di Chiara Ciotti

Il canale danese TV2 ha trasmesso lo spot “All that we share” il 27 gennaio scorso, in occasione del Giorno della Memoria, per promuovere l’uguaglianza e mostrare quanto siano labili le differenze tra “noi” e “loro”.

Nei rettangoli disegnati sul pavimento di un teatro si posizionano vari gruppi di persone: ci sono “i facoltosi” e “quelli che si arrangiano”, ” quelli di cui ci fidiamo” e “quelli che cerchiamo di evitare”, “le persone che vengono dalla campagna” e “quelli che non hanno mai visto una mucca”, “i religiosi” e “chi crede in se stesso”, “quelli con cui condividiamo qualcosa” e “quelli con cui non condividiamo nulla”. E’ facile suddividere le persone in aeree delimitate: ci siamo “noi” e ci sono “loro”. Ma, oltre le apparenze e i rettangoli ben definiti, i confini si dissolvono e si creano nuove categorie, rispondendo a delle semplici domande, che, però, ci definiscono: “chi di voi è stato il pagliaccio della classe?”, “chi di voi è patrigno o matrigna?”. E improvvisamente ci siamo “noi”: noi che crediamo nella vita dopo la morte, noi che siamo stati bullizzati e noi che abbiamo bullizzato, noi che abbiamo il cuore spezzato e noi che siamo innamorati persi, noi che ci sentiamo soli, noi che siamo bisessuali e noi che riconosciamo il coraggio degli altri. Noi che abbiamo trovato il significato della vita e noi che salviamo vite. 

In tre minuti lo spot mostra che le categorie sono costruzioni sociali, create artificialmente dalla società per definirci e ridurci ad una sola dimensione, ma, in realtà, descrivono un solo aspetto della nostra persona e della nostra vita. Le categorie sono semplificazioni e classificazioni sulla base dell’occupazione, dell’etnia, della religione, del sesso, della nazionalità e dell’aspetto. Sottolineano le differenze, contrapponendo il senso del “noi” a “loro”: nella continua lotta tra inclusione ed esclusione costruiscono delle barriere, che non ci consentono di vedere oltre. Ma rispondono anche al nostro bisogno di appartenenza, di essere parte di, alla necessità di proteggere il proprio self. Etichettano e generalizzano fino a stereotipare le persone all’interno delle categorie: spingono a credere che gli appartenenti ad un gruppo siano più simili tra loro di quanto lo siano in realtà. Non solo gli stereotipi, ma altra conseguenza fondamentale delle classificazioni sono i pregiudizi, ossia giudizi basati su opinioni precostituite e stati d’animo irrazionali, anziché sull’esperienza e sulla conoscenza diretta.

Le categorie sono frutto della società in cui viviamo, che necessita continuamente di definizioni e controllo, soffocando l’individuo ad un’unica dimensione e illudendolo di essere nient’altro oltre il suo gruppo di appartenenza, non facendo, però, i conti con le persone stesse e il loro istintivo bisogno di travalicare i confini delimitati da altri e rispondere al loro innato compito di migliorarsi e scoprirsi giorno dopo giorno. Sono il risultato delle politiche dell’odio, della diffidenza e di ritenere l’altro come il nemico, che mette a rischio l’identità del gruppo; sono il risultato della paura che viene diffusa dalle istituzioni, non solo politiche, e dalle ipotesi di divisioni fisiche e demarcazioni artificiali.

Lo spot azzera le distanze perché scopre nuove categorie, nuove appartenenze, meno costrittive e più veritiere; demolisce le barriere che costruiamo per tenere fuori dai nostri spazi gli altri, gli estranei, i diversi e svela sentimenti e fragilità.

Quindi forse ci sono molte più cose che ci uniscono rispetto a quello che pensiamo. 

FONTI: Corriere della Sera; The Huffington Post.