Suono: vibrazione fisica di un corpo, la cui ampiezza di oscillazione in un dato periodo determina l’altezza del suono prodotto. Musica: tutto ciò che è suono. Ma siamo sicuri che la musica sia solo una sensazione uditiva? Nei paesi anglofoni, il modo di dire to feel blue indica uno stato d’animo malinconico, letteralmente legato al colore blu. Da questo modo di dire sembra derivi l’etimologia del termine blues, genere musicale scaturito inizialmente dalle laconiche melodie degli schiavi di colore, use a scandire il ritmo di lavoro giornaliero. Ma che nesso c’è fra colori e musica allora?

1. Musica e colori

L’idea di far corrispondere ad una data nota o ai modi maggiori e minori in musica un dato colore deve essere datato al XVI secolo e ricondotto alla figura di Giuseppe Arcimboldo (1527-1593), che produsse una tavolozza a colori graduata di grigi a cui corrispondessero rispettivamente le successioni di toni e semitoni della notazione musicale. Lo stesso fece Isaac Newton, ma con una più ampia gamma  di colori . Il tentativo di riprodurre immagini generate dal suono musicale e automaticamente connesse ad uno spettro di colori è affatto infrequente nella storia, soprattutto dopo l’invenzione della lampadina elettrica. Tra questi tentativi possiamo annoverare il Color Organ di Bainbridge Bishop e il Claviére a lumiére di Wallace Rimington, rispettivamente nel 1877 e nel 1893, per finire con il Clavilux di Wilfred Thomas del 1918.

2. La nota si fa colore: padre Castel 

Il padre gesuita Louis Bertrand Castel (1688-1757) associò nei suoi esperimenti- come già Newton – sistematicamente un colore ad ogni nota della scala musicale, invertendo il procedimento di Arcimboldo che partiva dal colore e non dal suono. Ogni nota era ora associata ad un colore senza riferimento ad una precisa scala cromatica di corrispondenza. Il potere evocativo della nota assumeva dunque la posizione a scapito di millimetrica analisi di una corrispondenza fra tono e colore musicale. Ma Castel superò Newton: egli costruì il suo clavicembalo ottico o “Clavecin oculaire” fondandosi su questo metodo, poi ripreso da Bishop, Rimington e Thomas.

3. La musica colorata di Skriabin 

La teoria della corrispondenza fra musica e colori fu portata a pieno compimento dal musicista russo Anton Skriabin  (1892-1915) nella sua opera Prometeo, definita “poema del fuoco” . Questo essere opera musicale e visiva contemporaneamente determinò la scelta delle successioni di note e di tonalità da parte dell’autore. Il primo rigo dell’opera fu infatti espressamente dedicato allo strumento “luce”, in grado di arricchire con impressioni luminose l’orchestrazione musicale.

Oltre a questa idea di esperienza artistica totalizzante, Skriabin approfondisce la corrispondenza tra suono e stato d’animo già proposta da padre Castel. Nell’universo dell’autore russo, il do corrispondeva al rosso volontà,  il mi all’azzurro chiaro del sogno e il re al giallo gioia. Ma, ad esempio,la nona di Beethoven, in tonalità di re, non è forse nota come Inno alla gioia? Puro caso?

4. La scienza

Il fenomeno sinestetico è inteso scientificamente come ”percezione contemporanea propria di due o più sensi”. Da studi condotti da università come Cambridge o Amsterdam è emerso che questa capacità di percezione plurivoca, ”sun-aisthesia”, è legata a una forte connessione delle sinapsi della corteccia cerebrale. Sembra che tale fenomeno sia sette volte più frequente tra artisti, letterati e poeti.

Ma è anche vero che ci possono essere forme “indotte” di sinestesia prodotte da droghe allucinogene, antidepressivi in quantità eccessiva o ipnosi. Un’altra constatazione particolare riguarda come le persone affette da autismo, cioè con mutazione del cromosoma 2, siano particolarmente sensibili a questi fenomeni. Insomma, non sembra esserci una spiegazione univocamente genetica o attitudinale di questo fenomeno, che rimane ugualmente misterioso e affascinante. Avete mai sperimentato di persona?


Fonti:

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