di Anita Mestriner

Riguardo al tema del femminismo, pensavo di parlare di poetesse vissute nel ‘900, donne come Sylvia Plath o Gabriela Mistral.
Ma, poi mi sono imbattuta in questa poesia:

SONETTO LXXXVI

Quando ’l gran lume appar nell’ Oriente,

Che ’l negro manto della notte sgombra,

E dalla terra il gelo, e la fredd’ ombra

Dissolve, e scaccia col suo raggio ardente;

Dell’ usate mie pene alquanto lente,

Per l’inganno del sonno, allor m’ ingombra,

Ond’ ogni mio piacer risolve in ombra,

Quando da ciascun lato ha l’altre spente.

O viver mio nojoso, o avversa sorte!

Cerco l’ oscurità, fuggo la luce,

Odio la vita ognor, bramo la morte.

Quel, ch’ agli occhi altrui nuoce, a’ miei riluce,

Perchè chiudendo lor, s’ apron le porte

Alla cagion, ch’ al mio Sol mi conduce.

 

L’autrice del componimento è Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, vissuta tra il 1490 e il 1547.

La Colonna è conosciuta, insieme ad altre sue colleghe poetesse come Alessadra Scala, Cassandra Fedele, Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Tullia D’Aragona, per aver cucito un legame, finora inesistente, tra donna e letteratura.

Ovviamente non ci si può riferire a queste donne definendole femministe, ma ad esse va riconosciuto il merito di aver portato ad una vera rivoluzione poetica.

Lo stesso Angelo Poliziano, intrattiene scambi epistolari con Alessandra Scala e Cassandra Fedele.

Entrambe studiose di greco e definite dallo stesso Poliziano donne di grande bellezza e cultura. Egli infatti ricorda così Alessandra Scala: “Quando Alessandra interpretava l’Elettra di Sofocle, lei vergine una vergine, tutti ci stupivamo: che scioltezza nel pronunciare (lei, di stirpe ausonia) la lingua attica senza fare errori! Che voce emetteva, mimetica, ma sincera! Che osservanza dei minimi dettagli dell’arte della scena! E nel contempo, come serbava il carattere schietto; fissando gli occhi a terra, non sbagliava un movimento, non un passo, ne’ esagerava nel tono lamentoso; e avvinceva gli spettatori con l’umido sguardo. Tutti restammo attoniti: me punse, quando vidi il fratello fra le sue braccia, gelosia.”

Infatti non c’è da stupirsi se essa è stata una delle poche letterate a fare parte del ristretto circolo culturale che si raccolse intorno a Lorenzo il Magnifico.

Anche Cassandra Fedele fu ammirata dal Poliziano, che scrive che fra le donne “l’unica a venir fuori sei tu, fanciulla, che maneggi il libro al posto della lana, la penna al posto del belletto, la scrittura al posto del ricamo e che non ricopri la pelle con il bianchetto ma il papiro con l’inchiostro“.

Questa frase è emblematica di come queste poetesse abbiano rivoluzionato il loro ruolo di donne e di letterate. Hanno dimostrato come una cosa non per forza debba escludere l’altra, cosa non così ovvia nel 1500.

La stessa Cassandra fu attiva nei circoli umanisti di Padova, intervenendo in dibattiti e con studenti e professori dell’università.

Fu anche invitata a tenere una cattedra in Spagna, ma la guerra non glielo permise.

GIOCHI VERBALI SULLE PENE D’AMORE

Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;

piangerò, arderò, canterò sempre

(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre

a l’ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)

la bellezza, il valor e ‘l senno a canto

che ‘n vaghe, sagge ed onorate tempre

Amor, natura e studio par che tempre

nel volto, petto e cor del lume santo;

che, quando viene, e quando parte il sole,

la notte e ‘l giorno ognor, la state e ‘l verno,

tenebre e luce darmi e tormi suole,

tanto con l’occhio fuor, con l’occhio interno,

agli atti suoi, ai modi, a le parole,

splendor, dolcezza e grazia ivi discerno.

 

Questa poesia di Gaspara Stampa descrive al meglio il carattere esuberante e libero della poetessa.

La stampa infatti condusse una vita raffinata, elegante e spregiudicata, soprattutto per via della sua bellezza e delle sue doti.

Oltre che poetessa, infatti era una meravigliosa suonatrice di liuto e cantante.

Visse diverse esperienze d’amore in modo libero, che però segnarono in modo permanente non solo la sua vita, ma anche la sua poetica.

Fra queste “esperienze d’amore”, va evidenziata quella con il conte Collatino di Collalto, che durò circa tre anni.

Purtroppo egli non ricambiò così ardentemente l’amore che invece, Gaspara provava per lui, e la relazione finì portando la poetessa a vivere una profonda crisi spirituale e religiosa.

Morì a Venezia il 23 aprile 1554 dopo 15 giorni di febbri intestinali, anche se alcune fonti sostengono che la poetessa si sia suicidita per amore, altre invece che le pene d’amore peggiorarono la sua salute fino a portarla alla morte per malattia.

Che siano state ammirate da poeti come Angelo Poliziano, o che siano morte d’amore, queste poetesse sono donne capaci di esserci ritagliate orgogliosamente un loro spazio in una società, come quella del 500, enormemente maschilista.

Talmente abili con l’uso delle parole e della scrittura da essere definite donne che “maneggiavano il libro al posto della lana e la penna al posto del belletto”.

E scusate se è poco.

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