Siamo costantemente immersi nel mondo del viaggio, accompagnato dal sentimento del sogno e incredibile senso di leggerezza e libertà che ci dà. Ma se ci soffermiamo un attimo, capiamo che il viaggio non è solo verso mete paradisiache e idilliache; bensì, vi sono viaggi fatti per ritornare nella propria terra, dalla propria famiglia; viaggi per scappare dalla paura e dal terrore, alla ricerca di un respiro in grado di ridonare la speranza; viaggi fatti solo per viaggiare, esplorare, incontrare persone nuove e viaggi fatti per lo studio. E in tutto questo districarsi di mete, vie e strade ci sono anche i viaggi dei materiali, degli oggetti, e tra questi il viaggio del libro: dal tipografo alla carta.

Ogni pagina, foglio, libro o rivista che tocchiamo con mano deriva dalle grandi aziende tipografiche, il luogo dove non solo vengono stampate, ma composte, rifinite e perfezionate le facciate di ogni opera, l’intensità dei suoi colori e le eventuali sbavature. Un lavoro di grande precisione e dedizione, che crea quel sentimento di attrazione incontrollata e incondizionata che sentiamo verso la carta, con quel suo profumo di autenticità e perfezione. Il termine “topografia”, in realtà, non si riduce unicamente a questo campo di applicazione; bensì comprende ulteriori attività specifiche, come lavori sui tessuti e metalli, svolti attraverso metodi peculiari quali la calcografia, fotomeccanica e litografia. Insomma, un procedimento intessuto da stretti legami tra diversi campi di applicazione, con origini molto antiche: un lavoro che continua ininterrotto dal 1448.

Germania, 1448-1454. Johann Gutenberg fece stampare il primo libro attraverso l’utilizzo di una macchina a caratteri mobili con incisi i segni grafici da stampare, battendo sul tempo l’Italia e la Cina. Piccole forme in metallo allineate le une con le altre, modificate solo per essere perfezionate, fino a creare la pagina libro: un metodo rimasto invariato per quattro secoli, anno in cui il metallo venne sostituito dall’ottone e, successivamente, dal ferro fuso; fino a passare dal torchio a leva di Gutenberg al torchio meccanico di Koenig.
La stampa fu un successo in tutta Europa, e la sua straordinaria efficacia e competenza permise una diffusione a livello internazionale, passando dai lidi veneziani alle coste napoletane. La vera e propria rivoluzione, però, avviene nell’ ‘800, secolo in cui la stampa venne velocizzata, apparve la prima pressa cilindrica a vapore (la quale permetteva di stampare fino a 1100 copie all’ora), e l’Italia si aggiudicò il primo posto nella produzione della stampa a colori (ciano, magenta, giallo e nero, sovrapponendoli per creare le sfumature richieste): una rivoluzione di grandissima portata. L’età delle innovazioni, però, non si ferma qui, e ad approdare nel panorama dello svecchiamento vi furono anche i primi giornali, grazie alla pressa a quattro cilindri verticali. E da questo momento, il passaggio all’utilizzo della cellulosa e le stampanti da tavolo, grazie all’avvio del progresso tecnologico, fu rapido e quasi repentino.

Insomma, la storia, che ci piaccia o no, governa la quotidianità e ogni oggetto che custodiamo tra le mani, e anche qui, per la storia della tipografia è stato necessario delinearne le linee salienti. Un’evoluzione della storia della tipografia che ha interessato anche i segni tipografici, passando da “I Veneziani” e “I Romani”, fino a “Gli Egiziani”, “I Medievali” e “Stranieri”. Insomma, una moltitudine di approcci diversi, stravaganti e differenti, che conducono, grazie ad una loro rivisitazione, all’uscita sul mercato dei fantomatici “Clarendon”, “Times New Roman”, “Helvetica” e “Gill Sans”.

In questo ampio panorama librario e di stampa, un’altra figura importante si affaccia, occupando un posto di grande rilievo al fianco del tipografo: il libraio. Un compito essenziale e fondamentale all’interno di questo immenso panorama cartaceo, il dovere di controllarne la produzione e circolazione anche grazie alla collaborazione delle case editrici, impegnate a favorire una produttiva riuscita sul mercato. Un lavoro impegnativo, volto a controllare che le edizioni di un’opera siano corrette sul piano linguistico e filologico, e adeguate e conformi al pubblico a cui l’oggetto libro è rivolto. Unendo e legando tra di loro questi elementi si ottiene la copia libro così come la conosciamo, nelle sue migliaia di copie stampate, riprodotte e rivendute in ogni punto vendita. Ma più che di “libro”, sarebbe meglio parlare di “prodotto tipografico”, poiché è proprio dal tipografo che tutto ha inizio. A confluire nell’orizzonte del viaggio tipografico si aggiunge anche la figura del traduttore, colui che garantisce la circolazione di libri stranieri in altri luoghi, decretandone il successo.

La tecnica tipografica rivoluzionò il modo di produrre, stampare e diffondere libri, riviste e giornali. Garantì la produzione in serie, permise l’utilizzo dei caratteri più diversi e svariati proprio grazie al lavoro e dedizione dei tipografi ideatori. Un viaggio complesso, che ebbe inizio sei secoli fa, e che, ancora oggi, non si è ancora arrestato e non si arresterà finché queste pratiche continueranno a vivere, trovando un riparo dalla diffusione dei libri digitali.