Questa foto è diventata un’immagine-simbolo della violenza contro le donne, nonostante non fosse intenzione dell’autrice esporre la fotografia come un atto di denuncia.

L’immagine è un autoritratto della fotografa americana Nan Goldin e il titolo dell’opera ci svela l’accaduto: “Un mese dopo essere stata picchiata”. La foto si inserisce nella grande opera di documentazione che la fotografa ha realizzato sulla propria vita. Il lavoro che ha condotto è di una crudezza disumana: la Goldin non censura nulla, non abbellisce. Non nasconde ciò che è “scomodo”, non filtra per pudore. Espone tutto, anche ciò che la nostra società cerca con tanto sforzo di allontanare da sé. Noi viviamo un’illusione e la Goldin ci “sbatte in faccia” la realtà: questa è anche la vita. Una donna dalla faccia deturpata dalle botte di un uomo. Esiste, e non possiamo voltare la faccia davanti a tali violenze. Perché questa è la realtà di ancora troppe donne nel mondo. Lei è solo una delle tante.

I dati parlano chiaro, secondo l’Istat (Istituto nazionale di statistica), il 31,5 per cento delle donne italiane, tra i 16 e i 70 anni, ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. Questo dato agghiacciante diventa ancora più drammatico in alcuni paesi del mondo.

Quando si studiano queste statistiche bisogna inoltre considerare che non tutte le vittime trovano il coraggio di parlare e di denunciare il responsabile della violenza subita. Perché purtroppo aver subito violenza rappresenta ancora per molte donne, o meglio per la società in cui vivono, un motivo di vergogna. La vittima quindi diventa doppiamente vittima: preda dell’uomo cacciatore e vittima di una società che arriva talvolta a ritenerla responsabile della sua sventura. Pensiamo ad esempio alle frasi “se l’è cercata” o “chissà com’era vestita” …

Torniamo quindi ad osservare l’autoritratto di Nan Goldin. Sembra l’immagine triste di un clown, con quegli occhi cerchiati di macchie violacee, quei capelli cespugliosi che hanno l’aspetto di una parrucca, ed infine quel rossetto rosso acceso sulle labbra, che stride vistosamente con l’immagine triste della donna e con l’ambiente asettico che ci è dato di vedere intorno a lei. Anche le perle finte che porta al collo contrastano con il suo viso deturpato; un ornamento che invece di abbellire ed alleggerire l’immagine sembra quasi renderla più squallida.

Cosa portava Nan Goldin quando ha subito violenza? Forse le perle, che contraddistinguono generalmente la donna borghese? O forse quel rossetto rosso acceso dal tono volgare? Farebbe realmente differenza? Qualsiasi cosa portasse addosso, di qualsiasi colore fosse il suo rossetto o il suo vestito, non si può spostare la colpa dal carnefice alla vittima. La responsabilità resta, e deve rimanere, dell’uomo che non ha rispettato la donna.

“Un mese dopo essere stata picchiata” è un’immagine fortissima perché ci mostra la realtà in tutta la sua dolorosa crudezza. Non ha pretese di artisticità e nemmeno, nelle intenzioni dell’artista, di manifesto contro la violenza di genere. Questa foto è una testimonianza, un atto in favore della memoria, più personale che collettiva, nonostante nel viso della Goldin si possano riconoscere milioni di donne.

Si può paragonare l’opera della fotografa americana a quella del celebre reporter di guerra Robert Capa. Una delle frasi più famose di quest’ultimo recita infatti:

Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”.

Come quest’ultimo, la Goldin non è un voyeur esterno, ma è parte del suo “racconto”. Lei vive in prima persona le storie che racconta, ed anche per questo le sue foto sono così intime. Il suo è un atto estremo di identificazione tra arte e vita. Ci rende partecipi della sua esistenza e ci mostra i suoi scatti, eseguiti come a voler comporre un grande “album di famiglia”. La tecnica della Goldin rimane infatti sempre volutamente amatoriale e le persone che ci mostra sono quelle che hanno fatto parte della sua esistenza privata nella New York underground della fine dell’ultimo secolo.

Ammiriamo il coraggio di questa donna e, come lei, troviamo la forza di parlare (che sia per immagini o per parole) anche di ciò che è scomodo: riconoscere la realtà della violenza sulle donne è infatti il primo passo per poterla sconfiggere.


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