di Francesco Bortolotto

Il male che un uomo fa vive oltre di lui, il bene sovente rimane sepolto con le sue ossa.
(W. Shakespeare, Giulio Cesare)

Il 15 settembre 1981, nella tarda mattinata, una telefonata irrompe nella questura di Verona: “Pronto? Sono Giuseppe Piccoli, devo confessare un omicidio”[1]. È un ragazzo, poco più che trentenne, dice di aver pugnalato entrambi i genitori. Ha la voce distaccata, quasi assente, come se fosse stato qualcun altro ad impugnare il coltello. Sei anni più tardi, il 18 febbraio 1987, in una cella dell’Istituto Psichiatrico di Napoli, il poeta Giuseppe Piccoli si toglie la vita.

Nonostante la brevità della sua parabola artistica, che si sviluppa in un lasso di tempo non maggiore ai dieci anni, Piccoli lascia alle spalle un patrimonio artistico pressoché sterminato: dieci sono le raccolte prodotte finora, di cui cinque post mortem, ma ammontano a più di un migliaio i fogli, le bozze, i febbrili appunti che compongono i testi inediti, l’eredità sommersa ancora in attesa di studio e pubblicazione. Esiste quindi una difficoltà di fondo a parlare di un autore di questo calibro; la sua è certamente un’eredità problematica che richiede una responsabilità maggiore di altre: confrontarsi con i versi di Giuseppe Piccoli significa inevitabilmente confrontarsi con la sua vita, integralmente, in tutte le sue ombre e le sue poche, ma intense luci. La poesia lirica, ed in particolare questa poesia lirica, in quanto interprete primario dell’Io più profondo non può e non deve ignorare il dato biografico che sta alle sue spalle, anzi, più intenso e doloroso questo si presenta, più la scrittura da esso nasce ed ad esso ritorna. Così come non si può comprendere il Canzoniere di Petrarca senza aver prima conosciuto Laura, l’amore che legava l’autore a lei, lo struggimento, la perdita, l’animo affranto ed infranto, così il corpus artistico del poeta veronese non può trovare significato se non nel drammatico rapporto con il padre, nei disperati tentativi di emancipazione dalle figure familiari, nella schizofrenia, nella morte inflitta ed autoinflitta. Nonostante forse la similitudine appena proposta risulti sproporzionata sono fermamente convinto che la lirica di Giuseppe Piccoli vada riscoperta, debba riscattarsi dalle colpe del suo fautore senza però rinnegarlo, perché possa essere apprezzata in tutta la sua sublime, drammatica grandezza.

All’origine della parola poetica di Giuseppe Piccoli, una parola sofferta, contraddittoria, multiforme, o meglio, metamorfica, esiste una necessità viscerale, mai placata di parlare di sé, di riflettere e riflettersi nel testo poetico. Emergono due anime essenziali, motrici dell’intera esperienza vitale ed artistica dell’autore, con cui egli finisce per identificarsi: c’è Narciso, emblema non tanto di vanità, quanto di fame di autoidentificazione, spirito insaziato ed insaziabile, volontariamente condannato a confrontarsi con la sua immagine riflessa nella poesia-specchio, temuta superficie di rivelazione e di angoscia in cui il giovane poeta è destinato ad annegare[2]:

«Ho colto il tuo gesto | nel caso di uno specchio: | mi sono fatto vecchio e muto. Ora tutto è saputo ed io m’adombro»

Esiste però anche Amleto, che nella parola vede invece il proverbiale teschio, emblema enigmatico del passato e sciagurata profezia del futuro, destinatario primario delle sue domande, delle sue suppliche e delle sue preghiere, amuleto attorno a cui ruotano tutti i demoni e gli orrori biografici.
La poesia di Piccoli, in effetti, non può fare altro che assumere, abbracciare ed assorbire l’abisso di dolore da cui essa proviene e contro cui tenta, elevandosi, di liberarsi. È proprio su questo meccanismo di assimilazione della sofferenza e conseguente tentativo di esorcizzazione della stessa che il motore poetico trova la sua più duratura ed autentica energia.
Appare quindi indicativo che l’anno 1981 rappresenti, nell’esistenza del poeta, il momento della svolta, della crisi nella sua più stretta accezione etimologica, cioè di separazione netta ed incontrovertibile, sia nella sua carriera che nella vita privata. Questo è, infatti, il periodo in cui le sue raccolte fanno la loro prima comparsa in riviste di tiratura nazionale, come Poesia Tre e L’Almanacco dello specchio. Insieme a lui nel volume compaiono nomi illustri come Dario Bellezza, Giorgio Caproni e Andrea Zanzotto: Piccoli viene salutato da alcuni come la voce più originale e più potente della sua generazione, raggiungendo finalmente l’agognato riconoscimento, l’accesso al circuito della “poesia che conta”.
Il 1981, come ricordato in apertura, è però anche l’anno in cui le tesissime dinamiche familiari naufragano nel violento fatto di sangue che poterà il poeta ad un lungo internamento in diversi ospedali psichiatrici, fino alla sua tragica morte. Poeticamente parlando le due brevi opere che interessano questa fase, Di certe presenze di tensione e Foglie, rappresentano uno dei risultati più alti e al contempo definiti di tutta la sua carriera. Ascesa e discesa, successo e fallimento sembrano qui convivere paradossalmente insieme, segnando un bivio insanabile, due direzioni, quella biografica e quella letteraria, dai destini opposti e incongiungibili.
Di certe presenze di tensione [3] è costituito da 26 componimenti, suddivisi in tre sezioni: Fratello poeta, L’Uomo di 30 anni e Rassomiglianze. La poesia ha qui raggiunto un grado di consapevolezza e di raffinatezza mai toccato finora, tanto da essere considerato, nella breve introduzione alla raccolta, come «una delle nuove presenze poetiche più sorprendenti e, al tempo stesso, più persuasive e mature di questi ultimissimi anni». La lirica lascia definitivamente i toni composti e distesi delle passate raccolte per assumere la forma di una breve elegia, avvicinandosi, così facendo, ad una sensibilità orfico-ermetica (per quanto un’etichetta del genere possa più limitare che definire il mondo di Piccoli): ogni componimento diventa frammento, memoria dell’esperienza poetica e spirituale dell’autore. La parola, che conquista in questi testi la pulizia, la delicatezza, la capacità di sintesi tanto cercata nei lavori precedenti, si eleva ad effige simbolica di una vera e propria illuminazione divina. Anche il poeta, che, in virtù del suo essere tale, può accedere a questo tipo di elevazione mistica, lascia i panni del trovatore, del cantore di versi d’amore, per essere investito del ruolo di profeta:

Io non sono l’avido ragazzo/che morde la sua mela in una piazza./Ah, io non sono l’arida piazza solitaria. […] Solo e tenebroso come un mattino,/vibro il mio zenith/sulle parrocchie dei vivi,/verso la riva del tempo./ Chi m’ascolta si perde,/e quindi si ritrova:/stanza remota e vuota/che dà una canzone.

Il Piccoli, «rifinito profeta», poeta vate di un’umanità inconsapevole, innalza la sua parola a mezzo di comprensione di sé e del mondo. Si consacra egli stesso come sacerdote del divino rito della poesia («Perché la grazia sia verde,/e sia verde il contagio, avvicinati:/io spalmo d’olio le tue mani./E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano»), garante di una verità celata agli occhi dei più. Egli è via, verità e vita di una rinascita epifanica e totale:

Questa fonte che lava la mia veste/ora tu la conosci e la devi consacrare: e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa […] Tu traversando lo spazio che ti allegra/saprai di me, della natura umana

Il Messia e il poeta coincidono, entrambi sono insigniti di una missione più alta, entrambi testimoniano la realtà profonda dell’esistenza, immolando le loro parole e la loro vita a tale scopo («ma il sacrificio è presto detto:/sarò navigante della più tenera acqua/per recarti e portarmi il fiore dell’onda», «Sinché resista questa scorza/d’uomo, sin che la polpa,/non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo: perché di te sia inconsumabile/il vero vento e la reale rosa/ bianca»). Piccoli si fa quindi portatore di una rivelazione che abbraccia l’essenza nella sua interezza, in cui il mondo e lo spirito coincidono («l’idiota/e l’angelo scrivono lo stesso poema»). È inevitabile quindi cadere preda nuovamente degli umori terreni, perdere la propria serafica invulnerabilità di oracolo e tornare alla solitudine e alla sofferenza:

Io vado tra le usate cose/con la mia vita su libri solitari/dove decifro aneddoti antichi/e ammonizioni e avventure/a te ignote, forse a me pure […] nelle vaste grotte del mondo/anch’io accenderò il lume/e tenterò la mia carne/risillabando il mio nome/per avvertirlo innocente/così come un nuovo di sé,/di sé saziato, ma il male,/non si scompone nell’imo./Il peccato aguzza i denti.

Dai propri demoni è impossibile fuggire. Ogni speranza di rigenerazione è vanificata da una continua, seppur nascosta, presenza del male. La dannazione dell’anima si consuma in un profondo senso di solitudine interiore che vive nel poeta come malattia dell’Essere, che non i baci, non l’amore potranno mai sanare completamente, anzi. Nella raccolta la donna esiste solo per invocazione. Non se ne canta tanto la vicinanza, quanto il vuoto, la non-presenza. Essa si rende portatrice di solitudine, si nega indifferente al suo amato che l’aspetta. Al poeta non resta altro che soppesare il tempo del suo distacco dall’amata, soffrire una lunga attesa nella speranza, forse vana, che essa possa tornare («O rosellina, e tu/certo capinera, tu stai/ancora nel lino, come/ questo tempo malandrino/e non ti svegli a dovere/perché non canta il gallo/nel tuo quartiere.»).
Due anni più tardi, nel 1983, compare, nell’undicesimo numero dell’Almanacco dello specchio, il lavoro dal titolo Foglie[4]. La raccolta pubblicata, che conta dodici poesie, è in realtà estratta da un corpus più esteso, ancora inedito, formato da ventiquattro testi. È forse questa la punta più alta, l’acme della lirica di Piccoli: egli stesso considerava quest’antologia come il prodotto artistico più notevole che avesse mai realizzato. Esso è l’esito di un momento d’ispirazione unitaria: ne è prova non solo il tema della foglia, dichiarato fil rouge di tutta quest’opera, ma anche l’insolita uniformità stilistica e lessicale. Con i toni leggeri e delicati di un acquerello, il poeta dipinge una piccola fiaba fatta di frammenti, di impressioni. Le foglie evocate dal titolo sono corpi in continua trasformazione, organismi viventi che, agli occhi dell’autore, evocano memorie e sensazioni diverse: sono «fogli-foglie» dove si leggono i ricordi e si annotano voci e volti del passato:

Sono foglie che ascoltano/battere e battere il pugno sul legno/di una grande porta: in frotta/si raccolgono ombre di voci,/voci di esilio e di famiglia,/di ospizio e di ufficio,/voci di battesimo,/voci di matrimonio,/voci di estrema unzione./Sono foglie tra i capelli,/anelli di stelle/che le piante del giardino/hanno custodito per secoli.

In questo giardino incantato le foglie sono sentinelle e testimoni di una vita, narratrici tanto intense di una storia da poter farne rivivere gli amori che l’hanno segnata. Così la donna amata prende nuovamente sostanza, trasformandosi, in una delle pagine più morbide e al tempo stesso intense dell’intera opera di Piccoli, in un «corpo di foglie/abitato da un animale vivo/detto anima», in «vigna buona e generosa/ con foglie che trascolorano al turchino», «succo per la mia bocca di carne». Ma, cauta, affiora sempre un’ombra sinistra, uno spirito maligno che fa appassire la foglia, che rende impossibile la serenità nel poetare:

Come fosti foglia/dell’azzurro e di me/ora sei foglia/che si assottiglia/levigata dal vento/che ti rovina/nelle stanze delle maschere/dove la porta è ferma/come tronco d’albero/e dentro la sua luce/è intera nera.

Non esiste pace neanche nel giardino. Nella poesia Se la prendi con te, la foglia, prima verde e rigogliosa amica, pittrice d’amore e ricordi, appassisce e, nel suo consumarsi, si fa monito del destino della natura umana, del tempo, eterno nemico e messaggero di morte («Se la prendi con te, questa foglia,/scricchiola nella casa […] e segna il consumarsi/della natura in polvere/ che torna alla tua mente/come un “Ricorda!”»). Infine con Oh un letto di foglie, lirica che chiude la raccolta, il sistema di trasfigurazione-evocazione portata avanti da Piccoli in quest’opera esplode come un fuoco d’artificio, mostrandone, in un accumulo frenetico ed ossessivo, le più sgargianti sfumature:

Foglie-mammelle/per la donna incinta che carezza/la voce lontana del pargolo;/foglie capello foglie unghia/foglie del corpo/e corpo della foglia […] Nel colore e nella forma/foglia che si svegli/o foglia che dorma:/foglia come suono della bocca/foglia come accento sopra l’occhio/foglia come pelo e come filo/come tunica per la nostra vita.

Come ho detto all’inizio, di lavoro su Giuseppe Piccoli ce n’è ancora molto da fare. È tempo che il bigottismo e la chiusura di alcuni ambienti e di alcune persone lascino liberi questi versi di diffondersi, di circolare, com’è giusto che sia. La qualità di questa poesia merita di essere conosciuta, di essere diffusa ed apprezzata. Sono certo, come sono certi molti altri con e prima di me, che i suoi versi appartengano a buon diritto all’Olimpo dei grandi autori del secondo Novecento. La poesia italiana ha bisogno di Giuseppe Piccoli. Quello di cui essa non necessita è l’ennesimo “poeta maledetto”. Lui, Piccoli, non lo era. Definirlo tale suonerebbe alle mie orecchie irrispettoso, un tentativo, seppur involontario, di giustificare le colpe, le gravi colpe di cui esso si è macchiato, imputando chissà quale retaggio culturale a gesti atroci, i cui effetti vengono sofferti tutt’oggi. La tentazione di attribuire all’arte un valore di attenuante per i suoi autori, come se la morte fosse un necessario scotto da pagare per raggiungere la consacrazione artistica, è sempre dietro l’angolo. No, la poesia non uccide, né tanto meno scagiona i colpevoli. Semmai la poesia salva, rassicura, genera vita. Non esiste poesia “maledetta”, come non esiste quella pericolosa, volgare o scandalosa. La poesia è poesia, così come la bellezza è bellezza. Senza colpe, senza limiti, senza aggettivi.

 

 

[1] S. GIROLLI, Raptus di follia in Valdonega: giovane pugnala padre e madre ora in fin di vita all’ospedale, «L’Arena» (15 settembre 1981), 5.

[2] G. PICCOLI, Chiusa poesia della chiusa porta, Verona, 1987.

[3] G. PICCOLI, Di certe presenze di tensione, in Poesia Tre, Milano 1981, 207-220.

[4] G. PICCOLI, Foglie. Dodici poesie, «Almanacco dello specchio», 11 (1983), 415-426