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22 ottobre 2018

Dossier| La globalizzazione “uccide” venticinque idiomi all’anno

Dossier| La globalizzazione “uccide” venticinque idiomi all’anno

Viviamo in un mondo globalizzato: ormai da qualche decennio è in atto un’integrazione economica, culturale e sociale in tutto il nostro pianeta sebbene l’impatto sia, su ogni area, di portata differente. Unificazione dei mercati, libera circolazione di persone, merci ed idee sono solo alcune delle conseguenze derivanti da questo fenomeno che, volenti o nolenti, ha investito il mondo verso la fine del ‘900 ed è in costante crescita, inarrestabile. Il dibattito è aperto ed oggi più acceso che mai: fiumi di parole e di inchiostro vengono versati per criticare le disuguaglianze economiche e l’omologazione culturale causate dalla globalizzazione; allo stesso modo vengono elogiate la più facile integrazione internazionale, le libertà economiche e sociali che essa inevitabilmente porta con sé. 

GLOBALIZZAZIONE E OMOLOGAZIONE LINGUISTICA 

Un aspetto che meno frequentemente viene considerato quando si parla di globalizzazione è l’impatto che questo fenomeno ha sul linguaggio; su quelle lingue, in particolare, “più deboli”, conosciute e parlate solo da piccoli o piccolissimi gruppi di individui che, cedendo il passo ai grandi colossi del mercato globale, rischiano, generazione dopo generazione, di scomparire per sempre. 

Questi non sono -purtroppo- solo timori infondati: un recente studio dell’Università di Cambridge ha infatti rivelato che esiste effettivamente una relazione tra lo sviluppo economico di un’area e la scomparsa delle lingue cosiddette minoritarie all’interno di quello specifico territorio. Tre i fattori di rischio identificati come più pericolosi: le piccole dimensioni della popolazione di riferimento (uno scarso numero di “parlanti”), le piccole dimensioni dell’area geografica in cui la lingua è (o era) diffusa, il cambiamento interno alla popolazione (cambiamento, s’intende, nell’uso linguistico, a discapito dell’idioma minoritario). Partendo da queste considerazioni è stata individuata una correlazione fra i livelli di Gross Domestic Product, GDP (Prodotti Domestici all’Ingrosso) e la probabilità di perdita dell’identità linguistica: più rapido è lo sviluppo economico, più rapida sarà anche la scomparsa della varietà linguistica autoctona. Ciò è dovuto principalmente a fattori pragmatici: le lingue legate alla finanza ed al commercio (inglese, arabo, cinese mandarino), tendono a diffondersi in modo capillare nei paesi con delle economie in via di sviluppo le cui popolazioni sono invogliate e -nel contempo- costrette ad impararle e parlarle per non essere escluse dal mondo lavorativo. 

Ma in realtà la questione è ancora più complessa di così. Il fattore economico, infatti, potrebbe essere solo una parte del problema: la scomparsa delle lingue minoritarie è legata, in primo luogo, a fattori culturali. Un’altro studio, condotto questa volta dai linguisti dell’Università di Chicago, ha rivelato che le regioni economicamente più potenti, quelle che contribuiscono a “trainare” il commercio e la produzione mondiali, tendono ad imporre la propria egemonia anche sulla cultura dei paesi più deboli che si omologano, lentamente, ad un modello imposto loro dall’alto, perdendo la propria identità culturale e linguistica. Secondo l’ UNESCO

“le lingue sono minacciate da forze esterne come l’assoggettamento militare, economico, religioso, culturale o educativo, o da forze interne come l’attitudine negativa della comunità nei confronti della propria lingua”

Questo fenomeno si rispecchia perfettamente nel concetto di “soft power” introdotto dal politologo statunitense Joseph Nye già negli anni ’80: egli lo definisce come la capacità di un paese di spingere gli altri a fare ciò che vuole senza l’utilizzo della forza o della coercizione, plasmando, negli anni, le loro abitudini, preferenze, i loro gusti. 

Infine, tra le cause della scomparsa delle verità linguistiche minori è inevitabile annoverare anche internet ed il web, un mondo che, sebbene da un lato favorisca l’inclusione e il contatto tra le lingue, le culture, le persone più disparate, distanti e radicalmente diverse tra loro, dall’altro utilizza, di fatto, pochi idiomi egemoni (l’inglese primo fra tutti), escludendo a priori chi non sia in grado di padroneggiarli e costringendo dunque le popolazioni ad abbandonare la propria lingua madre per evitare di essere tagliati fuori da questi circuiti di comunicazione. Questo fenomeno prende il nome di digital divide, ed è di portata vastissima, molto più pericolosa di quello che ci potremmo immaginare. Ad essere a rischio estinzione non sono solamente, come potremmo pensare, i dialetti delle piccole comunità in Africa o in Sudamerica, ma delle vere e proprie lingue nazionali di paesi europei. Una ricerca di Meta-Net (Multilingual Europe Technology Alliance), una rete europea che coinvolge una sessantina di centri di ricerca linguistica di 34 Paesi europei, ha negli segnalato che, a causa della scarsa rappresentazione a livello digitale, lingue come l’islandese, il lettone, il lituano e il maltese ma anche l’ungherese, il polacco, il greco e il bulgaro si stanno progressivamente indebolendo e sono destinate a scomparire. 

QUANTE LINGUE MUOIONO 

È opportuno fornire un po’ di dati più dettagliati per capire l’effettiva portata e gravità di questo fenomeno. Attualmente ci sono almeno 7.102 lingue parlate in tutto il mondo, suddivise in maniera disomogenea fra i diversi continenti: ai primi posti vi sono l’Asia e l’Africa, con più di 2.000 idiomi ciascuna, seguite dall’Oceania e dalle Americhe, con circa 1.000 lingue a testa. Chiude la classifica l’Europa, in cui si parlano “appena” 286 idiomi differenti. Su 7.2 miliardi di persone che popolano il nostro pianeta i 2/3 parlano solo 12 (Cinese, Hindi ed Inglese sono sul podio) delle oltre 7.000 lingue esistenti. I dati, raccolti durante uno studio quindicinale condotto da Ulrich Ammon, docente linguista presso Università di Düsseldorf, si riferiscono ai parlanti nativi di un certo idioma, e conteggiano anche gli individui bilingui. La ricerca prosegue, mostrando come l’Inglese sia l’idioma “più popolare”, più parlato e più studiato (da 1,5 miliardi di persone) in paesi esteri, in quanto più spesso utilizzato come lingua per la comunicazione ufficiale internazionale. Sebbene i numeri siano impressionanti, fin qui nessuna sorpresa: è risaputo il ruolo fondamentale che la lingua inglese svolge a livello mondiale. Le informazioni più sconvolgenti emergono invece quando si volge lo sguardo alle altre lingue, quelle minoritarie, escluse dal palcoscenico globale: circa il 3% della popolazione del nostro pianeta conserva la conoscenza del 96% delle lingue tutt’ora esistenti. Circa 2.000 lingue hanno meno di 1.000 parlanti nativi. È facile immaginare come, ben presto, tali lingue siano destinate a scomparire. Il ritmo attuale è di 25 idiomi all’anno che, morendo, portano via con sé anche la cultura, le tradizioni e la letteratura delle popolazioni che le hanno generate: di questo passo entro il 2100 il mondo avrà perso 3500 degli idiomi che attualmente si parlano.

Le zone considerate più a rischio di altre sono l’Australia settentrionale, il Sudamerica centrale, la zona costiera nordamericana del Pacifico settentrionale, la Siberia orientale, la parte sud-occidentale degli Stati Uniti, oltre ai tropici, le regioni dell’Himalaya, Brasile e Nepal, che sono in rapida crescita economica. Tra gli esempi più incredibili troviamo, ad esempio, quechua, parlato nella regione andina, che è stato lentamente soppiantato da spagnolo e portoghese, le lingue ufficiali, che vengono parlate a scuola, negli uffici, vengono utilizzate su giornali, riviste, cartelli stradali. Sono pochissime, forse meno di dieci, (questo numero risale al 2014, oggi potrebbe essere diminuito drasticamente) le persone che in Arizona parlano il chemehuevi, la lingua della tribù indiana a cui appartengono. Anche l’Italia è a rischio. Considerata da studiosi e linguisti uno dei paesi con la maggiore varietà e ricchezza linguistica, potrebbe nei prossimi decenni perdere questo primato: il cimbro, il sardo, il friulano, il ladino, sono solo alcune della dozzina di lingue minoritarie nel nostro paese, parlate, attualmente da 4 milioni di persone.  

CONSERVARE LE LINGUE È IMPORTANTE

Alcuni ritengono che l’estinzione delle lingue faccia parte del progresso dell’umanità, che sia un fenomeno naturale ed inevitabile, e che sarebbe impossibile ed inutile qualsiasi tentativo di fermarlo. Ma, dice Mark Turin, un antropologo dell’Università di Yale

“[…]spendiamo enormi quantità di denaro per proteggere le specie animali e la biodiversità, quindi perché l’unica cosa che ci rende propriamente umani non dovrebbe essere nutrita e protetta allo stesso modo?”

Le lingue sono parte del patrimonio dell’umanità e racchiudono al loro interno veri e propri frammenti di cultura (canzoni, poemi, storie) che, non sempre conservati in forma scritta, con a scomparsa della lingua vengono smarriti per sempre. Alcune lingue, inoltre, rappresentano delle gemme preziose di per sé, per i significati unici che solo loro racchiudono. Il cherokee, un idioma parlato da un popolo nativo del Nord America, ha una parola (“oo-kah-huh-sdee”) per esprimere il sentimento di tenerezza e dolcezza che ci pervade quando vediamo un piccolo, adorabile, gattino. Inoltre, il Cherokee non ha una parola per dire “addio”, ma soltanto “arrivederci”. Ogni lingua è un filtro diverso tramite il quale possiamo analizzare il comportamento umano, i sentimenti, le emozioni. Ciascuna parola contiene differenti sfumature di significato che ci permette di interpretare il mondo in modo diverso da come lo abbiamo sempre immaginato. Per questo, sebbene l’indebolimento delle lingue minoritarie sia effettivamente un processo inevitabile, è opportuno muoversi il più possibile al fine di rallentarlo e in qualche modo prevenirlo. 

È POSSIBILE SALVARE UNA LINGUA DALL’ESTINZIONE?

No, purtroppo. Una lingua non si salva: una volta deceduti gli ultimi parlanti nativi ed assorbiti gli altri dalle lingue dominanti, gli idiomi sono destinati a scomparire. L’operazione che può essere fatta è però quella di conservazione del patrimonio linguistico, lessicale e culturale di una popolazione o tribù. I linguisti di tutto il mondo si stanno mettendo in moto per frugare tra documenti, archivi, storie di lingue in via d’estinzione nel tentativo di scovare il più possibile e raccoglierlo, riportarlo, renderlo fruibile anche per il futuro tramite a creazione di dizionari, il report di storie, tradizioni e la trascrizione e traduzione di racconti tramandati oralmente. A questo scopo esiste da qualche anno un progetto dell’Università di Cambridge, chiamato World Oral Literature Project che sta raccogliendo da 9 anni ore di registrazioni audio di canti, poemi nazionali, storie della tradizione con lo scopo di creare un enorme archivio delle lingue in via d’estinzione, segnando le regole grammaticali e sintattiche. Questo è l’unico modo per permettere che rimangano tracce di una lingua, una vola estinta, preservando così delle culture che altrimenti cadrebbero nel dimenticatoio. Simile è l’iniziativa proposta dalla National Science Foundation in collaborazione con la Eastern Michigan University attiva dal 2009: la creazione di un database online che non solo ha la funzione di raccogliere dati sulle lingue in via d’estinzione (catalogazione degli idiomi a rischio, conteggio del numero dei parlanti ancora in vita, conservazione grammatica e sintassi) ma anche uno scopo finanziario. Una volta individuati infatti gli idiomi in pericolo, saranno impegnate delle risorse, anche economiche, per prevenirne la scomparsa definitiva. 

Non c’è forse modo migliore di concludere questo articolo che con le parole di Anthony Aristar, linguista della Eastern Michigan University, uno degli atenei statunitensi promotori del workshop e del database online, con l’augurio che ci possano aiutare ad acquisire una maggiore consapevolezza rispetto a quello che stiamo perdendo:

“Una lingua non è fatta soltanto di parole e grammatica è una rete di storie che collegano tutte le persone che una volta usavano quella lingua, ha in sé tutte le cose che quelle persone facevano insieme e tutte le conoscenze che la comunità linguistica lasciava ai suoi discendenti. La morte di una lingua è come la morte di una specie, con essa si perde un anello della catena e tutto ciò che quella parte significava per il tutto”.

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