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16 dicembre 2017

La Tunisia si avvia a cancellare il matrimonio riparatore

La Tunisia si avvia a cancellare il matrimonio riparatore

Per la società occidentale è facile dimenticare che quei Paesi ambiti per i propri viaggi, paesi considerati mete turistiche da sogno, possano riservare ai propri cittadini delle sofferenze intollerabili. È quanto avviene in Paesi a noi vicini, come la Tunisia o il Marocco.

In questi Stati vige ancora un’attenuante garantita dalla legge che prevede la cancellazione della pena nel caso in cui lo stupratore sposi la donna di cui ha abusato.

La donna in questa equazione non viene ovviamente interpellata né considerata. Ciò che conta è la salvaguarda del maschio che, secondo la mentalità comune, merita di potersi redimere e riparare al danno, prendendo in moglie la sua vittima. È questa un’idea aberrante, una considerazione della donna come un semplice oggetto. Come se l’uomo fosse un bambino che, dopo aver giocato con un pupazzo non suo ed averlo rotto, venisse perdonato se accettasse di prenderlo e portarselo a casa.

La società occidentale non è stata migliore in questo. Il matrimonio riparatore è stata una pratica diffusa in Italia fino a pochi anni fa, quando nel 1967 il caso di Franca Viola fece scandalo per il rifiuto della giovane di sposare il proprio aggressore. Quell’episodio scatenò un dibattito che portò a riconsiderare le leggi in merito al matrimonio riparatore e, nel 1996 – 29 anni dopo – alla revisione della legge italiana, che ancora considerava lo stupro come un delitto contro la morale e non un crimine contro la persona. Storia recente.

In Tunisia sembra che la politica (o quantomeno la legge) stia aprendo gli occhi su questo stato di cose inaccettabile. È da poco infatti passata una legge che dovrebbe riscrivere il codice penale e cancellare questa aberrazione.

Ma non solo.

In Tunisia la mentalità è ancora maschilista e la condizione femminile è molto complessa. Le discriminazioni avvengono in ogni ambito, da quello sociale a quello lavorativo. Essere donne in Tunisia implica la consapevolezza di una disparità tangibile. Anche per questo motivo ad esempio, per il pensiero comune che le donne siano meno ed abbiano valore solo in funzione dell’uomo, e sostenuti dalla consapevolezza che la legge sia dalla parte del maschio, i casi di molestie negli spazi pubblici sono tanti. Troppi. Ma le cose potrebbero cambiare.

43 articoli divisi in 5 capitoli potrebbero essere l’inizio per una rivoluzione culturale, 43 articoli che dovrebbero cancellare quella misoginia legalizzata imperante ancora oggi. Al loro interno sono infatti previste norme per la tutela delle donne sia nelle questioni di parità di genere, che nella tutela della persona: multe per i molestatori e cancellazione della norma che legalizza il matrimonio riparatore, oltre che altre considerazioni in merito alla disparità di genere.

In Marocco le cose si stanno invece già muovendo dal 2012, quando il caso della giovane Amina fece inorridire il mondo. La sedicenne ingerì volontariamente del veleno per topi, preferendo le morte al matrimonio forzato con l’uomo che l’aveva violentata.

Il suo caso portò ad una mobilitazione di associazioni per i diritti umani come Amnesty International, che sostennero la raccolta firme della ONG Avaaz, per spingere il parlamento ad una revisione delle leggi vigenti nel paese. Nel 2014 venne ottenuta la cancellazione della legge in merito al matrimonio riparatore, ma la strada è ancora lunga.

In un mondo in cui è ancora previsto che una violenza sessuale venga punita con lo stupro di un familiare dell’aggressore (Pakistan) o dove una donna che giri da sola, di sera, è considerato un comportamento che merita lo stupro (India), ogni passo è importante. È il segno che qualcosa si sta muovendo, seppur lentamente, e che le grida silenziose o inascoltate di migliaia di donne, vittime quotidiane di una realtà che non riescono a mutare, riescano invece ad essere udite

 

Fonti: ilfattoquotidianolastampahuffingtonpost, repubblica, repubblica

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