Da sempre e per sempre la conoscenza di se’ passa per il corpo, pulsioni, sensazioni psichiche, e non, sono inevitabilmente fisiche. Il corpo è arte, il corpo è forza, piacere, ossessione, perversione…
Ciò che sento lo somatizzo e lo manifesto concretamente attraverso la materia che ricopre la mia anima. Se in antichità  la percezione fisica nell’arte andava alla ricerca di una perfezione ed equilibrio delle forme, misure, parti, nel corso del tempo tutto questo cambia. La fisicità diventa non soltanto oggetto provocatorio di rappresentazione, quindi non più  limitato ad un certo tipo di ambito, quello divino per esempio, ma anche punto cardine ed elemento fondamentale di espressione. Numerosissimi sono gli artisti che usano la fisicità per entrare in maniera totalizzante e sensoriale con l’arte attraverso la materia, il colore, il tatto.
Il corpo stesso diventa la tela lo spazio dove rappresentare, esprimersi, creare.

Più specificatamente si fa riferimento alla body art, una corrente artistica nata negli Stati Uniti e in Europa negli anni sessanta. Spesse volte questo tipo di arte arriva a rappresentazioni estreme che sfociano anche nel dissacrante.
Tra i maggiori esponenti ricordiamo Marina Abromovic, Vito Acconci,  Hermann Hitch.. Di particolare importanza sono le performance di Gina Pane, che si ferisce in vari modi per denunciare una società estremamente maschilista.
L’artista esprime se stessa mediante un percorso che  potremmo dire masochistico, in cui il corpo viene portato al limite della sofferenza;

Utilizza vetri, spine e lame per infliggersi tagli e ferite, che rappresentano un disagio autentico e senza filtri. Lei stessa afferma:

« Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che non sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società […], il corpo (la sua gestualità) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell’Altro. »

Yves Klein, Antropometrie, 1960

C’è chi invece come Yves Klein invento’ un nuovo modo per dipingere ed utilizzo’ il corpo come fosse un pennello vivente.
Si tratta delle Antropometrie, in cui il corpo completamente immerso nel colore viene utilizzato come timbro e si estende completamente sulla superficie, creando delle forme attraverso dei movimenti che l’artista stesso definiva “Traccia di vita”. Talvolta questi tipi di rappresentazioni divenivano delle vere e proprie performance; L’artista infatti organizzò degli eventi in cui realizzo’ un dipinto con modelle nude, mentre orchestrava la sua Monotone Symphony del 1949.
Si tratta quindi di manifestazioni che rappresentano la propria esistenza, il proprio essere ed esserci nel qui ed ora in una dimensione tutta terrena che è manifestazione dello spirito.

Foto da “the making of Yves Klein’s Anthropometrie” 1961

E cosa c’è di più vitale dell’arte? o meglio di un corpo che si fa arte?