Ventuno anni e un libro pubblicato. How does it feel?, direbbe Bob Dylan. ‘Na bomba, rispondono.

Ricordi dei tempi d’alloro, questo il titolo. Una raccolta di racconti, mettiamola così. Anche perché, francamente, metterla diversamente in questa sede sarebbe complesso.

Qualche parola sulla struttura, cioè la vera protagonista di questo libro, alias il sogno di qualsiasi aspirante scrittore che combatta quotidianamente con e contro –più contro che con- la pagina bicolore: purtroppo non più bianca, ma neanche terminata; lasciata a metà, tra il bianco e il nero: grigia.

Ebbene, il Collettivo Dafne ha fatto delle pagine grigie il proprio punto di forza, ha reso il non-finito un elemento innovativo, di curiosità, si è preso gioco dell’horror vacui. E di questo gli siamo molto grati.

Il Collettivo Dafne cioè un gruppo di quattro ragazzi, classe ’96, che si è formato nelle aule di Lettere e si è dato l’obiettivo -ambizioso come, per fortuna, è ambizioso il libro- di rilanciare la letteratura. E per farlo, hanno cominciato dal modo più scontato ma anche più complesso: un libro. Un libro folle, intrecciato, complesso, cerebrale, a tratti triste, pieno di ombre; un libro assolutamente bipolare, ma ricco di cultura, di passione e di bellezza.

Tre sezioni: Sempreverde, come l’alloro. Protegge dalle intemperie, come l’alloro. Preserva i libri dalla corruzione: come l’alloro e i lettori scrupolosi che usano la matita e non seminano orecchiette qua e là. Tre sezioni in cui il vero fulcro è proprio il non-finito, la sensazione di essere sospesi, lasciati nel bel mezzo di un racconto, impauriti, e poi essere condotti per mano da autori che, nel caos, tengono le fila del discorso e costruiscono il proprio personalissimo microcosmo nel macrocosmo della storia. Un esperimento ben riuscito.

Sempreverde, ossia la prima serie di pagine grigie: un autore si limita a fare una proposta, poi si ferma; “io per oggi ho finito; continuate voi”. E gli altri tre, scrupolosi, rispondono prontamente. Un inizio, tre finali diversi.

Protegge dalle intemperie, la seconda. Un gioco di specchi. Un autore intravede una conclusione, immagina un finale e chiede agli altri di ricostruire la storia. Una fine, tre inizi diversi.

Preserva i libri dalla corruzione; questa volta il Collettivo Dafne ha giocato sul piano sincronico, anziché su quello diacronico. Un autore scrive un racconto completo, finito, pulito, niente pagine grigie; gli altri tre, però, si sentono in dovere di rispondere comunque, e lo riscrivono da un altro punto di vista.

I libri di racconti, solitamente, hanno una modalità di lettura particolare, aperta, concedono una grande libertà al lettore, che può decidere di cominciare dalla fine, dall’inizio, dal centro, saltare intere porzioni. Ebbene, in questo caso l’autore –gli autori, vi hanno risparmiato la fatica di scegliere e lo hanno fatto per voi.

Antonio Spasiano, Andrea Ramazzotti, Lorenzo Rossi Mandatori, Luca Tognocchi: eccolo qui, il Collettivo Dafne. 

Li ho intervistati: sono anche simpatici.

Perché l’alloro?, gli chiedo. Che ingenua. Significa creare una narrazione che superi la morte, mi risponde Antonio. In sostanza, è la consapevolezza dell’inevitabilità della morte, di un’esistenza limitata e allo stesso tempo la volontà, se non il bisogno, di continuare a provarci. Un aspetto che colpisce qualsiasi lettore è il coraggio che c’è dietro questo gioco: ciò che esce dalle proprie dita, per uno scrittore, è sacro, intoccabile. Chi scrive crea con i propri testi un rapporto di malsana possessività, li rende degli oggetti sospesi in aria e, di fatto, inutili. Ci vuole coraggio per “donare” un proprio racconto: significa renderlo, potenzialmente, migliore ma anche peggiore; la condivisione potrebbe indebolirlo, gli faccio notare. Perché lo avete fatto? È questo il rapporto che avete con le vostre opere? Un sano, maturo distacco?

Abbiamo ceduto alla tentazione di giocare, mi rispondono. Amen.

Ci sono stati momenti difficili, complessi, dice Luca. Ma è stato utile. Annuiscono tutti, Lorenzo è pensieroso. Pulisce gli occhiali, stringe gli occhi, mi guarda serio e dice: questo libro ci ha aiutato a superare la sacralità dell’ispirazione. Una sorta di aspirina per l’ansia da prestazione: tutti dovrebbero provarla, prima o poi.

Scrivere in quattro è un’arma a doppio taglio, e leggendo Ricordi dei tempi d’alloro le differenze sono palpabili; ogni autore ha il proprio modo di cogliere le sfumature, descrivere le immagini, interiorizzarle, farle proprie; chi scrive lo fa per mettere nero su bianco ciò che percepisce, e mettersi tra uno scrittore e la propria penna è sempre pericoloso. In un libro del genere, le diversità hanno una doppia faccia; da una parte incoraggiano il gioco, lo alimentano, dall’altra rischiano di restituire un risultato “bipolare”, disomogeneo, quasi disturbante. Ho chiesto ai ragazzi se avessero mai avuto bisogno di correggere qualcosa in questa direzione, gli ho chiesto quanto labor limae ci fosse dietro queste storie. I nostri racconti sono pieni di richiami lessicali, voluti e non. Lavorare insieme significa aiutarsi a vicenda per migliorare se stessi e gli altri, è una sorta di aiuto individuale. Non c’è mai stato niente di slegato o “bipolare”: è la struttura del libro. L’abbiamo voluta e cercata così. In effetti, sfogliando le pagine di questo testo non si ha mai l’impressione di cogliere qualcosa di slegato o fuori contesto: è tutto perfettamente e paradossalmente in ordine, nonostante ogni autore non rinunci neanche per un attimo al proprio stile e alla propria individualità.

Petrarca è stato il collante di questo gruppo e di questo libro, mi dicono. Il tutto è nato veramente come un gioco; un gioco tra amici ma con delle regole ben precise. La prima era che nessuno potesse leggere il finale degli altri prima di aver scritto il proprio; pena, una contaminazione troppo evidente, l’influenza di un’altra penna sulla propria; l’ammissione dell’horror vacui, insomma.

Sempre tutti d’accordo?, gli chiedo. Certo che no. I finali o gli inizi dei nostri racconti erano spesso molto diversi da come noi stessi li immaginavamo; alcune volte abbiamo dovuto correggere qualcosa, limarlo, per non renderlo incoerente rispetto al resto. Ci hanno aiutato i nostri riferimenti, le nostre fonti, tutto sommato simili. La fantascienza e Lovecraft, per Luca e Andrea. Il correlativo oggettivo di Montale ed Eliot, per Lorenzo e Luca. Una scatola di autori, testi letti, libri incamerati, da cui attingere per fare i conti con le proprie parole; un lungo lavoro di studio che ha permesso a questi autori di conoscere le regole per poi, alla fine, ribaltarle. E il risultato non è affatto bipolare, anzi, è quasi miracoloso. Una squadra assolutamente vincente che mette in campo i propri pensieri migliori, che li regala all’altro pur rivendicando in ogni riga le proprie peculiarità, che sono, questa volta sì, sacre. Ecco che quindi Antonio può rendere omaggio alla propria numerologia e al proprio ermetismo, stando tranquillo che gli altri le rispetteranno; può continuare a dare lo stesso nome alla sua protagonista femminile: sempre uguale, con il suo profumo alla rosa e i suoi studi classici; sempre Elena. Non so se lo sai, mi dice, ma nei miei racconti c’è sempre una Elena. Nel Medioevo, ai giorni nostri, in ogni parte del mondo, Elena c’è sempre. Ed è sempre la stessa. Ma quando gli chiedo il perché di questo nome, lui mi guarda con gli occhi socchiusi, sorride e mi dice non lo so; è così e basta. 

E anche Andrea, in questo libro, può rimanere lo stesso: può fare dei pronomi i veri protagonisti dei propri racconti e scambiare, di tanto in tanto, qualche parola con Loro –chiedete all’autore: sarà felice di rispondervi e noi ancor più felici di scaricare su di lui questa enorme responsabilità-; Andrea è il genio, mi dice Luca ridendo. Non ha limiti né paletti mentali, il suo linguaggio si costruisce a partire da frasi quasi disturbanti, da elementi complessi da mettere insieme ma che restituiscono un risultato incredibile. Neanche lui sa bene a cosa si riferiscano; io lo trovo geniale. 

Lorenzo, da parte sua, può verseggiare con la prosa, proseggiare con la poesia, può dare vita a un connubio tra i versi e le parole, può ricreare il ritmo incalzante ed emozionante delle sue poesie: nessuno allungherà le sue frasi. Sono sue, e vanno bene così; Chi è la tua musa?, gli chiedo. La prosa o la poesia? La poesia, mi risponde lui senza esitare. La poesia ha influenzato la mia prosa e la mia vita; soprattutto l’ermetismo. Da lì partono tutte le mie parole.

E Luca, infine, è libero di omaggiare l’arte che gli riesce meglio: la descrizione. Sai, è strano, mi dice. Spesso penso che le mie descrizioni facciano schifo; o meglio, credo di aver imparato a cogliere i dettagli delle cose e a metterli su un foglio di carta, ma quando ho scritto questo libro ancora non ne ero in grado; eppure, non riuscivo a farne  a meno. Luca può immaginare uno scenario e poi inserirvi i propri personaggi, attraverso i cui occhi leggere il mondo, le immagini, le parole, le persone. Può assicurarsi che i suoi battenti siano ben oliati, prima di mettersi a scrivere: nessuno li farà scricchiolare.

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: un gran bell’esperimento. Il libro funziona, scorre bene, è fisicamente bello, profumato, corposo, accattivante. E poi, ha la particolarità di contenere non un solo mondo, ma quattro. E tutti pieni di impercettibili sfumature. Da amanti della lett(erat)ura, leggetelo: è una cosa bella.

Per chi conoscesse l’autrice di questo articolo, sì, ha corso il rischio di essere di parte e di metterci troppa soggettività. Di scrivere un panegirico senza né capo né coda, di lasciarsi trascinare dalle emozioni. La verità, però, è che chi conosce realmente chi ha scritto questo articolo sa anche che non potrebbe mai scrivere di qualcosa che non la riguardi in prima persona; e, soprattutto, che se è riuscita a mantenere un sano distacco scrivendo di Lolita, potrà farlo anche adesso. Perché, indipendentemente da qualsiasi soggettività, Ricordi dei tempi d’alloro è un libro emozionante, intenso, pieno di richiami colti e di intimità; è divertente, in alcuni punti si ha quasi l’impressione di perdersi e di venire travolti, a metà tra un gioco letterario e la realtà. Davvero una bella esperienza.

E se qualcuno avesse ancora dei dubbi sull’obiettività di chi sta scrivendo, allora lo sfidiamo a leggere il libro; e, se non dovesse piacergli, che ci scriva pure un articolo: ben vengano le critiche. L’importante, però, è che stia attento a non cadere nella banalità, l’importante è che la critica sia all’altezza degli elogi –questo perché ogni scrittore, di articoli o libri che sia, è fondamentalmente presuntuoso-. L’importante è essere sempre lettori attenti, scrupolosi e appassionati.

Ma per le ardue solitudini del Parnaso / un dolce amore mi trascina, ha detto qualcuno.

L’importante, diciamo noi, è saper leggere oltre ogni riga.

 

 

 

Come ultimo elemento -spoetizzante, ce ne rendiamo conto, ma necessario-, vi lasciamo tutte le informazioni necessarie per procurarvi il libro. Fatelo.

– Dal 4 Febbraio sarà disponibile e ordinabile in tutte le librerie indipendenti.

– È acquistabile su Ibs e Amazon.

– Domenica 4 Febbraio 2018 alle ore 19:00 ci sarà la prima presentazione del libro al Beba Do Samba, un locale che si trova nel quartiere romano di San Lorenzo.


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