16 novembre 2018

DOSSIER| La liberalizzazione sessuale e la schiavitù del sesso

DOSSIER| La liberalizzazione sessuale e la schiavitù del sesso

«il sesso, una volta dissociato dalla procreazione, sussiste meno come principio di piacere che come principio di differenziazione narcisistica; lo stesso dicasi per il desiderio di ricchezza. […] La società erotico-pubblicitaria in cui viviamo si accanisce a organizzare il desiderio, a svilupparlo fino a dimensione inaudite, al tempo stesso controllandone la soddisfazione nel campo della sfera privata. Affinché la suddetta società funzioni, affinché la competizione continui, occorre che il desiderio cresca, si allarghi e divori la vita degli uomini. »

Michel Houllebecq, Le particelle elementari

La modernità sessuale giunge dirompente nella forma di una protesta generazionale. A partire dal ’68, anno chiave delle proteste studentesche e giovanili in opposizione all’intera società occidentale. I giovani non erano più disposti a riconoscersi nelle rigide etichette che i loro genitori volevano apporre sopra la loro fronte, non risparmiando dal loro attacco nemmeno le sinistre storiche, che per definizione erano coloro che richiedevano un maggiore progressismo civile e politico. Essi desideravano una rottura netta con il passato, in nome di una diversa individualità nata in seguito al boom economico degli anni ’50. Chiedevano una democrazia partecipativa e la libertà in contrapposizione alla rigida morale borghese. Questa rivoluzione coinvolse tutte le sfere di attività dell’individuo: in primis quella sessuale.

Se fino ad allora il sesso era sempre stato un tabù, qualcosa che doveva essere taciuto o, perlomeno, detto sottovoce; se la severa impostazione cristiana dettava le regole e predicava la necessaria astinenza sessuale fino all’istituzionalizzazione del matrimonio, esercitando in questo senso un forte controllo sui corpi poiché chi vi si scostava veniva stigmatizzato a livello sociale, le nuove generazioni predicavano l’amore libero. «Make love no war», «godetevela senza freni», «vietato vietare» sono solo alcuni degli slogan imperanti in quel periodo. Anche il movimento femminista trovò nuovi impulsi: venne rivendicato il potere di decidere del proprio corpo, di poter avere accesso a una sessualità libera dai vincoli matrimoniali e, soprattutto, venne sciolto l’eros femminile dal nodo entro cui la morale cristiana e borghese lo aveva rinchiuso, cioè la procreazione.

È a partire dagli anni ’60, infatti, che vennero introdotti i primi dispositivi anticoncezionali; le nuove generazioni di giovani donne si rifiutarono di essere soffocate nell’arida parte di moglie e madre di famiglia, destinata solamente alla cura della casa e alla gestione della prole. Allo stesso modo, la controparte maschile rigettava al mittente il ruolo di capofamiglia, di impiegato dedito al lavoro e all’accumulo di patrimonio, servo del capitale. In contrapposizione alle guerre per procura e al più vasto e freddo bipolarismo, contro le nevrosi suscitate dalla repressione psicologica e sessuale della famiglia borghese venivano esaltati rapporti sociali imperniati sulla collettività intesa in senso comunitario e sulla libertà nei confronti di qualunque veto imposto da una società antiquata che doveva morire.

Questo, nella teoria. Nella pratica il ’68 deluse le aspettative dei suoi militanti, anche se le valutazioni critiche vengono rifiutate con fermezza da chi ne ha cavalcato l’onda, le stesse persone che oggi hanno assunto incarichi di rilievo nella società odierna; che si sono arricchiti allargando la forbice tra abbienti e proletari; responsabili di un sempre più acritico individualismo a livello economico, le cui enormi braccia sono macchiate di sangue. Soltanto negli ultimi anni  viene lasciato lo spazio per uno sguardo più obiettivo. A livello storico, il movimento non produsse risultati tangibili: non scardinò i vecchi privilegi, non cambiò gli assetti politici ed economici della società occidentale, non estinse le guerre. Allo stesso tempo, però, non è corretto dire che il ’68 non abbia avuto alcun seguito. I valori promulgati da quella lunga corrente di manifestazioni e proteste sopravvivono ancora oggi, anche se hanno subito una profonda, seppur prevedibile, degenerazione. L’ambito in cui emergono maggiormente è quello del sesso, non più inteso come atto naturale e libero, ma come prodotto commerciale destinato a un immediato consumo.

Michel Houllebecq, nel suo discusso romanzo Le particelle elementari (1998), sottolinea come il ’68 nei fatti non fu tanto un movimento di liberalizzazione, quanto più una decisiva tappa per l’ascesa dell’individualismo, che propugna non soltanto la soddisfazione immediata delle esigenze e dei desideri del singolo, ma, soprattutto, è portatore di un senso dell’identità e della libertà, da cui scaturisce il bisogno di distinguersi dagli altri e di essere superiori. Perché vi sia individualismo deve essere spezzato ogni legame comunitario, e poiché il razionalismo e il positivismo avevano frantumato qualsiasi paradigma collettivistico conservato dalla società occidentale, le uniche unità da rompere erano quelle della coppia e della famiglia, «le ultime a separare l’individuo dal mercato».

Questa distruzione, unita al raddoppiamento continuo del desiderio fino all’estremo parossistico, secondo lo scrittore sono i principali motivi della solitudine moderna, in cui i mezzi di comunicazione e le possibilità di spostamento si fanno sempre più sofisticati e funzionali, tanto quanto, dall’altro lato, la separazione tra individui incapaci di circoscrivere il loro ego smisurato si fa profonda. In quest’ottica l’esperienza sessuale muta di segno per rovesciarsi completamente: non si tratta più di un incontro intersoggettivo, ma di un esercizio fine a se stesso, poiché il desiderio ha assunto proporzioni talmente gigantesche da non poter essere soddisfatto e da lasciare l’individuo totalmente indifferente; l’eros diventa un’azione nevrotica con l’unico scopo di rimarcare la separazione tra i soggetti, la cui identità si svuota completamente di significato poiché non accoglie il dialogo con l’altro da sé. In questa evoluzione l’impostazione capitalistica della società occidentale svolge un ruolo cruciale.

Il capitalismo infatti non ha rifiutato le richieste sessantottine, al contrario, le ha inglobate perché ha compreso che le nuove generazioni potevano tradursi in un nuovo e redditizio mercato. Ha assorbito il desiderio di libertà dell’individuo, di amore libero e lo ha organizzato in modo tale da esacerbarlo in maniera permanente. In questo modo la sessualità priva di vincoli promossa dal ’68 non si tradusse davvero in un esercizio vitale e scevro di costrutti sociali imposti dalle antiquate morali religiose o borghesi. Al contrario, divenne un eros di consumo, vuoto perché senza alcun significato.

Le più vistose conseguenze di questo processo, che si riscontrano anche oggi, sono due: da un lato, il fatto che si sia formato un nuovo sistema di valori, sempre più riconosciuti anche dalle ultime frange retrive, il cui unico effetto è quello di ingabbiare il singolo in una nuova e lussureggiante prigione, altrettanto soffocante rispetto la precedente, che è quella del corpo fine a se stesso: le carni che contengono la coscienza individuale devono essere sempre pronte per la consumazione sessuale, e se il corpo non si presta all’esercizio erotico allora è inutile, e in tal modo anche la persona che esso ospita diventa inservibile dal punto di vista sociale, e dunque emarginata. Nella pratica, si osserva l’egemonia di questo sistema valoriale sia nelle rappresentazioni filmiche o pubblicitarie, sia in quelle  televisive o giornalistiche, in cui viene proposta un’umanità conforme a canoni estetici rigidi, e in cui la carica erotica è sempre molto alta. Non si guadagnano abbastanza clic senza un bel paio di tette in copertina; nessuno comprerebbe la strabiliante e nuova pastiglia dimagrante se non si mostra la potenza erotica che si potrebbe emanare a processo ultimato. Queste declinazioni dell’estrema commercializzazione del sesso riflettono anche i meccanismi di potere che intercorrono tra i generi e i relativi ruoli.

Dall’altro lato, la disgregazione della famiglia in quanto nucleo sociale fondamentale. Non è corretto affermare che la causa sia imputabile all’introduzione di misure legislative quali il divorzio, oppure alle conquiste sociali che l’attivismo femminista ha ottenuto a partire dagli anni ’40. Chi oggi grida che al mondo non ci sono più i valori di una volta e addita coppie divorziate e famiglie allargate dimentica un aspetto fondamentale per la comprensione dei meccanismi sociali e psicologici attivi nei nostri giorni: il fatto che prima della liberalizzazione sessuale i matrimoni non fossero fondati sull’amore reciproco, ma sulla reciproca convenienza. Edoardo Albinati sintetizza magistralmente questo cambio di paradigma, ne La scuola cattolica:

Il matrimonio è stato messo a repentaglio dall’amore. […] Quando l’amore non c’era affatto, il matrimonio non perdeva nulla per strada, semmai acquisiva qualcosa attraverso la consuetudine e la dimestichezza. L’amore è una forza necessaria ma destabilizzante, capricciosa e incontrollabile, e la convinzione che si abbia diritto alla felicità […] conduce alla frustrazione. Il matrimonio è la tomba dell’amore solo nel caso vi sia qualcosa da uccidere: altrimenti prevale in esso un aspetto funzionale, pratico, sociale, protettivo, procreativo. […] Dunque si potrebbe invertire il detto: l’amore è la tomba del matrimonio.

Questa è la conseguenza della promozione dell’amore libero, unita all’assurgere dell’individualismo, che non può tollerare che un’istituzione basata sulla convenienza possa limitare la sua sfera d’azione. Ed è proprio questo lo statuto ontologico su cui il matrimonio, e l’eros a esso connesso, si è basato per secoli. Slegando l’eros dalla procreazione e unendo il matrimonio alla componente sentimentale e amorosa, l’unico risultato è quello che esso diventi più fragile e si frantumi di continuo. Dunque non devono stupire, né preoccupare le statistiche sui divorzi, perché semplicemente registrano una tendenza innata del sentimento umano, che non può cambiare col mutare dei sistemi valoriali di riferimento: quella cioè di essere volatile ed effimero.

D’altro canto, la famiglia non è più l’istituzione cui ambire in modo sistematico. Oggi gli scapoli e le zitelle, prima connotati da un’aura dispregiativa, hanno il nome altisonante, e decisamente più neutro anche dal punto di vista generico, di single. Nonostante siano ancora guardati con sospetto dalle coppie o da chi semplicemente aspira al matrimonio, essi sono secondo alcuni i diretti discendenti della liberalizzazione sessantottina: liberi da qualunque responsabilità, possono concentrarsi esclusivamente su di sé e sui propri bisogni, e soprattutto possono dedicarsi unicamente ai loro progetti. Possono essere considerati, da un certo punto di vista, come l’esempio più calzante dell’individualismo esasperato cui si assiste in era odierna. Se non che, l’individualismo capitalistico miete vittime e accresce le disuguaglianze, mentre questa scelta sentimentale non reca danno a nessuno.

Gli aspetti consumistici e commerciali della civiltà imperniata sul sesso e, soprattutto, sul desiderio, proseguono anche nell’era social, anche se assumono declinazioni ed esiti in un certo senso inaspettati. Se da un lato l’eros predomina nelle relazioni interpersonali degli utenti social, dall’altro si registra una forte diminuzione dell’attività sessuale da parte delle nuove generazioni. Secondo alcuni studi, i millennials oggi non farebbero più molto sesso, distratti dalle molteplici e continue sollecitazioni digitali. Secondo certuni la causa sarebbe da imputare alla recessione economica, agli innumerevoli stimoli di intrattenimento veicolati dalle nuove tecnologie e dall’era del dating.

È proprio nel dating che si registra la più alta degenerazione della liberalizzazione sessuale: si tratta di piattaforme come Tinder, Once o la nuova applicazione sviluppata da Zuckerberg, che consentono all’iscritto di attribuire la propria preferenza scegliendo in un mercato sempre in aumento la carne che più fa al caso suo. In questo senso i contatti si moltiplicano e, inversamente, si riducono le possibilità di consumare il rapporto. È un po’ come andare a fare compere: ogni utente sceglie la foto più rappresentativa di sé, o meglio, quella che più attira i ‘big like‘, e imposta la sua cerchia attendendo di essere scelto tra una moltitudine di foto, brevi citazioni che hanno lo scopo di fare impressione ma che vengono irrimediabilmente dimenticate nel mucchio.

In quest’ottica il sesso non soltanto è separato dallo scopo originario, cioè la procreazione, ma si ritrova anche scisso dal suo nucleo centrale, ovvero la socialità. Non è più necessaria la consumazione vera e propria, è sufficiente la sua rappresentazione attraverso i social. Il piacere erotico in questo senso viene ulteriormente mediato dalla visibilità cui ci si pone, e le energie che si dedicano al rapporto interpersonale sono assolutamente secondarie a quelle spese nella costruzione non tanto della propria identità individuale, quanto della propria autorappresentazione attraverso un profilo facebook o di instagram. Queste identità virtuali spesso sono centrate proprio sulla componente erotica.

A ogni modo, sarebbe altrettanto scorretto affermare che la nuova rivoluzione digitale stia distruggendo la sostanza dei rapporti intersoggettivi. Semplicemente, la sposta su un altro piano. La realtà di internet non è solamente quella delle applicazioni di incontri. Se da un lato le occasioni di un rapporto sessuale aumentano esponenzialmente fino al punto di bloccare l’interazione, dall’altro si evolvono nuovi modi di vivere la sfera erotica in cui il ruolo essenziale è giocato da internet. Per esempio il fenomeno del sexting, che non vuol dire solamente inviare immagini delle proprie parti intime al partner o pose erotiche esplicite, ma talvolta coinvolge anche la sfera creativa, dal momento che possono essere imbastite in maniera compartecipativa fantasie hard in sé coerenti.

L’impressione generale, però, è che la tanto agognata liberalizzazione sessuale, che nella teoria doveva aprire le porte a un’era in cui gli individui potessero godere reciprocamente del proprio corpo senza l’indole censoria di costumi sociali repressivi, in realtà si sia trasformata in una nuova, sofisticata schiavitù. Il sesso è ovunque, in esso si riflettono le gerarchie di potere ed è ancora il mezzo per esercitare il proprio dominio sull’altro, in una pratica egoistica e autoreferenziale. Non importa che il ventunesimo secolo si apra sotto l’insegna dell’astinenza, poiché, dal punto di vista ontologico, essa scaturisce semplicemente dall’eccessiva ipersessualizzazione del vivere sociale, sia esso reale o virtuale. Eppure, per dirla con le parole di Albinati, «una vera libertà sessuale dovrebbe comprendere anche la libertà dal sesso

 


FONTI

E. Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli, 2016

M. Houllebecq, Le particelle elementari, Bompiani, 1999

A. Lepre, Guerra e pace nel XX secolo. Dai conflitti tra stati allo scontro di civiltà, Mulino, 2008

TheVision

Vice

IntellettualeDissidente

 

 

 

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