrarsi significa invece muoversi in uno spazio vitale e di espressione delle proprie caratteristiche peculiari in un sistema che possa far risaltare la ricchezza delle differenze.

È quindi saliente trovare forme di aggregazione che coinvolgano la partecipazione delle differenti culture alla vita sociale come per esempio l’iniziativa parigina della Festa della musica che si tiene il 21 giugno di ogni anno. Questo evento che dal 1982 è diventato una delle più grandi manifestazioni culturali francesi, vede la partecipazione di tutte le comunità cittadine con gruppi e musicisti professionali o amatoriali. Una serata che invade tutte le vie parigine di ogni quartiere, dove la musica diventa protagonista in tutte le sue declinazioni e varianti etniche. La musica per le strade, nei palazzi e musei, nei bar e lungo la Senna diventa un’opportunità di incontro e condivisione tra culture e tradizioni diverse. Anche la tradizionale festa francese del 14 luglio, nella ricorrenza della presa della Bastiglia, diventa l’occasione per portare la gente della capitale nelle strade e per vivere momenti sociali di condivisione e divertimento. Ai riti e alle manifestazioni ufficiali, infatti, si aggiungono anche le feste popolari nei vari quartieri, come quella dei pompieri di Parigi, che culminano nella condivisione dei festeggiamenti, dei concerti e dei tradizionali fuochi artificiali alla Tour Eiffel.

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A questo percorso e impressione positiva del multiculturalismo parigino, va comunque contrapposta una visione politica e realistica dei sostenitori del fallimento del multiculturalismo. Il periodo non facile vissuto a Parigi in seguito ai fatti del terrorismo islamico, da Charlie Hebdo al Bataclan sino ai recenti attentati della Jiād islamica nel 2017 sugli Champs-Élysées, ha fatto emergere in modo inequivocabile i sintomi violenti della mancata integrazione della terza generazione di immigrati. L’elemento religioso, che tra i giovani musulmani gioca ancora come un potente fattore di riscatto, li porta a simpatizzare ed abbracciare il terrorismo dell’ISIS.  Le situazioni esplosive delle banlieues non sono solo dovute alla crisi economica e alla disoccupazione giovanile, ma ad una delusione profonda nei confronti della società occidentale e dei suoi valori. Si tratta di una profonda frattura sociale e culturale che spinge i giovani arabi francesi, figli degli immigrati della seconda generazione, a un islamismo di ritorno che si rivolge alle culture d’origine. Questi giovani, nonostante siano spinti dalle loro famiglie all’integrazione, si ritrovano invece separati sia dalla società occidentale, nella quale sono emigrati i loro genitori, sia dalle comunità musulmane tradizionali e finiscono per abbracciare il fondamentalismo islamico più intransigente.

Un fenomeno già preannunciato dallo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi nel suo racconto “Mio figlio il fanatico” del 1988. Kureishi, anticipava in modo profetico il rischio di un ritorno dell’islamismo radicale nella generazione dei figli di immigrati delusi dalla società occidentale. Anche lo scrittore parigino Michel Houellebecq col suo romanzo “Possessione”, ha alimentato un dibattito sulla tolleranza religiosa in Francia. Nello scenario descritto dal libro egli prefigura, in modo provocatorio, una realtà distopica dominata dal mondo islamico, decretando nel suo potere violento la morte della multiculturalità in Europa.

Anche tra gli intellettuali francesi vi sono prese di posizione sempre più radicali come quella del filosofo francese Alain Finkielkraut che nel suo libro “L’identità infelice” mette in guardia dagli effetti della sconfitta del multiculturalismo francese. Fautore dell’assimilazionismo in nome della laicità, Finkielkraut ha preso posizioni molto dure nei confronti delle politiche immigratorie sostenendo che, per la prima volta nella storia dell’immigrazione francese, l’ospite rifiuta di essere accettato. Nella sua analisi, infatti, evidenzia come la tentazione progressista, tesa nel voler  ascoltare troppo le “ragioni dell’altro”, mostri tutta la fragilità del mondo occidentale europeo e soprattutto francese di fronte alle grandi sfide della globalizzazione. Porre la questione dell’identità originaria e delle barriere da erigere contro gli altri mondi è per Finkielkraut la via alternativa al fallimento del multiculturalismo.

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L’immigrazione, come fenomeno destinato ad alimentare sempre più la crescita demografica nei paesi europei, pone certamente le nazioni di fronte al problema della tutela della propria identità e cultura. Tuttavia, il tema dell’accoglienza si fa sempre più drammatico anche nelle recenti prese di posizione, spesso di rifiuto intransigente, dalla maggior parte dei paesi europei. La gestione dei flussi immigratori e dei profughi del mediterraneo mostra oggi la chiusura europea non solo ad un approccio di integrazione multiculturale di massa, ma anche nella stessa azione umanitaria di solidarietà di primo intervento.

Occorre quindi perseguire la difesa delle differenze e del multiculturalismo o erigersi a modello ideale di garanzia e preservazione dell’identità ed eredità nazionale? Come confrontarsi, allora, con una società sempre più costituita da un insieme di microcosmi culturali e religiosi?

Forse è indispensabile ripensare ad un nuovo modello sociale che oltre alla democrazia, la libertà e i diritti umani, valori ovviamente indiscutibili, possa condurre ad una civiltà in cui l’immigrato riesca a trovare una nuova identità e una nuova cittadinanza. Un’affermazione che può sembrare una risolutiva di intenti ma che pone invece il problema più nell’ambito di un disperato interrogativo che non trova ancora adeguate risposte a questa complessa situazione.


FONTI

Riflessioni e impressioni del redattore.

Daniel Pennac, Signor Malaussène,trad. Y. Melaouah, Feltrinelli, Milano, 2017.

Hanif Kureischi, Racconti – “Mio figlio fanatico”, trad. I. Cotroneo e A. Silvestri, Bompiani, Milano, 2013.

Michel Houellebecq, Sottomissione, trad. V. Vega, Bompiani, Milano, 2015.

Alain Finkielkraut, L’identità infelice, trad. S. Levi, Guanda, Milano, 2015.

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