La prima ragazza di cui mi innamorai aveva i capelli biondi, un poco ondulati, lunghi fino alle spalle; indossava una veste rossa come il cuore in fiamme, del colore del sangue che sgorga limpido dai corpi dei soldati morti in battaglia e dalle ferite sui palmi e sulle ginocchia quando giocavo, cadendo, nel cortile del babbo. Bice era bella: nelle sue iridi piccine stava tutto l’Arno e il cielo che vi si rifletteva: vi stavano i sassi, le urla dei pescatori, i gesti poco eleganti delle lavandaie dai panni sporchi portati a lavare, le ghirlande di fiori lanciate nelle acque dai remaioli come piccolo pegno alla Madonna Madre di Nostro Signore.
Il nono giorno di maggio io reggevo sulle spalle una tunica turchina stretta in vita da una cintura bella, bellissima, tutta argentata; su di essa campeggiava un grosso spillone che pareva il guscio di una chiocciola; il capo, coperto da un berrettino azzurro di lana cotta, lasciava sgorgare come foglie i capelli un poco ribelli, un poco crespi, un poco scuri.
Io e babbo eravamo belli come angeli. Sotto lo sguardo delle torri e dei campanili alti quasi come torri di Babele andammo insieme, la mia piccola mano vinta dalla sua, ampia e ruvida, verso la piazza: l’enorme giubilo delle genti trovava eco nelle vesti indossate, nei calzari, nei veli splendidi delle dame bianche non meno delle perle che portavano con fiera compostezza sulle loro fronti di rugiada, appena segnate dal lieve sudore del sole. Prendemmo infine posto in chiesa, un po’ verso destra e verso il fondo. Le comari parlavano fra loro o rispettavano la funzione domenicale con impassibile silenzio, i vecchi tossivano a ritmi irregolari, i ragazzi più consumati dalla vita fissavano con insistenza le belle fanciulle ben agghindate: le avrebbero attese fuori, sul sagrato, assetati di fantasie che non avrebbero forse mai consumato. Non mi accorsi del tempo che passava, esanime, sopra le nostre teste e i nostri corpi: il vescovo dal pulpito agitava il pastorale con foga visibile e con l’immagine del suo volto reso paonazzo dal Verbo. Mi appoggiai con la guancia al bordo dello schienale davanti a me, noncurante della superficie non troppo accogliente date le schegge.
Mi venne in mente una via male acciottolata che ero solito percorrere da piccino, quando mia madre mi teneva per la veste per evitare che cadessi nell’acqua del nostro corso. Ero solo. Mi tolsi i calzari e restai fermo come un sasso coi piedi a mollo nelle ondicelle leggere che scalfivano appena le mie caviglie marce. Le campane di Santa Croce suonarono le nove ore – era pomeriggio – quando decisi di sdraiarmi per qualche momento sotto al sole tiepido che odorava di spighe ancora acerbe: ruotai la testa all’indietro, poggiando sull’erba della riva i miei capelli non troppo puliti e il collo sottile. Come quando si sogna e con difficoltà si notano i contorni, mai netti delle figure, a tal punto che pare di aver sempre sofferto di una miopia crescente, così mi apparve alla luce della vista un fiore rosso dal pistillo dorato, aperto, schiuso da non molto. Inesperta, pur sempre meno di me, del mondo – una bambina. Ero montato male, tutto storto, e lei agitava con dolcezza le sue dita di fiume davanti al mio viso sghembo; si sporgeva timidamente dalla passerella appoggiando il suo acerbo petto sulla pietra calda e grigia. O beata pietra! Tu così immobile, passiva, e così viva in un momento! Ficcando gli occhi per quanto mi era concesso mi accorsi che non la sua veste, ma la mia pareva ardere: esplicare non si potrebbe a parole la causa e il principio della mia beatitudine; e mentre il sole tremava sorridendo sull’involucro del nostro avulso pianeta, io mi facevo piccolo piccolo come i vermi che, ciechi, escono dalle loro tane labirintiche della terra umida. Poi, il Verbo.
«Ite missa est.»

 

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