Di Silvia Carbone

Quante volte vi è capitato di rivolgere questa domanda a un interlocutore distratto?  Tra tutte le persone che sentono quello che diciamo ogni giorno, quanto è raro trovare qualcuno che ci sappia veramente ascoltare? In quanti ci conoscono?

L’udito è una capacità che la maggior parte di noi ha la fortuna di poter dare per scontata, una via d’accesso per gli stimoli che abbiamo sempre avuto e alla quale non ci soffermiamo neanche a pensare ogni volta che ne facciamo uso.

E’ normale che sia così; il fatto che sia tanto automatico lascia la nostra mente apparentemente libera di occuparsi di altro, anche se in realtà sta ricevendo moltissime informazioni alle quali non facciamo consciamente caso, ma che sono fondamentali nella nostra interazione con l’ambiente.

L’udito percepisce timbri, toni, melodie, ritmi che ci permettono di identificare la provenienza del suono, l’umore della persona che lo emette, il suo carattere e perfino la sua provenienza geografica. A pensarci bene, è sorprendente quanto ci facciamo affidamento.

L’orecchio è infatti uno dei primi organi a svilupparsi nel feto: ne regola l’equilibrio e gli permette di riconoscere il battito del cuore della madre, la sua voce e quella del padre, come anche altri suoni e rumori. Inoltre, l’udito è legato al sistema limbico: alcuni suoni provocano in noi risposte affettive, come il pianto dei bambini. Quando siamo ansiosi, l’udito è più sensibile a suoni che lo mettano in allerta.

Rispetto all’udito, che porta già con sè questo enorme bagaglio di informazioni, l’ascolto prevede un maggiore coinvolgimento e impegno; ci viene, cioè, meno automatico. Ma è questione di abitudine e di esercizio, e saper ascoltare è fondamentale per crescere come individui e per relazionarsi agli altri.

Possiamo fare un’autoanalisi facendo riferimento a tre tipi di ascolto:

Prima di tutto l’ascolto passivo, finto, che coglie solo a tratti ciò che ci sta dicendo l’interlocutore: ci si lascia distrarre e magari si annuisce al solo scopo di poter dire la propria il più in fretta possibile senza dover sentire oltre.
Capita a tutti di essere troppo stanchi per ascoltare per l’ennesima volta le lamentele di qualcuno o quella storiella che il nostro amico racconta davvero troppo spesso; l’importante è esserne consapevoli e non trasformarla in un’abitudine. Come a noi fa piacere sentirci considerati e ascoltati, così è per gli altri, che probabilmente apprezzeranno il nostro sforzo se saremo gli unici a seguirli mentre tutti gli altri sgranano gli occhi, scocciati, e si girano dall’altra parte.

Un secondo grado di ascolto è l’ascolto logico, distaccato rispetto all’interlocutore ma concentrato sul contenuto di ciò che viene espresso. E’ certamente una modalità che ci torna utile in molte occasioni di apprendimento, durante una lezione o un corso; ma si può fare di più.

Vi è infine l’ascolto empatico, che cerca di capire ciò che l’interlocutore vuole comunicare non solo attraverso i contenuti che esprime, ma anche da come li esprime. Solo un ascolto empatico permette di capire davvero chi abbiamo di fronte e come possiamo agire in relazione a questa persona. Non significa certo rinunciare a dire la propria nè rimanere tanto coinvolti da prenderci il carico di ogni suo peso, ma cercare di condividere qualcosa. Questo atteggiamento è molto più efficace per creare un senso di fiducia che va a vantaggio della ricchezza delle informazioni scambiate e riduce le incomprensioni.

E voi: vi riconoscete in questi tipi di ascolto? Vi accorgete di applicarli a situazioni diverse? Sapete ancora ascoltare attentamente le persone che vi circondano, anche quelle che credete già di conoscere?

Bibliografia:

www.crescita-personale.it

www.benessere.com