Quando si decide di studiare una lingua, solitamente vengono in mente paroloni (che so, raddoppiamento fonosintattico, assimilazione consonantica regressiva, ecc.) magari sentiti per caso durante lezioni, conferenze e simili. Studiare una lingua dà sempre la sensazione di avere a che fare con qualcosa di quasi geologico: come se si trattasse di una montagna, o di una pianura; ma nella realtà non è così.

Infatti, la storia della lingua è la storia delle parole. E le parole non sono tutte uguali. Hanno caratteri, indoli, abitudini diverse, esattamente come gli uomini. E come fra gli uomini, anche fra le parole ci furono (e ancora ci sono) regni, antipatie e guerre. Ed è proprio di una di queste guerre che ora voglio parlare, perché fu quello scontro a decidere gran parte della attuale situazione della nostra lingua.

Oggi siamo abituati a distinguere, piuttosto grossolanamente, tre grandi classi di parole: tronche, piane e sdrucciole, a cui potremmo aggiungere anche le poche bisdrucciole e le assolutamente rare trisdrucciole. Tuttavia, le cose non stettero sempre così.

C’era un tempo in cui le tronche non esistevano. C’erano solo le altre due classi di parole, che però erano inconsapevoli di appartenere a delle classi, visto che questo concetto è acquisizione recente. Erano i tempi del glorioso Regno Libero delle Parole Piane, retto “dalli Regi della Stirpe Italiana”.

Era un regno di tolleranza, in cui nessuno, nemmeno le infide -che verranno poi dette “subdole”- Sdrucciole, era escluso. Tuttavia, rispetto alle Sdrucciole, le Piane erano nettamente superiori in numero, i loro commerci prosperavano, l’ottimismo abbondava sui loro accenti. Tutto ciò non poteva che generare invidia negli spiriti della fazione minoritaria, che, sentendosi minacciata dallo strapotere pianeggiante, iniziò una silente, lenta ma costante opera di smantellamento del potere pianoro.

Passarono anni, e i primi frutti iniziarono a maturare sull’albero del malaffare sdrucciolo. Senonché, un gruppo di Piane si accorse del disegno eversivo, s’insospettì e rese più autoritario l’operato del governo: controlli serrati, indagini, arresti e condanne furono comminate ai danni di alcune Sdrucciole. Fu allora che il loro capo, Sìbila, organizzò e mise in atto un Golpe. Fu la guerra civile.

Molte furono le battaglie, parole di entrambi gli schieramenti scomparvero, le due fazioni iniziarono a vacillare. Si giunse infine a una conferenza di pace, dove fu stilato il primo codice giuridico, la cosiddetta Grammatica, in cui si sancivano diritti e doveri di ogni tipologia di parola. Ora ognuna aveva finalmente un ruolo nella società; la vita poteva riprendere.

Tutte però sentivano che nulla era più come prima: troppe le assenti all’appello, troppe le mutilate. E fu proprio dalle mutilate che arrivò il più grande cambiamento che “li Regi della Stirpe Italiana” avessero mai visto. Infatti, una delle mutilate, valorosa in guerra, fu proprio lo Rege, che divenne così lo Re, per poi diventare, tempo dopo Il Primo dei Re.

Ora, lo Re non amava far parte delle mutilate, perché non si sentiva menomato in nulla, ma solo un po’ più leggero: aveva ancora energia per poter governare con rettitudine. Così decise di farsi chiamare, oltre che Primo dei Re, Primo delle Tronche. Inoltre, Egli decretò che, come riconoscimento del valore mostrato in guerra, tutte le mutilate avrebbero potuto entrare a far parte della Magnifica Camera Regia delle Tronche Veterane, qualora ne avessero fatto richiesta. Il provvedimento fu accolto dal regno con grande entusiasmo e tutte le mutilate, ormai tronche, presentarono domanda per la Magnifica Camera. Tutte, tranne una.

Infatti, prima dello scoppio della guerra, che passò alla storia come Congiura delle Subdole, una parola si era ribellata al rigore e alla piega autoritaria che aveva preso il Regno Libero delle Parole Piane. Costei, la grande pacifica orgogliosa, si chiamava Libertade.

Indignata per i fatti recentemente accaduti, prese la risoluta decisione di rinunciare al proprio status di Parola Piana e di involarsi verso più limpidi orizzonti: così, con estremo atto di coraggio, scelse di staccarsi la coda –de e di spiccare il volo. Fu vista da tutti con sospetto e riverenza. Nessuna però ebbe il coraggio di seguirla nel suo sogno. Nessuna aveva il suo integerrimo seppur altero temperamento. Da allora comunque, fu sempre presa ad esempio.

 

Tutta questa storia è da intendere soprattutto da coloro che abusano dei paroloni. È in racconti simili che bisogna ricercare le cause di fenomeni come il raddoppiamento fonosintattico. Anzi, il raddoppiamento fonosintattico ha origine proprio da questa vicenda, anche se è quasi un corollario, come un’orma sul terreno teatro di un inseguimento.

Abbiamo detto di come molte tronche siano in realtà il frutto di danni fisici subiti in guerra. Ora, per quanto dignitoso sia uno scranno nella Magnifica Camera, resta comunque un po’ di nostalgia per quella coda, che molti si ostinano a chiamare desinenza, perduta. Quindi, queste parole, quando ne incontrano altre forti almeno in apparenza (cioè quelle che comunemente diciamo dall’iniziale consonantica), vi si appoggiano, o comunque le attirano a sé, come chiedendo sostegno, fisico o morale, per il danno subito; oppure, talvolta, tradiscono la nostalgia per la fu coda, tanto da richiamarla alla memoria.

Poi, certo, come per prima, da questo discorso esula Libertà. Il raddoppiamento con lei avviene per l’ammirazione che le altre parole nutrono verso di lei. Sono le altre a cercarla e ad avvicinarla, se non addirittura a celebrarla ed immaginarla. In effetti, pur lasciando trapelare un sottilissimo velo di nostalgia, lei non ha rimpianti; la sua fu la massima affermazione di se stessa; cioè una consapevole, risoluta e libera rinuncia in nome di un più nobile ed alto fine.

Del resto, diceva il poeta: “E adesso aspetterò domani/ per avere nostalgia/ Signora Libertà, Signorina Fantasia/ così preziosa come il vino/così gratis come la tristezza/con la tua nuvola di dubbi/e di bellezza”.

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