Molto forte, incredibilmente vicino è un libro di Jonathan Safran Foer (Ugo Guanda Editore, 2007) e un film degli studi Paramount e Warner Bros (2011, Tom Hanks, Sandra Bullock, Thomas Horn).

Il protagonista è Oskar Schell, undici anni, entomologo, francofono, collezionista e pacifista dilettante, figlio di Thomas e Linda Schell, molto legato alla nonna, capace esploratore nelle spedizioni organizzate per lui dal padre.
Il protagonista è Oskar Schell, rimasto orfano di padre nell’attentato delle Torri Gemelle.
Oskar soffre molto della perdita del genitore, e non riesce a lasciarlo andare. Un giorno, frugando nelle sue cose, rompe per errore un vaso contenente una chiave appartenente a un certo ‘Black’. Da quel momento, la sua vita e la sua straordinaria intelligenza e sensibilità vengono messe al servizio della ricerca della serratura aperta dalla chiave e del fantomatico Black… peccato che, di entrambi, a New York ce ne sia una quantità sufficiente a tenerlo impegnato per almeno tre anni.

Ma Oskar non demorde, e anche se non prende i mezzi pubblici e teme le persone anziane, i rumori forti, i palazzi alti e i ponti – soprattutto i ponti – si mette alla ricerca del Black giusto.

Il caso di Molto forte, incredibilmente vicino è una delle rarissime eccezioni al paradigma ‘libro (bello) – film (brutto)’, e un’eccezione ancora più rara all’espressione “liberamente tratto dal romanzo”.
La sceneggiatura è infatti straordinariamente fedele, a parte per qualche rara scena aggiunta nella versione cinematografica (una telefonata mai avvenuta, ma comunque coerente con la trama, e qualche libertà nella successione degli eventi) e per l’eliminazione di un personaggio importante.
Quest’ultima si potrebbe considerare l’unico difetto notevole di una pellicola altrimenti impeccabile, ma si tratta di una scelta comunque funzionale e non forzata.

Tuttavia la vera differenza fra libro e film è, come sempre, lo strumento con il quale viene veicolata la storia, e pertanto lo stile narrativo – e il pubblico al quale questo si deve adattare.

Foer è un autore che, in quasi tutte le sue opere (Ogni cosa è illuminata ed Eccomi sono due esempi), predilige un’immersione completa nella personalità del personaggio principale al narratore onnisciente, talvolta a scapito della comprensibilità dell’opera. Il risultato è un po’ di confusione – vengono dipinte situazioni a metà fra il reale e l’irreale – ma senz’altro anche un insieme di sensazioni forti.


Per la versione cinematografica, invece, il regista e lo sceneggiatore hanno preferito spogliare un po’ il romanzo della parte che richiede una certa sospensione dell’incredulità (la vicenda dei nonni di Oskar viene osservata solo dall’esterno e tagliata parecchio, mentre nel romanzo sono presenti lunghe digressioni molto personali di entrambi). Non è chiaro se la scelta sia dettata da un’impossibilità intrinseca del mezzo comunicativo di replicare lo stesso effetto oppure dal preciso intento di rendere la storia più abbordabile per lo spettatore medio, che magari cerca in un film uno svago meno impegnativo di una lettura – la quale peraltro potrebbe risultare un po’ di nicchia.
Ad ogni modo, il risultato finale non cambia: si ottiene un prodotto godibile, ma che forse perde quel quid che lo spettatore si sarebbe aspettato avendo letto il romanzo.

Un’altra caratteristica del film è che ‘imbocca’ molto di più del libro le conclusioni e le sensazioni alle quali si ritiene che lo spettatore debba arrivare. Il libro termina infatti con una nota molto realista (ma non cinica), mentre pare che il film abbia voluto per forza suggerire un lieto fine – una chiusura del cerchio che nel romanzo non c’era – come per dare un contentino al pubblico o per implicare una sua incapacità di giungere da solo alla conclusione che Molto forte, incredibilmente vicino è in realtà un’ode alla crescita, ma anche alla speranza.


 

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