Ci fu un tempo -mitologico, oserei dire- in cui in Italia il gioco del calcio ricopriva un ruolo secondario tra le passioni sportive degli italiani, adombrato dalla sagoma lesta e schietta del ciclismo.

Detto oggi, pare impossibile che nella prima metà del secolo scorso la bicicletta potesse sovrastare il calcio, oggi signore incontrastato dello sport nazionale.

Bisogna ammettere che noi italiani siamo sportivamente monarchici: se negli USA (più o meno) basket, baseball e football se la giocano sullo stesso livello, in Italia il distacco tra l’interesse nei confronti del calcio e quello verso gli altri sport è abissale.

Se nel nostro paese si trovassero a cena un nuotatore, uno schermidore ed un cestista, difficilmente avrebbero da far discorsi intorno ad uno di questi tre sport ma, se proprio sullo sport volessero rimanere, di certo parlando di calcio almeno un nome in comune lo troverebbero.

Non tanto per una questione di interesse, ma almeno per un fatto di osmosi.

Questa leadership si è tuttavia imposta solo dal secondo dopo guerra, quando l’astro lucentissimo del Grande Torino ha saputo unirci nel suo splendore, dalle baite di Bolzano alle masserie di Taranto.

Già negli anni Trenta la Nazionale di calcio guidata da Pozzo ha dominato in Europa e nel mondo, conquistando la grandezza di due Coppe Rimet consecutive, una Olimpiade ed una Coppa Internazionale.

Erano gli anni del Bologna “che tremare il mondo fa”, della Juventus del quinquennio d’oro, delle reti di Meazza, Schiavio e Piola.

Tuttavia ancora il pubblico italiano vedeva la bicicletta nei suoi sogni piccolo borghesi, quelle epopee sudate che ogni operaio, più modestamente, intraprendeva ogni mattina mangiando il freddo ed i chilometri che lo separavano dalla fabbrica, pedalata dopo pedalata.

La corsa delle biciclette metteva i brividi, faceva sudare freddo, lasciava incollati alle radio delle osterie italiane migliaia e migliaia di sportivi, in quei mesi di maggio tardo-primaverili della corsa rosa che sapevano di  preghiere profane, di esaltazioni baccanali e di aspro vino rosso rovesciato sui tavoloni in legno.

Raccontano i vecchi d’oggi, giovani di ieri, che allo scatto del campione l’Italia si fermava; si dipingevano nella mente le scalate sulle Alpi, si sentiva il freddo delle discese appenniniche, gravava il peso dei muscoli nelle sgroppate litoranee.

Si urlava “Forza Binda!” ed in suo onore si acquistavano biciclette Legnano per recarsi al posto di lavoro; ci si metteva per strada e si gareggiava col vicino montante una Maino, in onore di Costante Girardengo.

Venne quindi l’astro di Bartali, assoluto campione e modello umano, e con lui la sua necessaria antitesi, il campionissimo, Fausto Coppi, in modo tale che anche nello sport l’Italia potesse dividersi: i democristiani da un lato, i comunisti dall’altro, con il povero Coppi che comunista, probabilmente, non lo fu mai.

Vennero i record del mondo, gli allori mondiali, le vittorie al Tour che persino sventarono la guerra civile (un’altra) dopo il tentato omicidio di Togliatti: grazie Gino!

L’Italia restava appesa a quei pedali gioendo e disperando, osservando quelle frecce colorate come il bambino segue irrazionalmente il moto astratto della farfalla.

Coppi e Bartali, la foto più nota del nostro ciclismo
Coppi e Bartali, la foto più nota del nostro ciclismo

Poi l’incantesimo si ruppe e ancora non sappiamo il perché.

Sentiamo: quanti di voi dieci miei lettori avete seguito il Giro d’Italia di quest’anno? Si parla eppure di una edizione molto particolare e sportivamente sublime, vinta da Nibali all’ultima tappa dopo una rimonta che ha del magnifico.

Ho scritto prima che in Italia di calcio si può non sapere nulla, ma questo vi si attaccherà almeno per osmosi: con il ciclismo non vale più nemmeno questa regola. Quanto sono durati i titoli inneggianti al successo dello squalo?

Ho tentato di darmi una risposta intorno a questa caduta e la individuo in un fatto di repulsione cutanea, di scarna pratica e di persa fiducia.

Se ancora il gioco del calcio, sebbene distante nelle cifre e onirico nel suo mondo, rimane di comune pratica tra noi ragazzi nelle strade (poco) e negli oratori, ed ancora il calciatore ispira mitologia ed eroicità in grandi e piccini, lo stesso non si può dire del ciclismo.

Nessuno di noi -va bene, ammettiamo un “pochissimi di noi”- usa quotidianamente la bicicletta, a maggior ragione a carattere agonistico.

A questo aggiungiamo un dramma che nel ciclismo professionista pare inestirpabile: l’inganno, la beffa amara, il durissimo schiaffo inflitto da madama Chimica.

Se il campione Coppi per disputare, ragazzino, il Giro del Piemonte partiva dalla sua Castellania all’alba in bicicletta, arrivava a Torino (130 km), correva e ritornava (in bicicletta) a casa la notte, supportato da tre uova sode, poche fette di salame nostrano e pane di micca, oggi abbiamo perso la fiducia nei grandi corridori, ingabbiati da malsane pratiche dopanti.

Il più forte di sempre, Eddy Merckx, lo dobbiamo anche ricordare in lacrime su un letto d’ospedale, positivo al galeotto test della fencamfamina; l’ultimo nostro grande ciclista, amato e noto, Marco Pantani, lo abbiamo trovato nella sua stanza morto per overdose; l’americano Lance Armstrong, capace di vincere sette Tour de France consecutivi, se li è visti tutti revocare, scippati ora da una pillola, ora da un cambio di sangue.

Il campione Eddy Merckx in lacrime, dopo la positività al test anti-doping
Il campione Eddy Merckx in lacrime, dopo la positività al test anti-doping

Come può il ciclismo ancora generare fiducia, davanti a questo perseverare dannatamente sempre più diabolico?

Quale ragazzino porta nelle proprie stanze un poster di Contador o di Nibali? Pochissimi, temo, solamente i praticanti di questo sport, forse.

Eppure parlo di campioni di primo grido, grandi come solo certi grandi lo furono.

Il campione del ciclismo non infiamma più l’immaginario collettivo, diviene un ignoto uno dei tanti, spesso e volentieri falso e dopato.

A tutto questo dobbiamo affiancare i tempi tecnici del ciclismo. Se una partita di calcio ruba un’ora e mezza all’appassionato, una tappa del Tour richiede un pomeriggio intero, spesso e volentieri lento e noioso, senza scatti e senza acuti.

In un’epoca in cui la rapidità, il nervosismo, l’ansia e l’angoscia dominano, sono ben pochi coloro che possono spendere le proprie ore davanti alla tv a veder scorrere miriadi di biciclette.

Con questo, nemmeno la stampa riesce ad essere degno aedo delle gesta dei ciclisti.

Diceva Gianni Brera che solo il ciclismo, tra le cronache sportive, permetteva di accatastare la prosa e gettarsi liberi nel verso della poesia.

Oggi la poesia è spenta, la musica è finita. Il ballo si è concluso e l’orchestra tace. Rimangono pochi invitati ubriachi, che ancora volteggiano vani senza un pubblico che li ammiri, aspettando che l’alba, esausti, se li porti via.