Due scacchiere contrapposte. Bianchi contro neri, come è ovvio. I bianchi li gioca Giorgio Anderssen, l’Americano; i neri un negro, un vero etiope, dalle labbra rigonfie (ci perdoneranno la parola sconveniente ma è necessaria in rispetto al testo). Una partita a scacchi che dura la notte intera in un albergo in Svizzera. Tutto origina da una conversazione da salotto che diventa ragionamento sulle razze: l’Americano si presenta da sé come uomo che ha combattuto per la liberazione degli schiavi, che però ha cercato in lungo e largo l’uomo nero ma ha trovato solo la bestia. Lo sfidante ci viene presentato con il suo soprannome di Uncle Tom come uno schiavo venduto ad un lord inglese quando era bambino, e dal quale è stato cresciuto come un perfetto gentlemen all’occidentale. L’orgoglio e la vanità dell’Americano lo spingono a sfidare Tom al gioco degli scacchi. Già qui possiamo fermarci un istante: nella sua aria di superiorità l’Americano sfida Tom agli scacchi, gioco della razionalità per eccellenza. Perché gli scacchi proprio? Se i neri sono bestie come quelle da lui descritte, come può immaginare che sappia piegare i suoi istinti bestiali alla lucida europea logica degli scacchi? Gioco in cui per altro è campione. Non è forse segno di una certa paura, o quanto meno voglia di giocare sul sicuro?

I pezzi vengono deposti sulla scacchiera. L’alfiere nero cade spezzandosi, ma l’Americano nel suo pragmatismo perfetto lo ripara con la cera di una candela e commenta sardonico: Se si potesse riattaccare così la testa agli uomini! Battuta di dubbio gusto se consideriamo che proprio quel giorno una insurrezione di africani è stata repressa nel sangue. Inizia la partita. Il narratore ci sposta da un lato all’altro della scacchiera senza pausa, come se manovrasse un’irrequieta cinepresa. L’Americano non giuoca ad un gioco, medita una scienza, e la sua strategia appare da subito una marcia trionfale e simmetrica. È un perfetto esempio di ragione e di studio, dove nulla è lasciato al caso, tutto è sottoposto ad un rigido e capillare controllo. A tutto ciò il negro contrapponeva il più completo disordine. Il suo gioco è confuso, fiacco ed illogico. E quindi fermiamoci ancora: sembra essere confermato ciò che temevamo. Tom si sta confermando per ciò che l’Americano credeva fosse, una bestia, incapace di porre le briglie alla sua istintualità di creatura della giungla, indegno del nobile gioco degli scacchi. Ma questa sua vitalità non viene incatenata senza colpo ferire: l’Americano subisce l’inquietudine del suo avversario e ne studia con ancora più attenzione le irrazionali mosse. Ma quello squilibrio aveva un perno, quella ribellione aveva un capo. L’alfiere nero rotto e riparato con la cera bollente che gli cola lungo il viso rendendolo un soldato ferito. L’acuta ed irrefrenabile fantasia di Tom ha trasformato l’alfiere nel centro della partita, il pezzo fatale nel senso di scelto dal fato, colui che lo porterà alla vittoria. La percezione di una realtà sotterranea, dove gli eventi si legano fra di loro in modi sconosciuti, sembra affiorare nei suoi occhi rivolti al pezzo segnato. 

La lotta diventa improvvisamente senza quartiere, i due giocatori non si risparmiano e lo scontro ci viene raccontato come un match di boxe, non una partita a scacchi. Si fa notte fonda, sulla scacchiera rimangono pochi pezzi, il nero ha qualche pedone e l’alfiere, l’Americano lo sta battendo, ma ormai l’ossessionante alfiere nero ha corrotto anche la sua lucidità e mangiarlo per umiliare l’avversario è l’unica cosa che conta. Finalmente ci riesce ma cadendo in un tranello ordito fin dall’inizio della partita: lascia così il Re scoperto ad un inevitabile scacco matto. Sconfitto, in presa ad un raptus prende la rivoltella ed uccide Tom.

Vitalismo e razionalità, dicevamo all’inizio. Ci siamo dilungati nel racconto per far sì che fosse possibile spiegare il sistema tramite il quale queste due forze si scambiano, mischiano e corrompono a vicenda. Inizialmente i due personaggi ci vengono presentati come personificazioni dei due poli, ma ben presto la forza opposta emerge in entrambi. L’Americano si scopre volubile e trascinabile, da granitico che era si fa coinvolgere nell’ossessione per l’alfiere semplicemente studiando il suo avversario, e tanto viene coinvolto che finirà per ucciderlo ed impazzirne. Tom appare selvaggio e vitale ma in realtà fin da subito presentato come cresciuto secondo i canoni occidentali. In lui il vitalismo è una forza primordiale celata sotto l’educazione razional-positiva, che però emerge nella magnetica fascinazione per il pezzo ferito. L’ossessione irrazionale cede però alle leggi della ragione manifestandosi in una strategia implacabile e machiavellica che lo porterà alla vittoria, offuscando la lucidità che sembrava appartenere all’avversario. Ma dove si realizza questo scontro? Nel gioco degli scacchi, che abbiamo già ricordato essere il gioco della razionalità per eccellenza. Forse è proprio il luogo dove avvengono queste due esplosioni di vitalità non razionalizzabile, la ferrea gabbia delle leggi degli scacchi, a renderle così potenti e irrefrenabili, capaci di piegare gli spiriti dei due uomini.

Ovviamente uno scontro tale, che vede il primordiale opporsi al sovrastrutturale, sia dentro i personaggi che fuori di loro, non può che risolversi nel sangue, così come avviene. Tom viene sconfitto fuori dalla scacchiera, lui che aveva vinto sia gli scacchi che la lotta a sé interna. La sconfitta dell’Americano è totale: al gioco e nella vita. Non lo può consolare nemmeno l’aver ucciso l’avversario, la cui immagine lo perseguiterà per tutta la vita.

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