Andy Warhol è passato alla storia come re indiscusso della pop art. Nel background culturale di ciascuno di noi sono presenti alcune sue celebri opere come ad esempio i ritratti di Marylin Monroe oppure il ‘Big Campbell’, raffigurante la lattina di minestra. La sua immagine, caratterizzata da una stravagante eccentricità si è imposta come un’icona della sua epoca. Ma prima di diventare un artista celebrato, riconosciuto e, talvolta, anche dibattuto, Warhol era un pubblicitario.

Dopo aver coltivato il suo talento nel disegno presso il corso d’arte pubblicitaria al Carnegie Institute of Technology di Pittsburgh, la svolta nella vita del giovane Warhol è segnata dal suo trasferimento a New York, nel 1949. Il ragazzo non si è mai perso d’animo e ha inseguito il suo sogno, vivendo in seminterrati e continuando imperterrito a distribuire bozzetti e disegni alle riviste di moda. In breve la sua tenacia è stata ricompensata ed è diventato un disegnatore quotato per riviste del calibro di Vogue, Harper’s Bazar e Glamour. Nel 1955 l’azienda Miller ha assunto Warhol come disegnatore unico per la sua campagna pubblicitaria. Sul New York Times a cadenza settimanale sono stati pubblicati i disegni delle pubblicità Miller creati dall’artista; tutta questa attenzione gli è valsa una certa celebrità nel mondo della moda come disegnatore e soprattutto come creatore di scarpe.

Warhol dunque, durante la sua carriera nel settore della pubblicità ha composto tre raccolte di serigrafie rappresentanti scarpe: Golden Shoes, À la Recherche du Shoe Perdu e Diamond Dust Shoes. L’obiettivo di queste raccolte era innalzare le calzature, tipico oggetto del quotidiano, allo status di opere d’arte, infatti, per questa ragione le scarpe da lui ideate sono cosparse di polvere di diamante, ricche di dettagli preziosi o dedicate a celebrità contemporanee.

À la Recherche du Shoe Perdu, catalogo dedicato alle scarpe di I. Miller, fa riferimento al romanzo di Proust, nel cui titolo ad essere perduto era il tempo. Ciascuna scarpa è accompagnata da una didascalia (concepita dallo scrittore Ralph Pomeroy e scritta dalla madre dell’artista, Julia Warhola) che rivisita un detto o una frase celebre mettendovi come soggetto le scarpe, ad esempio troviamo “to shoe or not to shoe”, reinterpretazione dalla famosissima “to be or not to be” shakespeariana.

In Diamond Dust la tecnica di composizione cambia: anziché creare dei modelli di scarpe, queste vengono riprodotte a partire da delle fotografie. L’assortimento disordinato di scarpe dai vari colori che riempiono uno sfondo scintillante grazie alla polvere di diamante sembra quasi essere una costellazione multicolore.

Il lavoro di Warhol ha disseminato un’infinità di imput estetici, che non sono passati inosservati e che, anzi, sono stati accolti prontamente. Un esempio evidente è ‘the souper dress’, un abito in carta, cellulosa e cotone con stampato il barattolo della Campbell’s soup ripetuto in sequenza.

Anche Gianni Versace nel 1991 ha deciso di celebrare l’artista con un abito che riportava stampato in vari colori i ritratti di Marylin e di James Dean, abito che quest’anno, in occasione della Milano Fashion Week è stato riproposto dalla sorella dello stilista, Donatella. Nel corso degli anni le aziende di moda che si sono ispirate alla pop art e ai disegni di Warhol sono numerose, dimostrando come sempre di più l’arte e la moda vadano di pari passo, influenzandosi a vicenda e confondendosi.