Fiumi di inchiostro sono stati spesi in relazione alla vera natura di un testo emblematico quale Il Principe di Niccolò Machiavelli, capolavoro della letteratura italiana la cui analisi e interpretazione accende tutt’oggi gli animi di critici e letterati, che si dibattono in polemiche talvolta molto colorate. La questione può riassumersi principalmente in una domanda: è corretto definire Machiavelli a favore della repubblica o del principato? La dedica del Principe a Lorenzo de’ Medici sembra non lasciare dubbi: il testo appare animato dal desiderio che, nella complessa situazione politica della Firenze cinquecentesca, un Medici incarni un nuovo principe:

“Pigli adunque vostra Magnificenzia questo piccolo dono con quello animo che io ‘l mando; il quale se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro uno estremo mio desiderio che lei pervenga a quella grandezza che la fortuna e l’altre sua qualità le promettono.”

Nessun dubbio, dunque: Machiavelli ha come estremo desiderio che un Medici salga al potere, e del resto questa tesi sembra confermata dall’intero andamento dell’opera, per affermarsi energicamente nell’ultimo capitolo. Non ci sarebbe alcuna anomalia se non ci fosse un’altra opera di Machiavelli, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, dedicata alle repubbliche, mirata alla costituzione di una moderna teoria politica che si rifaccia proprio alla storia della Roma antica. Basta confrontare la dedica di quest’opera con la precedente per cogliere immediatamente la netta differenza:

“[…] sì perché e’ mi pare essere uscito fuora dell’uso comune di coloro che scrivono, i quali sogliono sempre le loro opere a qualche principe indirizzare; e, accecati dall’ambizione e dall’avarizia, laudano quello di tutte le virtuose qualitadi, quando da ogni vituperevole parte doverrebbono biasimarlo.”

La dedica a Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti mostra una dinamica repubblicana di amicizia del tutto opposta a quella del Principe: al contrario, Machiavelli dichiara di prendere le distanze da coloro che sogliono indirizzare le proprie opere ai principi, lodandoli per interesse personale e risparmiandoli dal biasimo che meriterebbero.
Difatti non si può non considerare, ai fini di una minima contestualizzazione di ciò che stiamo trattando, che Machiavelli fu segretario della Repubblica fiorentina finché questa non crollò e venne esiliato. E nella dedica del Principe non risparmia un’implicita richiesta di protezione:

“E se vostra Magnificenzia da lo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna.”

A questo punto, il dilemma degli studiosi si può tradurre in sostanza con un altro interrogativo incentrato sulla questione delle cronologie. Infatti, la datazione del Principe non è certa: se la sua stesura fosse limitata agli anni 1513-1514 (che è poi la tesi più nota), i Discorsi si collocherebbero dopo, e sarebbe esauriente una spiegazione della contraddizione con un semplice “cambio di rotta” rispetto al pensiero originario, “principesco”, che anima il Principe. Ma se invece la sua stesura si prolungasse fino al 1518, come sostengono altri studiosi, allora le due opere si collocherebbero in una soluzione di continuità: il principato civile su cui l’autore tanto insiste nel Principe altro non sarebbe che l’invito a una soluzione repubblicana, non diretto bensì “mascherato”.
D’altronde, non è il primo né l’ultimo testo della letteratura circondato da ambiguità e scontri anche feroci, ma è parte del gioco: non sarebbe sciocco e anche poco interessante guardare alla letteratura e ai suoi autori come luogo cristallizzato delle verità assolute?


FONTI

Appunti e dispense del corso di Letteratura italiana I di Emilio Russo, anno 2016-2017, Università di Roma “La Sapienza”

“Il Principe”, Niccolò Machiavelli

“Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, Niccolò Machiavelli