Chi l’ha già sentita nominare sa che non si tratta di una vera e propria malattia. La sindrome di Peter Pan  è più considerata una tendenza a rifiutare i cambiamenti della vita, a rimanere radicati al passato che ci ha soddisfatto, e per molti questo vuol dire tentativo inconscio di non separarsi mai dal proprio io infantile.

Ci sono diverse teorie che spiegano il problema di questi soggetti. Alcuni sostengono che sia dovuto agli effetti di una situazione sociale vincolante, che rallenta lo sviluppo dell’indipendenza e dell’autonomia personali. Ciò che invece sostengono altri psicologi è che il blocco ad un comportamento infantile del soggetto sia causato da un trauma subito nella primissima infanzia, che lo ha portato a soffrire di una carenza di affetto e, quindi, di una mancata protezione; la sicurezza che ci è stata data dall’amore dei nostri cari fin dal principio della nostra vita è un vero e proprio scudo per affrontare il mondo e le sue difficoltà, e queste persone ne sono prive.

Apparentemente, gli uomini e le donne affetti da questo complesso sono molto socievoli, allegri e pieni di vita, ma non vogliono accettare di assumersi responsabilità che li costringano a crescere. Perseverano nella fuga dall’incombente realtà degli adulti.

Quest’inclinazione ha anche donato alla letteratura spunti incantevoli: fu proprio un manuale di psicologia infantile a influenzare il poeta Giovanni Pascoli e ad ispirarlo a scrivere La poetica del fanciullino.

È una dichiarazione poetica in prosa composta di 20 capitoli, che vedono protagonista il poeta stesso, in dialogo con la sua intima anima di fanciullo. Dentro ognuno di noi c’è una umile e piccola figura che viene soffocata dall’enormità delle responsabilità che il mondo ci affida. Solo il poeta è in grado di schiudere la gabbia entro cui il fanciullino è imprigionato, permettendogli così di far luce su ciò che si celerebbe ai nostri offuscati occhi adulti.

È la fragilità del fanciullino che ci permette di aprire nuovi scorci di realtà, affidare dei significati a ciò che fa parte della nostra vita. Questo fantasma di noi stessi, che si mostra apparentemente irrazionale e illogico in ciò che suggerisce e fa, in realtà intuisce simboli e legami in cose a noi ordinarie, che passerebbero inosservate. La ragione non ha spessore, il fanciullino si meraviglia davanti alla poesia che si rivela oltre ciò che è naturale. Ciò che l’adulto trascura, il fanciullino lo rianima.

Ecco un pezzo tratto dal Fanciullino:

C’è dentro noi un fanciullino che rimane tale anche quando noi cresciamo e si accende nei nostri occhi un nuovo desiderare. Il fanciullino ama i lunghi viaggi e le grandi traversie e non si interessa degli amori e delle donne. Il fanciullino si meraviglia di tutto, poiché tutto gli sembra nuovo e bello e non tralascia nessun particolare; il fanciullino è generoso e buono, i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d’agio e di tregua che sia data, si corrono in contro, e si abbracciano e giocano. Egli è in tutti gli uomini. E’ lui che ha paura al buio […] E’ lui che mette il nome alle cose e da un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta, è lui che scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più generose .”

Si tratta dello stesso fanciullino che vuole scappare dalla realtà, ricercandone una più rassicurante? No, forse è solo una proiezione pura e candida dell’uomo, rappresenta la sua autenticità, che dentro non è cambiata con la vecchiaia. Il Peter Pan che si nasconde in ognuno di noi, invece, è la figura sempre alla ricerca della libertà e della felicità primordiale perduta, che non sa unire alla dolce vista infantile anche la logica e la saggezza dell’adulto. È proprio quest’ultimo lato che non evolve: si rimane nello stato di agire in modo semplicistico e di non crescere, quando, secondo Pascoli, è necessario il “saper dire” del poeta maturo per esprimere la cupezza dentro di sé e sbloccarsi dalla paralisi emotiva in cui ci si trova. Essere un eterno bambino e non un Peter Pan.

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