La tragedia di Macbeth fu pubblicata sette anni dopo la morte di Shakespeare, nel 1623: è la più breve mai scritta, ma vi sono concentrati molti dei temi principali che definiscono l’intera produzione shakespeariana. La tragedia è caratterizzata prncipalmente dal motivo dell’ambiguità: le due figure retoriche più usate sono l’ironia e l’ossimoro, tutti i personaggi principali sono carichi di luce ed ombre, a partire da Macbeth stesso e Lady Macbeth; ad esempio, quando Macbeth uccide Duncan, è la moglie a spingerlo all’azione, facendogli dimenticare i propri dubbi.
È quindi Lady Macbeth il vero, unico “cattivo” della tragedia? Sì e no.

Da un lato è una donna ambiziosa, la quale, non appena viene a conoscenza della profezia delle tre Sorelle Fatali, diviene determinata a portare a termine l’omicidio di Duncan per portare suo marito sul trono; si può notare la sua crudeltà anche nel momento in cui ridicolizza il marito che, prossimo ad un crollo psicologico, afferma di riuscire a vedere lo spirito di Banco durante un banchetto. Però Lady Macbeth è, all’inizio dell’opera, quasi come una figura materna per il protagonista: sa che dovrà spronarlo per renderlo re, conosce molto bene il mondo in cui vivono, un mondo dominato da uomini e sa che dovrà far spazio a qualità mascoline per poter raggiungere il potere: infatti, nel soliloquio del primo atto scena V, chiede agli spiriti di “toglierle il sesso” (in lingua originale è letteralmente “unsex me”) per trasformarla e non renderla più una donna, ma un essere crudele- e sarà solo così, sacrificando la sua stessa femminilità, che riuscirà a portare a termine l’omicidio del re.

Se nella tragedia il suo personaggio non si fosse evoluto più, sarebbe stato facile far ricadere la colpa su di lei; ma Lady Macbeth è un’eroina tragica. La sua ambizione e il suo coraggio durano poco, e lentamente la sua stessa sicurezza si perde tra isterie e sonnambulismo. Si esaurisce sia dal punto di vista psichico che da quello fisico perché viene consumata dalla fatica del delitto: si noti che, sebbene all’inizio affermi, riferendosi al marito, “Le mie mani hanno il colore delle tue ma io mi vergognerei ad avere un cuore così bianco”, è proprio l’atto ossessivo dello strofinio delle sue mani per cercare di mandar via una macchia di sangue che fa da contrappasso alla sua situazione, caratterizzando la sua ultima comparsa in scena come quella di un personaggio non più crudele, ma reso folle dal ricordo del proprio delitto e delle proprie colpe.
Macbeth è la tragedia più oscura di tutta la produzione shakespeariana e, forse proprio per questo, la più moderna e misteriosa.