In questa puntata della rubrica Disco Consigliato, vorremmo parlare di un disco di una delle band più amate del panorama alternative metal mondiale.

Signori e signore ecco a voi “Gore”, il nuovissimo album dei Deftones.

Tuttavia, parlare di questo album senza aver prima inquadrato la band e l’immaginario che la circonda, potrebbe apparire straniante ai più. Innanzitutto: i Deftones sono una band californiana che muove i primi passi nella scena alternative metal attorno ai primi anni ’90, quindi subito dopo l’esplosione grunge e contemporaneamente all’ascesa di band come System of a Down e Korn -degni portabandiera del genere in questione. Nel giro di breve tempo acquistano notorietà con il trittico di album “Adrenaline”, “Around the Fur” e “White Pony”, imprescindibili per qualsiasi appassionato di metal -concetto, peraltro, estendibile a qualsiasi appassionato di musica, per quanto mi riguarda- e assolute pietre miliari del genere e che hanno posto le basi per la poetica e l’immaginario tra l’onirico e il rabbioso di questa band.

Quello che rende importanti i Deftones, appunto, è la peculiarità dell’approccio alla composizione delle tracce che vanno a comporre i loro album; il background musicale dei cinque musicisti è totalmente differente, perciò si verifica una sorta di lotta fra le varie correnti all’interno della band. Questo porta ad una creazione atipica, dove metal, ambient, elettronica e new wave si combinano in maniera armoniosa -sulle cui note Chino Moreno è pronto a cantarvi una dolcissima ninna-nanna-, oppure collidono creando intrecci sonori aggressivi dove la chitarra di Stephen Carpenter e la batteria di Abe Cunningham -due tra i migliori musicisti nella scena alternative statunitense- sfoderano tutta la loro potenza e furia distruttrice, per far da tappeto sonoro agli urli del buon Chino.

“Gore”, però, è decisamente un passo avanti rispetto ai bellissimi lavori fatti in passato dalla band. E’ un disco dove la sperimentazione sonora raggiunge dei livelli mai toccati dal gruppo in precedenza. Un lavoro nel quale emerge di prepotenza uno dei membri più sottovalutati del quintetto losangelino: l’addetto alle tastiere e al campionamento Frank Delgado. La marcia in più di questo album sta di sicuro nel lavoro svolto dal dj nel riuscire ad assemblare ogni suono affinché la voce di Chino risulti più potente e allo stesso tempo più espressiva del solito: che funga da sesto strumento. Come detto dagli stessi Deftones: «Abbiamo fatto un album un po’ più inebriante di Koi No Yokan (ultimo disco, uscito nel 2012 ndr), –spiegando che- abbiamo solo cercato qualcosa di completamente opposto, […] di sfidare noi stessi e provare nuove cose che non abbiamo fatto in passato»

Il disco si apre con il primo singolo rilasciato dalla band: Prayers/Triangles che, a primo acchito ricorda, per il groove di batteria, Around the Fur, tratta dall’omonimo album; tuttavia si capisce già dopo 4 secondi che si tratta di un pezzo totalmente diverso, con un attacco di chitarra etereo e sognante sulle cui note Chino dipinge con la sua voce per poi esplodere in un ritornello tanto potente quanto cantabile. Un  pezzo che bisogna ascoltare più volte per riuscire ad apprezzarne ogni singola sfumatura sonora.

La successiva Acid Hologram ha un incedere strano, riuscendo a combinare ritmiche sludge, compassate e allo stesso tempo tagliente, a un cantato dolcissimo che diventa un parlato inquietante nel bridge da pelle d’oca; questo è decisamente un ottimo pezzo che fa da apripista alla doppietta formata da: Doomed User, secondo singolo dell’album e canzone tipicamente “alla Deftones”  e ad Hearts/Wires, uno dei pezzi migliori del lotto. Partenza con arpeggio di chitarra e sottofondo lasciato alle tastiere per poi -dopo 1 minutoe 21 secondi- attaccare con una dolcissima melodia in mid-tempo che nel ritornello esplode in tutta la sua potenza. Strutturalmente molto simile a Prayers/Triangles ma con un incedere maestoso e un arrangiamento che la rendono, senza ombra di dubbio, la traccia più importante del disco. Magnifica.

Pittura Infamante, Xenon e (L)MIRL si dimostrano tre validissime tracce che ben mescolano gli elementi calmi a quelli più tirati e, potenzialmente, ottime canzoni da eseguire live; soprattutto l’ultima del trittico che vede un Chino Moreno rispolverare i vecchi scream che lo hanno reso famoso in passato. Scream che la fanno da padrone sull’omonima Gore, pezzo più violento dell’album e tipica canzone dei Deftones che non avrebbe sfigurato sui dischi precedenti della band.

Il finale è affidato a Phantom Bride  -potenziale futuro singolo-, che vede la partecipazione del leader degli Alice in Chains, Jerry Cantrell, come chitarrista ospite durante l’assolo e alla bellissima Rubicon, un pezzo magnifico da ascoltare e riascoltare.

Un album ottimo per una band che ha saputo reinventarsi pur riuscendo a mantenere se stessa, senza snaturarsi, -anzi- sfruttando appieno le singole caratteristiche di ogni membro della band, perché tutti sono utili, nessuno è indispensabile.

Pezzi Consigliati: Prayers/Triangles, Hearts/Wires, Rubicon


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