Di Serena Terruzzi

La storia della morte dell’alpinista, guida alpina e imprenditore Sepp Innerkofler ha come scenario la cima del monte Paterno, un paesaggio tanto ostile quanto affascinante.  Si tratta di una tragedia irrisolta avvenuta un secolo fa, durante le prime settimane di combattimento della Grande Guerra.

Josef Innerkofler, meglio conosciuto con il soprannome di Sepp, nasce il 28 ottobre 1865 presso il maso Unteredam di Sesto. La passione per l’alpinismo e l’amore per le sue montagne lo accompagnano fin dalla tenera infanzia, nel 1889 prende il brevetto di guida alpina e inizia finalmente a farsi conoscere nell’ambiente. Collabora nella gestione di diversi rifugi e diventa il gestore del rifugio Dreizinnen, distrutto nel 1915 e successivamente ricostruito e intitolato a Antonio Locatelli. Alla soglia dei suoi cinquant’anni Sepp Innerkofler diventa la guida alpina più famosa della Pusteria, chiamato e ingaggiato da uomini benestanti per scalare con lui cime facili  e poter così godere di panorami mozzafiato riservati a pochi.

Quando la guerra raggiunge anche le zone di montagna, Sepp Innerkofler si arruola come volontario e la sua esperienza gli garantisce il comando di una pattuglia di ricognizione. Inizia quindi un periodo segnato da un’attività incessante: lunghi giri di ricognizione per spiare le mosse del nemico, spostamenti veloci per confondere gli osservatori avversari, sveglie all’alba per comparire all’improvviso insieme ai compagni della Pattuglia Volante su una cima o una forcella per far credere al nemico italiano che le forze austriache siano più numerose.

Sepp Innerkofler in compagnia dei membri della Pattuglia Volante
Sepp Innerkofler in compagnia dei membri della Pattuglia Volante

Nei primi giorni di guerra la zona del Paterno è poco presidiata dalle forze austriache ma, dopo aver rafforzato la zona con l’arrivo di due obici, sono gli austriaci stessi a sferrare i primi attacchi.  Sepp Innerkofler e i suoi uomini occupano la forcella del Passaporto e sono già pronti all’attacco quando, dal comando di Brunico, arriva l’inaspettato ordine di ripiegare. Anche se in disaccordo con le decisioni dei superiori, Innerkofler ritira le truppe e quelle italiane, approfittando del vantaggio, riescono  a conquistare il comando della forcella e del monte Paterno.

Il 4 luglio 1915, proprio nel tentativo di respingere gli italiani dal Paterno, Sepp Innerkofler perde la vita in un’impresa già in partenza destinata a un tragico epilogo. Contrario all’azione, ma spinto dal senso del dovere, Innerkofler decide di accettare l’incarico: le sue truppe devono sostenere un assalto simultaneo presso la cima del monte Paterno e la forcella del Camoscio. Neve, ghiaccio e buio rallentano la salita al monte e pochi metri sotto la cima Innerkofler muore.

Il monte Paterno e sullo sfondo le Tre Cime di Lavaredo viste dal versante austriaco
Il monte Paterno e sullo sfondo le Tre Cime di Lavaredo viste dal versante austriaco

Le circostanze della morte restano tutt’ora avvolte in un alone di mistero e le ipotesi sono diverse. La versione italiana fornita all’epoca è che l’alpinista sia stato ucciso da un masso scagliato da un alpino di presidio presso la cima del monte; un’altra versione riporta invece che sia stato centrato da un colpo sparato dalle postazioni italiane delle Tre Cime o del Pian di Cengia.

Diversa la versione raccontata da uno dei figli che, appostato con un binocolo presso la forcella di San Candido, sostiene che il padre sia stato ucciso per errore da una scarica di colpi della fucileria austriaca che avrebbe dovuto proteggere la sua ascensione. Altri testimoni raccontano che, nell’incerta luca delle prime ore della mattina, la guida sia stata scambiata per un alpino e quindi bersagliata dal fuoco amico.

Certamente la verità sulla morte di Sepp Innerkofler non si saprà mai. Si tratta di una tragedia annunciata, una vittima del senso del dovere che l’ha spinto a prendere parte a una missione che era già in sé una tragedia annunciata. Uno scherzo beffardo del destino che ha tolto la vita a un uomo che, prima di affrontare la sua ultima missione, ha pronunciato una frase tristemente profetica “Non può assolutamente riuscire; ci lasceremo la pelle tutti”.

 

FONTE: Montagne 360, La rivista del club alpino italiano – Maggio 2015