In questi ultimi giorni è scoppiato il fenomeno BREXIT, in seguito al risultato del referendum indetto il 23 giugno 2016 in Gran Bretagna con il quale i cittadini inglesi sono stati chiamati alle urne per votare ”Leave” o ”Remain” del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea.

Il risultato, che ha lasciato letteralmente sconvolto il governo inglese, ha decretato ancora una volta lo scarso feeling della corona britannica rispetto al resto dell’Europa e non più solo, a questo punto, per la mancata adesione all’euro.

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La vittoria del Leave (51,9%) ha prodotto come prima conseguenza le dimissioni del premier David Cameron che, inizialmente favorevole, si è poi battuto per il Remain, generando scompiglio e confusione e spingendo gli elettori, sulla scia di un alone di ambiguità sulla questione, a decidere per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il risultato stupisce ancor di più se si pensa che far parte dell’UE aveva permesso all’Inghilterra di non rimanere isolata rispetto alle decisioni che venivano prese sul piano economico e geopolitico dal resto dell’Europa.

Una seconda conseguenza, senz’altro ancora più sorprendente, riguarda la ribellione della Scozia che, qualora ratificato il provvedimento, si troverebbe difatti ad essere considerata un paese extra comunitario. La Scozia non ci sta e fin dalle prime battute ha fatto sentire la sua voce, reclamando un secondo referendum e chiedendo di restare nell’UE.

Il primo ostacolo effettivo per il Regno Unito sarà quello di ottenere la ratifica del referendum da parte del Parlamento inglese che potrebbe bloccarne l’applicazione.

Poi, per ottenere il recesso effettivo dall’UE, il Regno Unito, secondo quanto stabilito dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, dovrà notificare tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenterà i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso dell’Inghilterra.

La procedura di recessione prevede, infatti, che entro due anni dall’entrata in vigore della richiesta di recesso, le parti in causa (L’Unione Europea e la Gran Bretagna) debbano negoziare degli accordi per stabilire le condizioni dell’uscita. Se non si arriverà ad un accordo, i trattati cesseranno. Probabilmente il tema chiave degli accordi sarà quello di limitare la creazione di barriere all’interno del mercato unico europeo. La soluzione sarà quella di trovare una forma di partecipazione economica europea con uno stato che, pur facendo ne geograficamente parte, è esterno all’Unione Europea. Già in passato, sono state create delle intese bilaterali con Turchia, Svizzera e Norvegia.

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Una possibilità potrebbe essere ripetere il referendum. Un precedente va rintracciato nell’Irlanda che nel 2007 ha bocciato l’adesione al trattato di Lisbona. Nel 2009 il referendum è stato ripetuto con modifiche minime, ma questa volta l’Irlanda ha dato la sua adesione.

Un’altra possibilità, prevista dal Trattato di Lisbona, è che lo stato che recede possa decidere in un secondo momento di aderire nuovamente all’Unione Europea presentando una nuova domanda di ammissione.

La vittoria del Leave, dunque, sembra lasciare un po’ di amaro in bocca e mette il Regno Unito nelle condizioni di dover rimettere tutto in discussione con il rischio-sembrerebbe altissimo- di perdere tanto, oltre che di creare uno sconvolgimento negli equilibri socio-politico-economici dell’Unione Europa.

credits:

Pixabay

Fonti:

Youtube. (2016, 27 Jun). Brexit, rischi e opportunità | Francesco Bestagno.

 https://www.youtube.com/watch?list=PLUO5hocGSm6m0z3Rl_Y0A6MJpIzi9ahpj&v=DKovtnXZXOI&app=desktop