Il cinema fa tappa nella Stazione del Passante Ferroviario di Porta Vittoria, Milano. Qui, in collaborazione con Artepassante, si trova la nuova casa della Dual Band, compagnia musicale e teatrale, creatrice di Il Cielo sotto Milano.

In questo luogo unico ed un po’ magico, dalle grandi vetrate e un andirivieni di pubblico e passanti, Il Cielo sotto Milano diventa uno spazio molto diverso da quelli teatrali tradizionali, un luogo dove gli artisti si possono guardare lavorare da fuori, oppure dove si può entrare, parlare, chiedere, ed anche partecipare. La Dual Band è a tutti gli effetti al servizio del pubblico.

Questo giovedì 26 maggio, si concluderà uno dei tanti cicli di eventi che animano questo spazio, si tratta di Nuovo Cinema Vittoria con Mattia Carzaniga. Questo sarà, dunque, l’ultimo di 5 appuntamenti con il grande cinema, che hanno visto protagonista il treno in altrettanti film, dai Fratelli Lumiere a 007.

Le serate, si perché si inizia alle 20.45, si svolgevano così: film in lingua originale con sottotitoli, seguente chiacchierata con il critico Mattia Carzaniga, un piatto e birra artigianale, il tutto alla modica cifra di 8 euro. Dopo Strangers on the Train di Hitchcock, l’appuntamento è stato con Café Express, capolavoro dimenticato del 1980 diretto da Nanni Loy, con Nino Manfredi in uno dei suoi ruoli più belli e commoventi. Poi è stata la volta di uno dei più grandi mélo di tutti i tempi: Breve incontro di David Lean, del 1945. Il quarto è stato Una lezione d’amore (1954) di Ingmar Bergman, con amori, tradimenti, divorzi, ricordi, risate e lacrime, in una delle commedie più brillanti del regista svedese.

Ma c’è un genere non ancora esplorato, che aspetta di essere raccontato, è il cinema western con un grande classico, l’assalto al treno. Rappresentato dagli albori del cinema, il treno è protagonista nel 1903 del film The Great Train Robbery, prodotto e diretto da Edwin S. Porter, con un budget di ben 150 dollari.

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Porter ebbe l’idea di realizzare il film dopo aver girato un documentario pubblicitario della società ferroviaria Delaware – Lackawanna, nel corso del quale capì che il treno poteva essere un’ottima base per un soggetto cinematografico. Considerato una pietra miliare della produzione cinematografica, per l’utilizzo di una serie di tecniche che all’epoca erano poco convenzionali, come il montaggio composito, le riprese on-location e frequenti movimenti di cinepresa, il film dura solamente 11 minuti, ma da inizio ad un genere, il western, che durerà molto a lungo, e che prosegue ancora oggi.

Per essere un western, però, devono esserci, una trama moralista, un eroe o cavaliere errante che va di città in città, accompagnato solamente da un revolver ed un cavallo, ed una delle innovazioni per l’epoca recenti, ovvero il telegrafo, la stampa e ovviamente la ferrovia. L’azione, dunque, si svolge sempre sulla frontiera, con il progresso che incombe, tra i più spettacolari panorami d’America.

Dopo The Great Train Robbery, però, la vera età d’oro del film western, inizierà solamente un paio di decenni dopo con due grandi registi: John Ford (che scelse spesso John Wayne per i suoi film) e Howard Hawks. Nel 1939, infatti, uscì Ombre rosse di Ford, comunemente considerato uno dei migliori del genere, e confine tra il western degli anni ‘30 – fatto prevalentemente di eroi poco realistici – e quello degli anni successivi molto più realistico e fedele all’epopea.

Ombre rosse è di fatto la bibbia del genere, in esso vi sono tutti gli ingredienti che verranno utilizzati per i più grandi film che seguiranno – la diligenza, lo sceriffo inflessibile ma dal cuore d’oro, il medico ubriacone, il banchiere moralista e truffatore emulo del politicante corrotto, il baro, la prostituta redenta, l’eroe che ha subito un torto e vuole vendicarsi, l’assalto degli indiani, la Monument Valley, l’arrivo della cavalleria e quindi dei nostri, il duello finale e il coronamento della storia d’amore dei protagonisti.

Insomma, dopo Ombre rosse, la strada è spianata, non solo grazie ai grandi capolavori del dopoguerra di Ford e Hawks, ma anche grazie al contributo di grandi registi come Raoul Walsh, Anthony Mann e il suo celebre ciclo con James Stewart,Budd Boetticher e il ciclo con Randolph Scott. Ma quasi tutti i grandi registi americani realizzano in questo periodo un grande western, diventato il genere americano per eccellenza, in cui il semplice riferimento storico di partenza veniva trasceso per raccontare grandi storie: sull’umanità in sé, sul concetto di frontiera, sui conflitti tra la natura e la civiltà, sulla libertà individuale e la Legge, tutti grandi temi archetipici affrontati attraverso un racconto che sembrava solo esteriormente semplice. Il western era così diffuso ed amato, che il grande critico francese André Bazin arrivò a definirlo il film americano per eccellenza, che portò alla ribalta una ricca galleria di star, che andavano da John Wayne a Gary Cooper, da Henry Fonda a Joel McCrea, da Randolph Scott a Kirk Douglas, Robert Mitchum o Glenn Ford.

Negli anni Sessanta, però, il genere trovò nuova vita in Italia con il filone degli Spaghetti-western, e nonostante un’iniziale diffidenza, a poco a poco il genere si è sempre più distinto, venendo fortemente rivalutato dalla critica, soprattutto grazie a quello che è il più importante esponente e maestro del genere, il regista Sergio Leone.

Suoi, infatti, sono i film più conosciuti, e probabilmente gli “archetipi” del genere. Stiamo parlando della trilogia del dollaro, che vede protagonisti Clint Eastwood(che diede vita al ruolo dell’uomo senza nome) e le famosissime colonne sonore di Ennio Morricone (tre nomi che ormai oggi sono sinonimi del genere stesso): Per un pugno di dollari (1963), Per qualche dollaro in più (1964) ed infine Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Quest’ultimo è senza dubbio uno dei western più famosi di tutti i tempi, ed ebbe, relativamente agli altri film, un budget atipicamente alto: quasi un milione di dollari.

Gli spaghetti-western, inoltre, furono il trampolino di lancio o la consacrazione per altri attori americani quali Clint Eastwood, Charles Bronson, Lee Van Cleef, James Coburn, Eli Wallach, Henry Fonda, Tomas Milian e il tedesco Klaus Kinski, senza dimenticare gli italiani come Bud Spencer, Terence Hill, Gian Maria Volonté, Franco Nero, Giuliano Gemma e Fabio Testi.

Oggi il genere, a volte dimenticato, è tornato a vivere più forte che mai grazie al grande Tarantino, che ha rispolverato il genere con Django Unchained (una variazione altamente stilizzata degli Spaghetti Western, giusto per restare in tema, e tributo al film italiano del 1966 Django, di Sergio Corbucci) del 2012, un western revisionista (anche detto anti-western), sottogenere del western sorto alla fine degli anni sessanta e ampiamente diffuso nel decennio successivo, e The Hateful Eight del 2015. Da ricordare anche The Revenant di Alejandro González Iñárritu, che rimarrà nella storia come il primo Oscar di Leonardo di Caprio (che a proposito, era anche in Django Unchained).

Insomma, ora non vi resta che rispolverare qualche classico, in attesa della serata di giovedì 26, dove scoprirete in quale film il treno, sarà ancora una volta protagonista.


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