La donna è sempre stata oggetto per le raffigurazioni nell’arte, ricoprendo diversi ruoli con diversi significati simbolici. Il modo di rappresentarlo è cambiato non solo per via dell’avanzamento delle tecniche pittoriche o scultoree, del cambiamento del gusto estetico e del variare delle correnti artistiche, ma anche per il modo di concepire il ruolo della donna nella società.

Nell’iconografia antica la donna era sempre associata alla fecondità e alla natura, era veicolo del principio della vita, simbolo di maternità e di procreazione.

Gli archeologi hanno ritrovato numerose statuette raffiguranti figure femminili che avevano lo scopo di celebrare il ruolo della donna nelle società preistoriche: un esempio canonico è rappresentato dalla Venere di Savignano, statuetta scoperta nel 1925 a Savignano sul Panaro e appartenente al periodo paleolitico.

Venere di Savignano (20.000-25.000 a.C.), Savignano sul Panaro, Modena

La scultura è il prototipo tipico delle Veneri preistoriche: la figura si presenta con le estremità poco dettagliate, le braccia le gambe e la testa sono trascurate, mentre il seno, i glutei e il ventre sono il centro dell’attenzione e presentano più dettagli decorativi. Questa scelta è dovuta all’intento chiaro dell’ignoto autore di celebrare proprio quei tratti tipicamente femminili che si associano alla maternità e alla fertilità.

Nella società greco-romana la donna ha un ruolo marginale, sempre legato alla maternità, ma meno celebrato rispetto al passato, è soggetta al controllo maschile e non ha possibilità di partecipare attivamente all’attività pubblica; in campo artistico è associata alle divinità femminili come Era (Giunone) o Afrodite (Venere) e, comunque, mai considerate alla pari di quelle maschili.

Nell’iconografia del Medioevo il ruolo della donna cambia e con l’avvento del Cristianesimo essa viene raffigurata esclusivamente nell’immagini sacre, identificata quasi esclusivamente con il ruolo della Vergine Maria, che diventa protagonista dell’arte medievale. Tra gli innumerevoli dipinti del periodo da considerare mi riferisco a quello del senese Simone Martini Madonna col Bambino n°583.

Madonna col Bambino n°583, Simone Martini, 1305-1310

Con l’avvento dell’Umanesimo e successivamente del Rinascimento, i temi dei quadri si concentrano sull’uomo che riacquista il centro dell’interesse artistico-letterario; la donna non è più rappresentata solo in veste di “santa”, ma si rinnova e si evolve in aspetti sempre più diversificati, venendo raffigurata in episodi di vita quotidiana o di natura mitologica che la esaltano agli occhi dei fruitori.

Sandro Botticelli e Raffaello Sanzio sono l’esempio della rappresentazione femminile dell’epoca: parlando di Botticelli non si può non accennare al dipinto la Nascita di Venere dipinto tra il 1482-1485, qui il centro dell’attenzione è Venere, ma la rappresentazione botticelliana non è l’esaltazione divina della donna piuttosto è l’incarnazione simbolica dell’Amore, la forza motrice della natura umana vista nella sua dualità: sia come simbolo dell’amore fisico e sensuale, sia come amore per la filosofia, per l’intelletto e la conoscenza.

Nascita di Venere, Sandro Botticelli, 1482-1485

Nonostante la donna, soprattutto nel Medioevo, sia stata spesso associata alla figura di “strega”, tale rappresentazione compare solo nell’arte tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Gli artisti, come Edvard Munch, esprimono nelle loro opere il loro personale malessere nei confronti della figura femminile, concepita artisticamente in maniera negativa come la donna-virago o la femme fatale, che vuole “divorare” o soggiogare, attraverso la sua sensualità, l’uomo.

Madonna, Edvard Munch, 1894-1895

L’opera di Munch Madonna (1894-1895) racchiude in sé questa visione: qui Maria è rappresentata in maniera totalmente contrapposta all’iconografia classica: è dipinta nuda, in una posizione languida che accentua le forme sinuose, la pelle è bianca, quasi cadaverica, mentre i lunghi capelli neri sono sciolti e sembrano voler rimandare ai tentacoli di Medusa. L’aureola non è quella classica dorata, ma è rossa che richiama il colore del sangue e connotandole un’aria molto più profana che sacra.

Anche Gustav Klimt sceglie di rappresentare le donne dei sui quadri come donne fatali e pericolose per l’uomo, come si vede nelle due opere che hanno per protagonista la figura biblica di Giuditta, la donna che riuscì a decapitare il generale Oloferne grazie al suo fascino sensuale.

Giuditta I, Gustav Klimt, 1901

 

Giuditta II, Gustav Klimt, 1909

Cosa capiamo da questo percorso a ritroso nel mondo dell’arte?

Sicuramente gli artisti nel corso dei secoli hanno sempre commesso l’errore di voler incasellare in ruoli troppo specifici la donna senza mai cogliere veramente la sua essenza. Una donna non può essere definita solo da una parola, come non lo è nemmeno l’uomo.


FONTI

Studio dell’autrice

Strege o angeli