Il viandante setacciò col bastone i cespugli che serravano il passaggio e una nube di insetti ronzanti ne uscì terrorizzata.
Si liberò la strada appiattendo i rovi che aveva appena smosso, i quali si lamentarono con crepitanti scricchiolii prima di cedere sotto il peso dei suoi passi.
Riprese a scalare l’angusto sentiero che costeggiava un profondo e minaccioso precipizio, diretto verso la vetta dell’aspro promontorio dominato dalle rovine d’un’antica fortificazione medievale, le cui guglie decrepite svettavano imponenti nonostante l’incessante corrosione del Tempo.
Le ombre avanzavano irrefrenabili come una cavalleria in corsa, conquistando ogni anfratto dell’altura e opprimendola in un mare di tenebre, mentre l’orizzonte soffocava gl’ultimi raggi e il Sole perdeva l’ennesima battaglia con la Notte.
Il terreno, bagnato e scivoloso, gli cedeva sotto i piedi e per poco non cadde quando innanzi ai suoi occhi si disvelarono i resti fatiscenti del portale che in epoche remote permetteva l’ingresso all’inespugnabile borgo.
Ora una radura di terra bruciata segnava la vetta del promontorio come una profonda cicatrice, e soltanto macerie e detriti restavano della cittadella che fu.
Tra essi il viandante si muoveva, ammassi di mura e pietra grezza, lapidi che coprivano un passato oscuro su cui nessuno storico aveva ancora portato luce.
Ma ciò che gl’interessava trovare, prima che il buio imprimesse definitivamente il suo marchio sul Mondo, erano i pilastri e le volte della chiesa che un tempo scandagliava il ritmo delle ore con i rintocchi delle sue campane.
Ed ecco che apparvero sul nero sfondo, illuminati da una tremolante luce spettrale d’un focolare acceso proprio al centro di quelle rovine.
Il viandante si fermò un momento, indeciso se procedere verso quella nera figura che sostava proprio innanzi al fuoco, ma osservando le tenebre avanzanti capì di non avere altra scelta.
Accelerò il passo fino a trovarsi a pochi passi da ciò che restava dell’antica chiesa cittadina: mura squarciate e annerite dal fuoco, su cui s’intravedeva l’ombra di qualche affresco vessato dalle intemperie, travi e tegole cadute dal tetto, ormai sostituito dalla volta celeste, frammenti di pavimentazione ghermiti da muschio ed erbacce.
Lì dove una volta torreggiava la cappella dell’edificio sacro, seduto tra i resti dell’altare ormai distrutto, giaceva un vecchio la cui pelle sembrava segnata dal Tempo almeno quanto i ruderi del borgo medievale.
Buonasera” bisbigliò, con voce rauca, smuovendo con un legno i carboni ardenti che risposero sfavillando ceneri e scintille.
“Buonasera, posso unirmi al suo bivacco?”
“Ma certamente.”
Il viandante si sedette su un blocco di pietra poco distante dal fuoco e posò il pesante zaino da campeggio; da esso prese del cibò in scatola e cominciò a mangiarne.
“Vuole?” offrì al vecchio, ma questo silenziosamente rifiutò.
Il viandante lo osservò meglio. Una fila di capelli sudici capelli grigi gli incoronava il viso, pallido e emaciato, coperto da rughe e cicatrici.
Questi di ricambio gli sorrise, portando alla luce due file di gengive annerite e ormai prive di dentatura, fatta eccezione di qualche sporadico dente marcio che sbucava tra uno spazio vuoto e l’altro.
“Cosa ti porta in questo angolo dimenticato da Dio?”
“Questo angolo dimenticato da Dio è proprio ciò che mi ha portato qui.”
“Ah sì? E cosa ti interessa di questo posto?”
“La sua storia, il suo mistero.”
“Ah, la sua storia… certo, potrei raccontarti molto su questo argomento.”
“Non è possibile, nessuno sa nulla del declino del borgo. Gli annali tramandano soltanto di un grande incendio le cui fiamme illuminarono l’intero monte come una grande torcia. Nessuno si salvò, nessuno poté raccontare quanto accaduto.”
E se qualcuno si fosse salvato? Se avesse iniziato a tramandare la storia in gran segreto, di bocca in bocca, affinché giungesse fino a noi, qui seduti innanzi a questo insignificante focolare?”
“Se così fosse sarebbe una gran bella storia. Ma, sentiamo, se è stata tramandata per secoli e secoli, come mai non è riuscita a finire su alcun libro di storia? Come mai nessuno l’ha mai messa per iscritto.”
“Oh, non ti preoccupare, alla fine del racconto capirai, e comprenderai perché non tutte le storie possono essere scritte. Ora ascoltami, e apprenderai cosa accadde ottocento anni fa, prima che le fiamme ghermissero la terra su cui ora sediamo.
In quell’epoca questo borgo era uno dei più fiorenti di tutto il regno. Inespugnabile, grazie alla sua posizione elevata, auto sussistente per via delle numerose coltivazioni e soprattutto ricco, per i grandi giacimenti di metalli da qui poco distanti.
Tutto sembrava procedere per il verso giusto e la pace regnava sovrana, finché non arrivarono loro. I briganti. Certo, ogni città ha i suoi briganti, ma nessuna ne aveva conosciuti di così terribili per le loro crudeltà e nefandezze.
Sembrarono cominciare per divertimento, uccidendo qualche capo di bestiame e saccheggiando qualche casa contadina fuori dalle mura; ma questo fu solo un preludio, poiché le loro brame erano ben superiori e ben superiore era il sacrifizio di sangue che poteva soddisfarli.
Fu così che cominciarono i primi omicidi. Prima un uomo, un anziano agricoltore, fu trovato morto nello stesso campo che da anni e anni coltivava, ucciso con gli stessi attrezzi che fino a quel giorno gli avevano permesso la vita.
Pochi giorni dopo le vittime si moltiplicarono. Questa volta marito e moglie, trovati nel loro letto con inoppugnabili segni di abusi sui loro corpi.
Le genti fuori dalle mura cominciarono a indispettirsi, a richiedere al principe maggiore protezione, maggiore sicurezza.
Ma le violenze non cessarono e nessuno veniva risparmiato; altri soprusi, altri omicidi, sempre più efferati, crudeli, atroci, e quando di mezzo vi finirono pure i bambini fu impossibile gestire il fervore popolare, sia fuori sia dentro le mura.
Il principe allora, con il benemerito del parroco della città, si vide costretto a vagliare un efficace piano di difesa.
Indette ronde popolari, la cui efficacia superava di gran lunga quella delle sue milizie, e si assicurò che ogni territorio nei dintorni fosse efficacemente controllato dai suoi uomini.
Ad infervorare gli animi del popolo ci pensò il parroco durante la sua domenicale omelia.

E così tra i cittadini diffuse l’idea che il Bene non avrebbe mai potuto contrastare efficacemente il Male, poiché costui s’avvale di mezzi nettamente superiori per forza e potenza, poiché il Bene non agisce ma sopporta e basta. No, per contrastare quel Male v’era bisogno d’un Male ancor più grande, fomentato dalla loro collera e lecitamente giustificato dagli orrori commessi da quella banda di balordi. Un Male asservito al Bene, che portasse giustizia lì dove l’ordine era stato infranto, con la stessa ferocia con cui i briganti attentavano alla loro pace.
Così tutti si armarono come meglio poterono, disseminarono trappole, pregarono il Signore Onnipotente affinché la sua ira si abbattesse su coloro che osavano sfidarne compassione.
Per pochi giorni ancora non cessarono i crimini, ma di lì a poco tempo la nuova misura difensiva diede i suoi frutti.
Nel cuore della notte una ronda popolare sentì un forte lamento provenire da una casa poco distante dalle mura; presto vi si precipitarono e, catturato da una trappola per lupi, trovarono un uomo che si dimenava dal dolore, gravemente ferito ad una gamba.
I suoi vestiti erano ricoperti di sangue, addosso gli trovarono dell’oro trafugato.
Precipitatasi alla casa a cui apparteneva quell’appezzamento di terra, la ronda trovò i cadaveri dei contadini orrendamente mutilati, a conferma dell’identità dell’uomo rinvenuto lì fuori, nel campo.
A stento i cittadini riuscirono a trattenere la rabbia e a trascinare il bandito dinnanzi al loro principe; a tutti infatti era chiaro che non poteva essere egli soltanto l’artefice di quella serie disumana di delitti.
Condotto nelle segrete del forte e minacciato con i peggiori strumenti di tortura, il bandito non ci mise molto a parlare e presto rivelò il luogo del nascondiglio in cui lui e i suoi complici si celavano durante le ore del giorno.
Presto le milizie si armarono e si diressero verso il luogo indicatogli, seguite in massa da una folla inferocita bramosa di vendetta.
In una grotta nascosta dai rovi, giacenti nei loro letti di paglia e ubriachi di birra e di vino trovarono un gruppo di sei banditi, dai vestiti sudici di sangue e fango.
Colti di soprassalto non ebbero nemmeno il tempo di reagire e di imbracciare le armi, ma senza troppa resistenza furono catturati e condotti dietro le mura, mente la folla inferocita aumentava ad ogni passo la propria indignazione.
Anche loro furono condotti dinnanzi al principe, che per l’occasione aveva indetto un’udienza pubblica di modo che fosse il popolo a decidere le sorti di quegli sporchi assassini.
Le grida erano molte, così come i pareri discordanti; chi desiderava l’impiccagione, chi la scure del boia, chi le segrete a vita.
Ma tutte queste soluzioni non bastavano a soddisfare il tributo di dolore bramato dal ventre della gente.

Occorreva qualcosa di più lento, meditato ma che allo stesso tempo fosse sotto gl’occhi di tutti.
La genialità del Male supera di gran lunga quella del Bene, ed infine optarono per una pena mai adottata prima d’allora, inventata al momento per soddisfare il loro bisogno di sangue.
I banditi erano sette, si poteva forse sprecare sette vite tutte d’un giorno? No, la loro morte sarebbe stata lenta e dolorosa.
Un tributo al giorno avrebbero offerto al Signore e la sofferenza d’ogni bandito sarebbe durata per tutto l’arco della giornata, in pubblica piazza innanzi agl’occhi di tutti.
Legati ad un palo, seviziati dai passanti sino al sopraggiungere della morte, questa sarebbe stata la loro tortura.
Oh, e agli occhi della gente non pareva una crudeltà, bensì un dono! Col dolore della carne i banditi avrebbero espiato le loro pene, per il loro bene lo facevano, per assicurargli una qualche vaga speranza di accedere alle porte del purgatorio!
Per i successivi sei giorni copiosi rigoli di sangue si diffusero lungo i ciottoli del borgo, proprio innanzi alla chiesa di cui ora osserviamo i resti e da cui il parroco osservava e benediceva il dolore del corpo. Penitenziagite! Gridava, brandendo un grosso crocefisso di legno.
Inebriati dal sangue come iene intorno a una carcassa, in massa i cittadini convergevano a partecipar allo spettacolo, ognuno portando gli strumenti di tortura più originali e bizzarri, mentre le urla dei banditi si diffondevano nei dintorni.
Per i sei giorni seguenti i morti si accatastarono attorno a quel palo, cosicché il settimo giorno l’ultimo bandito dovette anche subire il terribile tanfo della decomposizione, a cui ormai la gente s’era abituata.
L’ultimo bandito! Pensarono principe, parroco e sudditi giunti al giorno sacro al Signore, occorre concludere in gran stile!
Il parroco ordinò ad ognuno di portare legna da ardere d’accatastare intorno alle vittime, dimodoché fosse il fuoco a portare l’eterna purificazione, affinché l’ultima anima ascendesse al Cielo insieme alle fiamme ed al fumo.
Dentro e fuori le mura fu molto il fermento e la notte, quando ormai l’ultimo bandito era ridotto a una massa di sangue e carne, l’intero villaggio era riunito intorno alla pira, ad attendere il falò purificatore.
Giunse infine il parroco, accompagnato dal principe, e benedisse i cadaveri, il sofferente e i fedeli; chiamò a sé la torcia che avrebbe appiccato il gran fuoco, e dopo una lunga preghiera la gettò sulle sterpi ed i rovi.
In un lampo in essi attecchirono le fiamme, si diffusero in tutta la pira come un terribile morbo mentre in cima, legato al palo, il bandito gridava per l’insopportabile dolore.
Negl’occhi di tutti si riflettevano le fiamme, ormai più alte delle torri del castello.
Ma quando le grida di morte cessarono ed un odore dolciastro si diffuse nell’aria, un vento fortissimo cominciò a spirare, dando al fuoco immenso vigore.
Detriti ardenti si sollevarono nell’aria, attecchendo in un attimo sui tetti delle case.
Come una scia di formiche interrotta dal sadico gioco d’un bambino, la massa di cittadini cominciò a dissolversi e a correre confusa, generando un ingorgo di grande disordine.
Le fiamme avanzavano fomentate dal vento, conquistarono la chiesa, le strade, le case, ogni cosa divenne un ceppo del grande falò mentre le grida delle vittime arse vive tormentavano la notte con i loro gemiti.
Presto i superstiti si ammassarono intorno al portone, ma questo era bloccato e nessuno era in grado di aprirlo!
Soffocati dal fuoco, dalle fiamme, dal dolore, dopo una lenta agonia tutti le genti accorse ad assistere alla condanna divennero partecipi del loro stesso spettacolo.”
“Ma allora, chi si salvò, se nessuno trovò via di fuga?”
“Oh, vi fu un superstite. Un unico superstite, il maggior responsabile di tutto.

Il parroco della chiesa corse alle segrete, nel sottosuolo, e sbarrò dietro di sé il portone di ferro, sperando che le fiamme non lo raggiungessero in quel luogo freddo e umido.
E infatti così accadde; il fuoco non lo raggiunse nelle viscere del terreno. Ma una cosa non aveva messo in conto.
Quando sentì cessare ogni grida di dolore e una fitta pioggia cadere dal cielo, il parroco si avvicinò alla porta di spesso ferro, ma v’era un problema.
Il calore sprigionato da quell’immenso incendio aveva fuso i cardini al muro, il portone era ormai serrato per sempre.
Tante furono le sue grida disperate, ma nessuno mai le udì. Per settimane il parroco rimase intrappolato nelle segrete, cibandosi dei ratti che affollavano il buio, finché la morte non sopraggiunse anche per lui, ed egli stesso non divenne cibo per ratti.”
Il silenzio calò tra i due uomini riuniti intorno al falò, che nel frattempo s’era fatto sempre più fioco, fino a diventare un tenue barlume che a malapena illuminava i loro volti.
“Mi scusi” lo interruppe il viandante, “ma se l’unico superstite è spirato nelle segrete, chi ha tramandato la sua storia?
“Vi sono molte forme di mortalità, la più tremenda è quella che dura per sempre.”
Quando il vecchio bisbigliò queste ultime parole, la fiamma tremolante si spense definitivamente ed il silenzio riconquistò la terra sottrattagli.
Il viandante, intimorito, tentò di soffiare sulle ceneri ardenti, ma queste si dissolsero in una nube di polvere e le tenebre e l’oblio lo avvolsero intorno.
Celermente, dallo zaino estrasse un accendino, ma quando il tenue bagliore della sua fiamma illuminò la notte, niente vi era innanzi ai suoi occhi, nessun fuoco, nessun vecchio.

Tratto da Leggende, di Daniele Palmieri, edito da La Caravella

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Di Daniele Palmieri

 

 

 

 

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