Presentato in concorso a Cannes 2016, e vincitore come migliore film straniero ai Golden Globes di quest’anno, Elle di Peter Verhoeven è un film ambiguo e scioccante che porta lo spettatore a mettere in questione tutto quello che pensa, lasciandolo stupefatto e a volte inorridito, ma invitandolo sempre a riflettere.

La magnifica Isabelle Huppert è Michèle Le Blanc, donna indipendente e ricca, direttrice di un’azienda che sviluppa videogiochi, e che un giorno viene violentata in casa propria da un aggressore mascherato. Dopo la violazione del proprio corpo -forse il fatto più disgustoso, degradante ed orribile che possa accadere non solo ad una donna, ma a qualsiasi essere umano- ci si aspetterebbe rabbia, voglia di riscatto e vendetta da parte della vittima. Fin da subito però comprendiamo che questo film non soddisferà le nostre aspettative: Michèle rifiuta di essere la vittima ed affronta la situazione in maniera inquietantemente distaccata, quasi apatica. Quel che le è successo è successo, e non ha intenzione di far fermare la propria vita da un fatto che non può cambiare. La stessa dichiarazione dello stupro ai suoi amici è talmente paradossale ed asettica da rasentare la comicità noire.

Michèle: “Non so bene come dirlo, ma… credo di essere stata stuprata.”[arriva il cameriere con una costosa bottiglia di champagne che avevano ordinato] Robert: “Molto bene! (si guarda intorno) Aspetti cinque minuti prima di aprirlo”

La violenza però non si ferma al “solo” stupro, ma incomincia a manifestarsi in vero e proprio stalking da parte dell’aggressore, che le manda sms in riferimento all’aggressione sessuale, ed entra in casa sua per lasciarle messaggi orribili. A ciò si aggiunge al lavoro un episodio raccapricciante- soprattutto data la situazione- che mira a degradarla e minarne l’autorità. Ma anche di fronte a queste ulteriori violazioni della sua intimità, la protagonista dimostra un comportamento così lucido da sembrare perverso, quasi che il peggior incubo di qualsiasi donna e il trattamento sessista dei suoi collaboratori a lei invece non toccasse minimamente.

Pian piano incominciamo a comprendere infatti che il vero mistero di questo film- un thriller a tutti gli effetti come solo il regista di Basic Instinct poteva creare- non è tanto la scoperta di chi sia l’aggressore, quanto la comprensione del personaggio così ambiguo ed effettivamente incomprensibile di Michèle, una donna particolarmente forte, borghese affermata, ma segnata da un passato oscuro. Quando aveva solo dieci anni il padre infatti compiette un crimine indicibile, che sembra essere la causa del cinismo misto ad apatia della figlia. Ma Michèle non è solo insolitamente cinica, è anche a tratti crudele, soprattutto con le persone a lei più vicine, come la madre o il figlio, che critica apertamente ed aspramente, o con la migliore amica, del cui marito è amante.

Il comportamento di Michèle è così moralmente dubbio – dominato dall’adulterio, sfruttamento dell’immagine femminile per le vendite dei videogiochi ed altro- che seppur si arrivi ad empatizzare con lei per l’accaduto, spesso si fa fatica davvero a vederla come vittima, ma semmai come carnefice. È proprio questa sua dubbia moralità però a differenziarla apertamente da chi la circonda: gli altri – e soprattutto gli uomini, che a lei piace usare- agli occhi di Michèle sono deboli e ridicoli; lei che invece è pressoché intoccabile e sa sempre come rialzarsi in piedi, rifiutando le etichette sociali che le verrebbero imposte, una su tutte quella della vittima.

Michèle assume in qualche modo il ruolo di giudice di un milieu sociale che le appartiene completamente, ma che è così ipocrita ed insulso nella sua piccolezza. Ella assume in un certo senso un ruolo simile a quello del suo gatto, Marty, che fermo immobile sembra quasi giudicarla mentre la osserva venire stuprata dall’aggressore. E così, noi stessi, gli spettatori, siamo portati a giudicare lei e la sua condotta.

Sarà difficile però che il pubblico sia un giudice così sicuro come Michèle, una vera e propria antieroina, della cui vita e comportamento non si può davvero trarre una conclusione univoca. E il film del resto è caratterizzato dalla stessa ambiguità dettata del suo personaggio principale, diventando un’opera difficilmente inquadrabile. È difficile comprendere se sia un film da condannare per la rappresentazione dello stupro senza una sua diretta condanna o se sia un film da lodare per, ad esempio, la sua capacità di dimostrare una reazione differente, possibile, di una vittima. Del resto, di fronte ad un avvenimento così orribile e personale ognuno reagisce a proprio modo, nonostante la società auspichi che la vittima si faccia avanti denunciando l’aggressore- salvo poi mandarla alla gogna. Ma questa ambiguità pervasiva è proprio la caratteristica del film che lo rende affascinante, misterioso, ma allo stesso tempo ripugnante per alcuni.

La “colpa” della natura del film è inevitabilmente anche  del regista, che non prende posizione: le sue scelte sono estreme, violente e psicologicamente aggressive, ma contemporaneamente oggettive, perché seguono semplicemente l’aggressività degli episodi e il carattere turbato della protagonista. La macchina da presa dunque le si avvicina permettendoci di empatizzare con lei, ma non lasciandoci mai veramente comprendere il suo carattere così allarmantemente anticonformista.

Così, il film ruota tutto attorno a lei (Elle, appunto), lasciandole spazio per affascinarci e disturbarci al tempo stesso. Soprattutto però il film lascia enorme spazio all’interpretazione magistrale di Isabelle Huppert, che se nella finzione ha subito lo stupro, nella realtà ha subito il furto dell’Oscar come migliore attrice.

Per questo, fatevi un favore e guardatelo anche in lingua originale.


CREDITS

  • immagini © 2017 SBS Productions, Twenty Twenty Vision Filmproduktion GmbH, France 2 Cinéma, Entre Chien et Loup

copertina

immagine1

immagine2