Nel 1975 Peter Singer pubblica un libro destinato ad avere risonanza mondiale: Liberazione animale, manifesto di un’ondata di mobilitazione volta se non ad eliminare, a limitare i danni di secoli di cultura specista. Strutturato in sei capitoli, offre un’ampia disanima dell’impiego degli animali nell’ambito della ricerca -scientifica, militare, psicologica-, del funzionamento dell’industria alimentare, e non meno importante, dell’origine e della distorsione di quei principi etici volti a giustificare trattamenti raccapriccianti.

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Uno dei tanti casi descritti da Singer è quello del “Progetto X”, all’inizio del secondo capitolo (di cui esiste un omonimo film a tinte meno fosche del reale): nell’esperimento in questione le scimmie vengono collocate su di un sedile installato su una piattaforma, detta “PEP” (Piattaforma di equilibrio per primati) che si può far rollare come un aereo, di fronte a loro una barra di comando consente di riportare la piattaforma in posizione orizzontale. Nella “fase I” le scimmie vengono immobilizzate sul sedile della PEP per un’ora al giorno per un periodo di cinque giorni, fino a che non stanno sedute tranquillamente. Nella seconda fase il sedile viene inclinato in avanti e alle scimmie vengono somministrate scosse elettriche che queste devono far cessare toccando la mano guantata dell’addestratore posta sulla leva, dopodiché negli sviluppi successivi le scimmie vengono addestrate a manovre sempre più difficili per evitare le scosse, fino a che nell’ultima fase non vengono esposte a dosi letali o subletali di radiazioni o ad agenti per la guerra chimica, per vedere quanto possono continuare a “pilotare” la piattaforma. Scopo ufficiale dell’esperimento è infatti quello di monitorare quanto radiazioni ed agenti per la guerra chimica possano influenzare la capacità di pilotare, ed emblematico è il fatto che il dottor Donald Barnes, per diversi anni ricercatore capo della Scuola di medicina aerospaziale dell’aviazione militare degli Stati Uniti, abbia esposto le sue perplessità al comandante della Scuola, il dottor Roy DeHart, ritenendo improbabile che in caso di un confronto nucleare ci si potesse rifare a grafici desunti da studi sulle scimmie rhesus.

Esperimento dunque dal dubbio valore epistemologico, come uno dei più noti test di tossicità, “L-50” (sigla che sta per “dose letale al 50 percento”), dove gli animali vengono costretti ad ingerire quantità letali della sostanza studiata, che in casi di scarsa tossicità è enorme (come nel caso della carta), lasciando perplessi riguardo a circostanze di utilizzo analoghe da parte degli umani (nemmeno le più folli challange su Youtube prescriverebbero impieghi simili), o come il far morire conigli su lastre di vetro poste sopra mattoni cocenti per desumerne la brillante constatazione (parola di scienziato) che i risultati indicano: “l’importanza di mantenere bassa la temperatura in quei casi in cui si manifesta la tendenza a raggiungere livelli eccessivi”. Geniale.

Per dare un esempio delle efferatezze perpetrate in ambito psicologico citiamo il caso in cui degli studiosi, Harlow e Suomi, illustrano in un articolo come ebbero “l’affascinante idea” di indurre la depressione “facendo sì che i piccoli di scimmia si attaccassero a surrogati materni di stoffa che potevano diventare mostri“:

“Il primo di questi mostri era una madre scimmia di stoffa che, in momenti prestabiliti oppure a comando, emetteva aria compressa ad alta pressione in grado virtualmente di strappar via la pelle dal corpo. Che cosa faceva la piccola scimmia? Semplicemente si avvinghiava sempre di più alla madre, perché un piccolo spaventato si attacca alla madre a tutti i costi. […] Il terzo mostro che costruimmo aveva all’interno del corpo un’armatura di filo metallico che scattava in avanti scagliando via la scimmietta dalla sua superficie ventrale. Il piccolo allora si risollevava da terra, aspettava che l’armatura rientrasse nel corpo di stoffa, e poi si riattaccava al surrogato. Infine, costruimmo la nostra madre porcospino. A comando, questa madre emetteva aculei d’ottone da tutta la superficie ventrale del suo corpo. Benché angosciati da queste acuminate ripulse, i piccoli si limitavano ad aspettare che gli aculei rientrassero e poi tornavano ad avvinghiarsi alla madre.”

Per commentare questo passaggio possiamo usare una testimonianza proveniente dalla psicologia stessa, quella di Seligman, comparsa sul New Scientist, che sebbene si riferisca agli studi da lui compiuti sui ratti ben si adatta:

“Quando, quindici anni fa, presentai domanda di iscrizione a un corso di laurea in psicologia, un esaminatore dal carattere gelido, egli stesso psicologo, mi interrogò minutamente sulle mie motivazioni e mi chiese cosa fosse a mio parere la psicologia, e di cosa si occupasse. […] gli risposi che la psicologia era lo studio della mente, e che gli esseri umani erano la sua materia prima. Con un grido di giubilo per essere riuscito a sconfiggermi così facilmente, l’esaminatore dichiarò che gli psicologi non erano interessati alla mente, che i ratti, e non le persone, erano l’oggetto principe dell’indagine, e infine mi consigliò caldamente di trottare fino all’istituto di filosofia alla porta accanto…”.

Un’ampia discussione sarebbe d’aprire anche riguardo alle numerose atrocità legate all’industria alimentare: tra privazioni di cibo e acqua (spesso volontarie come nel caso dei vitelli, costretti ad una dieta di soli liquidi in modo che le loro carni risultino anemiche e tenere), di spazio vitale nel senso letterale del termine (anche solo per potersi girare), di appoggi adatti alle zampe degli uccelli, nella completa violazione di qualsiasi istinto naturale, nell’allucinata convinzione faustiana che in quanto razza dominante sul pianeta siamo legittimati non solo a mangiare gli altri animali (punto che per quanto enfatizzato non è il più pregnante), ma a costringerli ad una vita di miseria, in cui la norma è tagliare i becchi degli uccelli che impazziti si danno al cannibalismo, o le corna, o le code, un taglio a tutto insomma tranne che alla volontà di tiranneggiare.

Dal 1975 ad oggi molti sono stati i passi in avanti, anche per merito di questo illuminante libro di Peter Singer, alla cui persona sempre andrà il merito di questa lucida e minuziosissima raccolta ed analisi di fonti. Siamo tuttavia lontani dal cacciare le ombre dell’istanza specista incondizionata ed incontrollata, lontani da quella voce che dal pensiero ebraico a quello greco, a quello cristiano, arrivando a quello illuminista, ci invita a servirci degli animali in modo indiscriminato ed impunito. Eppure è bene pensare che grazie ad uno spirito critico e al lavoro di personalità del calibro di Singer si possa arrivare, grado per grado, ad un trattamento degli animali più “umano”, da parte di un’ umanità che non è già data ma che va sempre costruendosi.

Un articolo di Valentina Nicole Savino

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