Vi ricordate quando eravate piccoli e accompagnavate la mamma a fare la spesa? Allungare la mano verso i biscotti più burrosi del supermercato non era un problema. Certo, non ci venivano concessi tutti i giorni, ma sicuramente non iniziava una scrupolosa indagine a infrarossi come succede oggi. Non c’è da fidarsi di nessuno nella vita, men che meno delle aziende della grande distribuzione: questo il credo che echeggia tra gli scaffali del supermercato. Eppure qualcosa di cui fidarsi esiste: si chiama bio.

La fogliolina verde che lo contraddistingue – la cosiddetta “Euro-leaf” –  va idolatrata e ricercata con desiderio come l’acqua nel deserto. D’altronde i prodotti che acquistiamo al supermercato non provengono direttamente dall’orto del vicino o dal genuino forno di nonna Concetta. Ecco quindi che avere un simbolo attestante la natura biologica di quello che finirà sulle nostre tavole è un ancora di salvezza in un mare di incertezza.

Un passo indietro è doveroso: che cosa sta ad indicare precisamente quel simbolo verde brillante che il consumatore moderno si impegna a scovare aggirandosi tra gli scaffali con il fiuto del miglior segugio? Il logo è tassativamente da apporre ai prodotti con una percentuale di ingredienti di origine biologica pari almeno al 95%. È invece proibito se la percentuale di ingredienti bio è inferiore. Per ottenere lo status di biologico, ogni prodotto deve percorrere un iter molto rigido e scrupoloso. Le statistiche evidenziano che ogni anno in Italia 47.000 aziende bio certificate vengono sottoposte a ben 70.000 controlli. Bisogna verificarne, ad esempio, il minimo impatto ambientale, la salubrità, l’assenza di OGM e il rispetto dei criteri di certificazione. Una curiosità circa la foglia verde: il logo che oggi tutti noi conosciamo è stato selezionato tra oltre 3400 proposte provenienti d studenti di design dell’intera Unione Europea. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato un giovane tedesco.

Ebbene sì: le foglie verdi del biologico hanno invaso le nostre vite. Ma davvero tutto ciò che è bio è la perfezione mentre tutto il resto è da evitare? Di certo non va abbandonata la controversa realtà del biologico privo di certificazioni. Avevamo appena detto che, per essere considerato biologico, un prodotto deve essere dichiarato tale dall’Unione Europea, non dimentichiamocelo. Vuoi per le ridotte dimensioni aziendali – la certificazione è riservata alle azienda dalla notevole solidità patrimoniale con idonee coperture assicurative e altri crismi del caso – o per l’onerosità finanziaria dell’operazione, molte aziende si trovano però costrette a rinunciare allo sbarco nel mondo del biologico. Ciò a cui spesso non rinunciano è la genuinità dei propri prodotti che rispettano comunque in maniera scrupolosa i criteri di produzione bio. Ecco mele coltivate senza pesticidi, crostate assolutamente prive di ingredienti OGM che, senza l’Euro-leaf scompaiono dalla nostra vista. Non significa che d’ora in poi dovremo fidarci ciecamente della dicitura “bio” sprovvista della foglia comunitaria perché la frode è dietro l’angolo e i casi sempre in aumento. Significa invece essere consumatori consapevoli dell’esistenza di queste realtà aziendali che, non equiparabili a quelle più grandi, rimangono spesso nell’ombra.

 

AGGIORNAMENTO:

Grazie alla segnalazione di AssoBio (Associazione Nazionale delle Imprese di Trasformazione e Distribuzione di Prodotti Biologici), rettifichiamo l’articolo come segue:

  • L’utilizzo del logo e del termine bio/ecologico è obbligatorio per tutti i prodotti di imprese soggette al sistema di controllo per la produzione biologica. Se invece si tratta di prodotti provenienti da paesi extra europei, il logo e il termine sono facoltativi.
  • Gli organi di vigilanza quali NAS, ICQRF sono tenuti a sanzionare qualunque azienda che usi impropriamente logo e termine, non essendo questa all’interno del sistema di controllo.
  • La certificazione in realtà è alla portata di tutti i tipi di aziende, anche di quelle più piccole.
  • Le aziende bio sono in continuo aumento, sia quelle agricole sia quelle di trasformazione.

Di seguito, il messaggio originale di AssoBio, in data 26/01/2018:

Achtung!

L’utilizzo del termine “biologico”, ma anche del solo suffisso “eco” non è ammesso per i prodotti di operatori che non siano soggetti al sistema di controllo per la produzione biologica; l’utilizzo del logo è obbligatorio per tutti i prodotti biologici (salvo che non si tratti di prodotti extra UE (banane, ananas, zucchero di canna, caffè…), per i quali è facolativa.
Gli organi di vigilanza (NAS, ICQRF eccetera) sono tenuti a sanzionare la qualificazione come “bio” di un prodotto da un’azienda che non sia in sistema di controllo, quindi il termine va usato solo da un impresa di cui un organismo di controllo certifichi la veridicità dell’affermazione.

Non è nemmeno esatto che la certificazione sia alla portata solo di aziende particolarmente “danarose”: on-line si trovano i tariffari di qualche organismo di controllo e i calcoli son facili (un’azienda cerealicola di 10 ettari avrebbe un costo da 275 a 360 EUR l’anno; con una resa di 4 tonnellate a ettaro -che non è ne alta nè bassa-, starebbe a dire che su ogni chilo di cereale il costo della certificazione varia da 0,7 centesimi (centesimi) a 0,9 centesimi (centesimi), un importo alla portata non solo di colossi dell’agroalimentare…
Aggiorniamo anche sui “numeri”: al 31.12.2016 le aziende biologiche erano auentate a 72.154 (in gran parte agricole, quelle di trasformazione erano 7.581).
Confermiamo il resto…