Alice Attraverso lo Specchio”, sequel di “Alice in Wonderland”, è recentemente uscito nelle sale cinematografiche italiane. Alice (Mia Wasikowska) torna nel bizzarro e fantasioso Sottomondo per aiutare il Cappellaio Matto (Johnny Depp) che, avendo trovato un ricordo d’infanzia nei boschi, è sprofondato nella depressione e nel malessere per i sensi di colpa verso la sua famiglia, che crede ormai perduta. Sembra che solo la bionda e coraggiosa ragazza possa aiutarlo, arrivando a sfidare il Tempo in persona e a viaggiare nel passato: in questo modo, scoprirà cose che le faranno vedere in modo più chiaro il presente.

L’idea nasce dal titolo di uno dei libri di Lewis Carroll ma le vicende sono totalmente diverse rispetto a quelle narrate; questo non stupisce: anche il primo capitolo diretto da Tim Burton aveva trasformato la piccola, trasognata Alice in un’anticonformista guerriera vestita di una luccicante armatura, paladina di Sottomondo; il problema di “Alice Attraverso lo Specchio”, quindi, risiede altrove, cioè nella sceneggiatura. Buchi ovunque: la Regina Bianca (interpretata ancora da Anne Hathaway) sospira e sentenzia che solo Alice può viaggiare indietro nel tempo perché tutti gli altri personaggi sono già stati nel passato, ma non spiega né perché né quando esattamente. Ricompare anche il personaggio della Regina Rossa (Helena Bonham-Carter), che nel primo capitolo avevamo visto esiliare insieme al suo complice/amante, ma che ora è misteriosamente libera e frequenta il palazzo del Tempo (Sacha Baron Cohen), il quale è innamorato perdutamente di lei; nessuno spiega come questo sia potuto avvenire, ovviamente.

Il movente dell’azione: fin troppo debole, inconsistente. Non è ben chiaro se ciò che affligge il Cappellaio Matto sia depressione o una vera e propria malattia fisica, sta di fatto che un rimorso lo porta a essere moribondo ed è proprio per questo che Alice è costretta ad affrontare il Tempo. D’accordo: Sottomondo sarà anche un luogo bizzarro e magico, dove niente è impossibile, però basarsi solo su ciò per giustificare tutti questi buchi di sceneggiatura e incoerenze è un po’ pretenzioso, se non ridicolo.

Ma la vera mossa fatale è stata, senza dubbio, la forzatura al lieto fine: perché bisogna “stirare” gli eventi, stravolgerli a tutti i costi purché si arrivi in qualche modo a far tutti felici e contenti? Dato che “Alice in Wonderland” si è proposto come un rifacimento della favola classica decisamente stravagante e mirato a cogliere quali potessero essere le effettive problematiche di una fanciulla del XIX secolo, non si poteva giocare proprio sull’originalità e sull’imprevedibilità di questa versione? Non sarebbe stato un vero colpo di scena lasciare che a vincere stavolta fosse qualcun altro, non l’eroina? E non sarebbe stato anche più coerente col tema del film, cioè il tempo?

Tante possibilità, ma ancora una volta è stata scelta la più ovvia e, forse, la più sicura dal punto di vista economico, dato che il film punta a un target molto giovane. Tuttavia, allo stesso modo ci si doveva aspettare un pubblico anche un po’ più adulto, considerata la visibilità che aveva ottenuto “Alice in Wonderland”, pubblico che non può non restare un po’ deluso da queste ultime avventure di Alice, prevedibili e malcurate. Inoltre, a prescindere dallo spettatore a cui un film pensa di rivolgersi, non c’è motivo di non articolare bene una storia, qualunque essa sia. Sarà che è facile parlare col senno di poi, ma almeno una cosa ce l’ha insegnata questo film: non si torna indietro nel tempo.


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