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24 novembre 2017

EGITTO AL MUDEC

EGITTO AL MUDEC

La mostra “Egitto. La straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II” (dal 13-09-17 al 7-01-18 al Mudec) si serve della figura e della scoperta della tomba del Faraone Amenofi II per raccontare l’Età d’Oro dell’Antico Egitto.

La mostra espone reperti provenienti da importantissime collezioni nazionali e internazionali: dal Museo Egizio del Cairo, al Stichting Rijksmuseum van Oudheden di Leida, al Kunsthostorisches Museum di Vienna fino al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, con la fondamentale collaborazione dell’Università di Milano e di molti collezionisti privati. Notate un grande assente? Ebbene sì, il Museo Egizio di Torino non ha partecipato: voci di corridoio parlano di un certo astio tra le due città per via della concorrenza tra “Il Salone del Libro” torinese e la fiera “Tempo di Libri” milanese, ma anche a causa del “furto” della Mostra di Manet della primavera del 2017, che avrebbe dovuto organizzare Torino ma che, con un colpo di coda finale, è riuscita ad ottenere Palazzo Reale.

Ma mettiamo da parte i pettegolezzi e immergiamoci in questo tour guidato della mostra. L’Antico Egitto conta 4000 anni di storia, di solito suddivisi dalla storiografia tradizionale o in ragione delle grandi opere, oppure, ancor più comunemente, in base alle guerre. Il personaggio di Amenofi, che la mostra si propone di approfondire, è stato un faraone amatissimo dal suo popolo, pieno di meriti tra cui anche quello di mantenere la pace nel suo territorio. Ma paradossalmente, proprio per questi motivi la storia gli è passata sopra, rendendolo sconosciuto al di fuori della cerchia degli specialisti.

Ad accoglierci all’ingresso c’è proprio lui, o meglio due statuette del Faraone provenienti dal Cairo che ce lo presentano: la prima raffigura una sfinge con il viso di Amenofi, la seconda il faraone seduto sul trono. Quest’ultima ha dei dettagli significativi, ad esempio la schiena di Amenofi è drittissima; i faraoni davvero si preoccupavano di stare seduti con la schiena più eretta possibile perché era un segnale di buona salute. Era come se il faraone comunicasse a chi lo vedeva “Sono una garanzia, forte anche dal punto di vista fisico”. Le statue per gli egizi avevano un valore spirituale importantissimo, credevano che potessero contenere l’anima di chi vi era raffigurato quando questa si sarebbe staccata dall’ “albergo” del corpo. Gli egizi, inoltre, avevano il culto della muscolatura: non erano un popolo guerrafondaio ma sapevano di dover essere sempre pronti a difendersi. Amenofi, soprattutto, era un faraone particolarmente “palestrato”, lo si può evincere sia dalla statuetta che dal suo sarcofago. Era proprio un appassionato, fanatico della muscolatura, adorava fare sport e trascorrere del tempo all’aria aperta.

Figlio di Thutmosi III, sotto il cui comando il regno raggiunse la sua massima espansione territoriale, si distingue dal padre per non aver intrapreso neppure una guerra. Per la prima volta, con Amenofi II, l’erede diventa faraone con il padre ancora in vita. Dal 1426 a.C infatti, papà e figlio governano gomito a gomito, allo scopo di istruire e formare il successore. Non è l’unico elemento di modernità che contraddistingue Amenofi.  Era un imperatore che sapeva delegare il potere: riuscì a creare una rete di alleanze solide e poteva contare su alti funzionari fidatissimi. Questo perché i figli dell’altissima aristocrazia, faraone compreso, venivano allevati insieme, in una sorta di asilo. Crescendo si sviluppava tra di loro un legame fortissimo, anche considerando che la balia che allattava un bambino ne allattava pure un altro. Nascevano così le “fratellanze di latte”,  ragazzi, quindi, che crescevano come fratelli e con un alto livello di istruzione. A queste persone fidate e preparate Amenofi conferiva incarichi dirigenziali.

Capolavoro di modernità, la ruota a 4 raggi permetteva alla biga di raggiungere anche una velocità di 50km/h, un mezzo che rendeva l’esercito egizio imbattibile. Ritrovata della tomba del comandante dell’esercito, fratello di latte di Amenofi II. Impressionante pensare che a questa evoluzione in Egitto corrisponda, in Grecia, la civiltà Micenea.

 

La seconda stanza racchiude oggetti legati alla quotidianità. I gioielli, come le statue, avevano dei grandi poteri: permettevano alla persona che li indossava di assimilare le qualità di ciò che vi era raffigurato. Stupisce allora trovare il ciondolo di una mosca, un animale infimo per noi. Invece gli egizi, abituati a vedere il meglio in ogni cosa, ne ammiravano la costanza e la perseveranza. Indossare un gioiello con una mosca voleva dire acquisire la sua tenacia.

 

 

 

La cosmetica era equamente diffusa tra donne e uomini, questi quattro cilindretti insieme al bastoncino formano l’odierno kajal. Il pesante trucco nero, tipico dei egiziani, serviva come barriera contro la fortissima luce solare, tanto che anche i neonati venivano truccati così.

 

Il vaso verde era un vaso del buon augurio che conteneva acqua del Nilo e veniva regalato ai propri cari a Capodanno. Il Nilo era venerato come una divinità, tutto l’Egitto viveva grazie al fiume e tutto girava intorno a lui. Il loro Nord corrispondeva al nostro Sud, infatti usavano il Nilo per orientarsi e questo nasceva all’attuale Sud. Anche il calendario era calibrato in base alle sue piene, iniziava infatti il 19 Luglio (per il resto però era simile a quello contemporaneo).

Gli egizi si godevano la vita ma sapevano anche come prepararsi alla morte. La loro cultura non infondeva la paura del trapasso: secondo la loro religione, infatti, avrebbero vissuto nell’aldilà esattamente come sulla terra, anzi, senza più provare dolore fisico. L’unica cosa che temevano erano le cosiddette, “12 ore di buio”, il momento prima di raggiungere l’oltretomba,  in cui dovevano ripulire la loro coscienza in modo da superare la prova del cuore che, pesato dal Dio su una bilancia, doveva risultare più leggero di una piuma. Il celebre Libro dei Morti raccoglie aneddoti e dodici ore di preghiere che non si ripetono mai sul defunto. I vivi lo recitavano in modo da aiutarlo a purificarsi e ad accedere all’aldilà. Anche gli amuleti avevano questa funzione: lo Scarabeo Stercorario era un animale che loro vedevano spingere la sua pallina solamente di giorno (di notte invece spariva sotto la sabbia). Divenne così la forma terrestre del Dio del Sole, pertanto il suo amuleto era un supporto per “superare il buio”. L’Occhio di Horus, invece, rappresenta l’immortalità: secondo la tradizione, Seth,  lo zio dell’amatissimo Dio Horus, reso furioso dall’invidia tentò di ucciderlo strappandogli un occhio, il quale però continuò a funzionare.

La mummificazione era un rito riservato al faraone e agli altissimi dignitari, tutti gli altri venivano sepolti nel deserto (il cui clima e la cui sabbia permettevano comunque una mummificazione naturale). Dal cadavere venivano estratti tutti gli organi e messi nelle famose statuette chiamate “Geni Funerari”, ad eccezione del cuore, che serviva per la prova divina. Il corpo veniva poi immerso per settimane in una vasca di sale in modo da togliere tutti i liquidi, a ciò seguiva  la mummificazione vera e propria.

La pantera nera viveva ai confini del regno, un animale pauroso il cui colore lo rendeva simbolo della notte. La guida perfetta per accompagnare l’anima durante le 12h di buio. Statua trovata all’interno della tomba di Amenofi II.

Con la riproduzione in scala 1:1 della tomba di Amenofi siamo arrivati alla fine del nostro percorso e una menzione d’onore va all’archeologo francese Victor Loret, il quale ha scoperto, nel 1898, la tomba inviolata di questo straordinario faraone. Lo studioso ha documentato qualsiasi dettaglio, con disegni, documenti e utilizzando l’avanguardistica macchina fotografica. Ha anche scritto un diario personale in cui racconta tutte le emozioni e le riflessioni legate alla scoperta della sua vita. Le moderne tecnologie hanno confermato come veritieri tutti i dati da lui trascritti.

 

Questa piccola guida non è che un assaggio di quello che questa consigliatissima mostra ha da offrire!

 

Credits: Immagini nel testo (Giulia A. Biffi); Immagine di Copertina (Pixabay 1)

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