Il 1922 è un anno fondamentale per la letteratura inglese e occidentale. In questa data fanno la loro apparizione due opere rivoluzionarie che apriranno la strada al modernismo: la Waste Land di Eliot e Ulysses di Joyce. A caratterizzare la novità di questi due capolavori è quello che lo stesso Eliot definisce come “metodo mitico”. Ecco cosa scrive nel recensire il romanzo di Joyce:

Nell’usare il mito, nel manipolare un continuo parallelismo tra il mondo contemporaneo e il mondo antico, Joyce sta seguendo un metodo che altri devono seguire dopo di lui […]. E’ semplicemente un modo di controllare, ordinare, dare forma e significato all’immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea […]. Invece del metodo narrativo, noi possiamo ora usare il metodo mitico.

La tecnica stilistica invocata da Eliot non segue più una logica sequenziale e una progressione narrativa. Il metodo mitico consiste cioè nel mettere in relazione tra loro presente e passato, realtà e mito creando così un significato a livello intertestuale. Si arriva dunque ad una rottura con le forme di una letteratura ancora “vittoriana”. I tradizionali percorsi narrativi sono incompatibili con la caotica realtà uscita dal conflitto mondiale. Raccontare diviene impossibile poiché ogni storia rivela la propria insignificanza.

Il ricorso alla tradizione letteraria e filosofica (non esclusivamente occidentale), che irrompe nel testo in citazioni a volte criptiche, è l’unico tentativo possibile per dare un senso a quell’incubo che è la storia, per citare Joyce. Lo scrittore non può far altro che mostrare il nesso che collega il presente alla stratificata tradizione mitica, letteraria e antropologica.

In questo senso, i frammenti testuali della Waste Land rappresentano le rovine del mondo occidentale post-bellico. Il capolavoro eliotiano è costruito sulle reliquie parodizzate, mutilate e demitizzate dei grandi testi della letteratura mondiale. Si crea uno spazio intertestuale in cui il significato è frammentato in una dimensione spaziale multipla. Si ha quindi un polistilismo, un’alternanza di registri e il continuo ricorso a citazioni e allusioni.

Il risultato è paragonabile ad un caotico collage. Eliot (insieme al Pound dei Cantos) inventa un’organizzazione testuale del caos. La sua opera di decostruzione si situa all’interno della tradizione e della cultura borghese, fa propri i codici e gli stereotipi del mondo in crisi e li riutilizza per rappresentare il dramma moderno della sterilità richiamando i miti arturiani del Graal.

Eliot aveva messo a punto il metodo mitico già a partire dalla produzione giovanile e precedente alla Waste Land. In Prufrock  and Other Observations e nei Poems 1920 compaiono le novità stilistiche che caratterizzeranno la Waste Land. Assistiamo all’opposizione tra passato e presente, all’alternanza di schemi tragici con motivi farseschi e satirici.

Ma è l’incontro con Pound a definire meglio il ricorso al metodo mitico. L’autore dei Cantos infatti fu per così dire l’editor della Waste Land. Pound intervenne pesantemente sul manoscritto originale del poema eliminandone gran parte contribuendo così a creare quello stile che presenta forti analogie con il magma linguistico e stilistico dei Cantos. L’intervento di Pound rese il testo ancora più frammentario tagliando tutte quelle parti ritenute estranee alla logica del metodo mitico.

Le opere moderniste sono quasi per antonomasia oscure e complesse e ricevettero varie critiche a riguardo. E’ indubbio però il contributo che offrirono all’arte novecentesca. A distanza di quasi cento anni, le analisi dei vari Eliot e Joyce sul mondo e sull’uomo risultano profetiche e attuali. La Waste Land è il poema della modernità per eccellenza ed Eliot, come suggerisce Montale, riesce a “dire in dieci parole ciò che un poeta romantico avrebbe detto in cento”.

Fonti: Alessandro Serpieri, Introduzione in La terra desolata, T.S. Eliot, BUR.

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