Nei primi anni della rivista Il Politecnico”, tra il 1946 ed il 1947, si sviluppa un’aspra polemica tra l’intellettuale comunista Elio Vittorini ed il segretario del PCI Palmiro Togliatti.

La diatriba rientra nel contesto di quell’indirizzo culturale che il PCI – in quella fase storica – tentò di imporre agli intellettuali suoi adepti, con risultati ben poco incoraggianti.

Già Calvino aveva rifiutato una iniziale “direzione” della sua letteratura, così come accadde anche con autori quali Fenoglio e Pavese.

Togliatti, tramite un articolo apparso su “Rinascita” (rivista ufficiale del Partito Comunista Italiano), firmato però dal giornalista e politico Mario Alicata, diede inizio alla contesa giornalistica.

L’articolo, intitolato “La corrente Politecnico“, criticava il gruppo di questa rivista, accusato di portare avanti una politica culturale non allineata alle posizioni ufficiali del partito e denunciava un certo fallimento degli obiettivi del giornale: avrebbe fatto confusione tra l’informazione e la formazione, avrebbe peccato di intellettualismo e avrebbe optato per scelte editoriali discutibili.

La risposta del direttore Vittorini non tardò ad arrivare. Egli, dopo aver spiegato essere un errore ritenere il Politecnico un giornale comunista “per il fatto di essere diretto da un comunista“, auspicò che il PCI sapesse in realtà “consentire la più ampia indipendenza in fatto di cultura“.

Vittorini affrontava poi la questione centrale dei rapporti tra politica e cultura, sostenendo che “….certo la politica è parte della cultura. E certo la cultura ha sempre un valore anche politico. L’una, certo, è cultura diventata azione. L’altra ha un valore anche politico nella misura in cui inclina a diventare azione. Ma l’una, la politica, agisce in genere sul piano della cronaca. La cultura, invece, (…) cerca la verità e la politica, se volesse dirigerla, non farebbe che tentare di chiuderla nella parte già trovata della verità“.

Il passo successivo sarà una lettera firmata dallo stesso Togliatti, che segnò la posizione inequivocabile del segretario: respingeva l’interpretazione data da Vittorini sul rapporto tra politica e cultura, ribadendo la sua convinzione dei “rapporti strettissimi di dipendenza reciproca” tra le due attività e sostenendo comunque il primato della politica. Togliatti sostenne inoltre che “Il Politecnico” non mantenne le sue promesse iniziali, in quanto: “l’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da qualcosa di diverso, da una strana tendenza a una specie di cultura enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell’indagine coerenti con un obiettivo.” Secondo il segretario -traducendo esplicitamente- “Il Politecnico” di Vittorini non avrebbe contribuito alla egemonizzazione culturale del paese, come auspicato dalle linee del partito.

Puntuale la ribattuta di Vittorini, che intraprende un’ampia analisi riguardo i temi precedentemente intavolati.

Innanzitutto, si concentra nel trattare cosa la cultura sia: “continuerà invece a chiamarsi cultura la cultura che, non impegnandosi in nessuna forma di azione diretta, saprà andare avanti sulla strada della ricerca”, staccandola nuovamente dalla sua dipendenza dalla politica.

Parla poi in generale di una “crisi della cultura sia oggi di tutto il mondo, della parte ancora capitalista sotto un aspetto che possiamo magari definire «insufficienza di politicità» e della parte già socialista sotto un altro aspetto che possiamo forse definire “saturazione di politicità”. Il primo scopre il fianco della cultura al pericolo di essere coinvolta nella reazione politica, il secondo lo scopre al pericolo non meno grave d’essere trascinata nell’automatismo.”

Vittorini concepisce che la cultura possa subordinarsi alla politica solo in casi particolari e del tutto eccezionali, quali ad esempio il momento rivoluzionario, dove “noi scrittori di partito siamo preparati all’eventualità di dover limitare il nostro lavoro, il giorno che fosse indispensabile per la costruzione della società senza classi. Direi che siamo preparati all’eventualità di dovervi addirittura rinunciare.

Ma per il resto, se l’uomo di cultura aderisce completamente alle direttive del partito rivoluzionario non fa altro che “suonare il piffero della rivoluzione“, e chi suona il piffero per una politica rivoluzionaria è meno arcade e pastorello di chi lo suona per una politica reazionaria e conservatrice.

La divisione tra la posizione di Vittorini e quella di Togliatti divenne presto incolmabile e l’intellettuale siciliano nel dicembre del 1947 decise di abbandonare il partito.

A questa mossa Togliatti rispose con un ultimo articolo (apparso su “Rinascita” solo nel 1951), che potremmo porre come definitiva chiusa della polemica.

Titolò il suo scritto “Vittorini se ne’ ghiuto e soli ci ha lasciato!”, parafrasando una canzone napoletana. Con questo articolo, il segretario attaccò aspramente Vittorini, sottolineando le gravi mancanze di “Uomini e no” e sopratutto ribadendo il “tradimento” effettuato dalla corrente de “Il Politecnico”.

La durezza delle sue parole colpirono molti militanti del partito, che iniziarono ad aprire gli occhi sull’inconcludenza della linea politico-culturale del PCI ed a provare disappunto verso una politica che sempre più si stava distaccando dalle masse, come se popolo e partiti si guardassero l’uno esternamente all’altro.

In un’epoca dove ancora i segretari di partito leggevano i romanzi dei loro iscritti e dove ancora gli iscritti concepivano il partito come una seconda pelle che, qualora divenuta troppo stretta, con lucida analisi e profondo senso critico avrebbero dovuto necessariamente togliersi di dosso.

 

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