“L’ho vista ieri sera, sai?”
Fingo di non aver sentito e sollevo lo sguardo: “Vuoi un’altra birra?”. Paolo annuisce ma non si arrende e, imperterrito, mi comunica nuovamente la sua sensazionale scoperta. L’ha vista. Ieri sera. Questo vuol dire che è tornata, che non mi ha detto nulla – ma perché mai avrebbe dovuto -, che rischio di incontrarla, che rischio di non incontrarla.
Mugugno qualcosa per lasciar intendere a Paolo che ho capito, che non è necessario continui o si ripeta.
“Lo sapevi?” e infierisce. Io uso l’accendino per stappare una bottiglia e ci metto più concentrazione e più impegno del solito. Spero che lui capisca, che per una volta almeno intuisca le mie ragioni e, senza dover parlare, mi lasci in pace.
Questa, tuttavia, non sembra essere la mia serata né una di quelle in cui il mio amico è abbastanza sveglio da dedurre che non voglio sentirla nominare, che non ci voglio pensare.
“Dovresti affrontare la questione, no? Risolverla una volta per tutte, intendo” – si zittisce per un attimo e io mi illudo che abbia davvero finito – “Non vi siete lasciati bene, l’ultima volta, no?”. E io inizio ad odiare le sue domande retoriche, i suoi discorsi del cazzo, i suoi “no?” a fine frase.
“La pensi anche tu così, no?”. E io potrei implodere o esplodere, sono queste le due alternative che coscientemente so di avere.
“No” e implodo, stringendo più forte il collo della birra e allontanandomi biascicando mezze frasi sull’aver sonno e il dovermi svegliare presto.
Io davvero lo sto sognando il mio letto, mentre trascinando i piedi me ne vado. Voglio allontanarmi da conversazioni, ricordi, riflessioni a voce alta perché dubbi, paure, ansie, rammarico, rimpianti vanno bene, purché si muovano discretamente tra i miei pensieri e non acquisiscano la forza propria dei problemi una volta ammessi.
Casa mia è a due passi, non accendo nemmeno una sigaretta perché non farei in tempo a finirla e non mi va di rimanere ancora fuori, al freddo.
Eccolo, però, il fulcro del mio caos proprio davanti ai miei occhi.
Silenziosa, immobile, seduta sulla panchina di fronte al mio portone. Ha ancora i capelli tinti di blu; me ne accorgo perché le punte sbucano da sotto il cappello. Non si è ancora stufata, non è ancora cresciuta. Guarda nella mia direzione e tra le mani ha il mio maglione. Il mio maglione grigio.
Mai, come in quel momento, l’ho sentita mia.

Lei aveva freddo. Si ostinava ad indossare l’estate quando questa stava per finire. Era metà settembre, erano le due di notte ed era seduta in riva al mare. Piedi scalzi, maniche corte e se ci fosse stata un’illuminazione adeguata io avrei potuto vedere sulla sua pelle i segni del freddo pungente che doveva per forza avvertire. Mi sono avvicinato in silenzio e in silenzio mi sono steso di fianco a lei.
Se ci fosse stata un’illuminazione adeguata avrei visto subito che stava piangendo.
Invece non me ne sono accorto.
“Ammettilo, non è stata una buona idea voler fare nottata”
“Mh”, silenzio, “perché?”
“Grè, sono andati via tutti da almeno mezz’ora, tu stai morendo di freddo perché sei un’idiota e io sono più idiota di te ad essere rimasto perché…”, silenzio.
“Perché?”. Oh, Greta, non eri brava a far morire i discorsi, a lasciar perdere, mentre io amavo ed amo farlo.
“Perché sono un idiota, mi sembra evidente”, ridevo da solo e in quel momento mi sono reso conto che stava piangendo.
Piangeva in modo silenzioso, delicato, impercettibile. Sapevo che era inutile chiedere e spingerla a parlare, perciò mi ero sfilato il mio maglione grigio e l’avevo quasi costretta ad indossarlo. Pigramente aveva seguito i miei movimenti e nella penombra l’avevo vista sorridere. Mi ero sentito fortunato.

“Grazie”.
Non credo di dover dire altro mentre cerco di prendere il maglione dalle sue mani. Vorrei non trasparisse sarcasmo dalla mia voce. Nessuna emozione, nessuna sorpresa, nessun risentimento. Apatia e basta. Eppure avverto un leggero tremolio, la gola secca che impedisce alla prima sillaba di risultare abbastanza chiara.
Lei, però, lo riavvicina a sé. Ho dato per scontato volesse restituirmelo, ma evidentemente non è quello il suo intento principale e io temo davvero possa iniziare a parlare e non reggerei i suoi discorsi insensati, il suo mondo incantato che piomba nuovamente nella mia vita.
“Non farlo” dico cercando di zittirla, ma è Greta e nei tre mesi e quattordici giorni in cui si è lasciata amare da me ho capito che non sarei mai riuscito a impedirle di dire ciò che voleva dire o di fare ciò che voleva fare.
“Dovevo dirtelo. In realtà no, farei meglio a non parlare, ma dovevo dirtelo. Devo dirtelo” – e io, come sempre, ho l’impressione che parli a sé stessa più che a me – “Ce l’ho fatta, Andre. Ho trovato l’ispirazione. Sono riuscita a cambiare la storia! Bastava il giusto spunto narrativo, le giuste influenze, l’atmosfera. Oh, sapessi quanto è stata importante l’atmosfera!”.
A questo punto, però, non reggo, non m’importa che sia Greta, che mai sia riuscito a bloccare i suoi flussi di coscienza, che io sia quello che si trattiene, che si controlla, perché forse ha ragione Paolo, forse dovrei affrontare la questione, risolverla.
“Tu mi hai lasciato per l’arte!”, ed esplodo.
Gli ripeto, a memoria, il discorso che mi fece in spiaggia, dopo avermi sorriso.
Perché, non appena aveva rotto il silenzio di quella notte di metà settembre, io avevo scoperto che il suo sorriso non voleva dire che si sentiva capita, ma, anzi, incompresa e che si era di nuovo trovata davanti ad un mio errore.
Ad un mio prevedibile errore.
“Ti sentivi vittima di un immenso clichè, della banalissima pagina cinquantasei di un romanzetto young-adult. Immersa nel maglione che ti avevo affidato non potevi non sentirti la protagonista stereotipata di una romanticheria di second’ordine: maniche troppo lunghe, taglia che ovviamente non ti stava bene, ma ti donava.”
Quelle parole, le sue parole che ora le ho sbattuto in faccia, mi hanno tormentato per settimane e io, stupidamente, ho continuato ad accarezzarle, scriverle, recitarle davanti allo specchio alla ricerca di un senso, di una motivazione comprensibile.
Lei non mi aveva lasciato per un altro, lei mi aveva lasciato per l’arte.
“Ho dimenticato qualcosa, Grè? Ho detto tutto giusto? Ah, no aspetta,” – proseguo subito non appena noto che vorrebbe interrompermi – “manca la parte finale, come immancabilmente ci fosse il mio odore e il tuo naso, incollato alla lana, lo percepisse. Tu mi hai lasciato perché ero il tuo blocco dello scrittore, perché ti trascinavo nel mio punto di vista eccessivamente retorico, giusto? Allora perché mi vieni a parlare del tuo libro, della tua vena poetica, delle migliori influenze che hai avuto scappando da me?”.
Ora lo vedo: Greta non vuole più parlare. Non sente il bisogno di aggiungere nulla perché forse, con il mio impeto, con le mie battute recitate a memoria, le ho ricordato come io sia una persona “eccessivamente retorica”.
Mi porge il mio maglione. Noto subito che è visibilmente macchiato: chiazze rosse, umide al tatto, lo ricoprono.
“Greta?”. Il mio sguardo perplesso vaga dal maglione al suo viso perché ho intuito di cosa si sia sporcato, ma al tempo stesso non riesco a capire.
“Scrivi di ciò che conosci, no?”, sussurra e prosegue con voce più ferma, “ora, però, devo andare a raccontare la mia storia, così poi avrò tutto il tempo per scriverla. Ottimi romanzi sono stati creati in prigione”.
Gesticola e mi accorgo che anche le sue mani sono sporche di sangue. La sua voce diventa sempre più ovattata e nemmeno mi rendo conto che ha smesso di parlare e si sta allontanando.
Mi sembra assurdo, ma realizzo a chi sta andando a raccontare cos’ha fatto.

E resto lì, con il mio maglione tra le mani. Il mio maglione rosso.

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