Tutti ricorderete il trionfo di Leonardo DiCaprio nella notte degli Oscar dello scorso 29 febbraio come miglior attore protagonista per il film ”The Revenant”di Alejandro Gonzalez Inarritu.

Tuttavia, tra i candidati per quel prestigioso premio, vi erano altrettanti attori meritevoli: tra questi, il meno noto Bryan Cranston, conosciuto principalmente per il ruolo nella sitcom “Malcolm”, ma soprattutto per aver interpretato il signor Walter White, protagonista dell’amatissima serie televisiva “Breaking Bad”.

La sua nomination all’Oscar è frutto di un ottimo lavoro, sotto la regia di Joy Rach, basato sulla biografia “Trumbo” dello scrittore statunitense Bruce Alexander Cook, che racconta la vita dello sceneggiatore Dalton Trumbo.
Sfortunatamente il film in Italia non è stato sponsorizzato e la sua permanenza nei cinema è durata solamente pochi giorni.

Trumbo sbarcò dal Colorado a Los Angeles, cominciò come lettore per la Warner Bros e divenne, negli anni Quaranta, in piena Seconda Guerra Mondiale, uno degli sceneggiatori più ricercati di Hollywood.

E’ giusto ricordare e precisare che durante il dopoguerra, dal 1945 in poi, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, entrambe uscite vincitrici dalla guerra contro la Germania Nazista, cominciarono a imporsi come le due superpotenze mondiali, cercando di attirare nella propria sfera il maggior numero di Paesi possibili: una volta alleate contro “il male” nazista, le due posizioni politiche predominanti, democrazia e comunismo, si trovano ora una difronte all’altra.

Nel 1947, il 33° presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, si vide costretto ad adottare una strategia: la cosiddetta Dottrina Truman prevedeva di contrastare le mire espansionistiche dell’avversario comunista nel mondo. Esserlo, negli USA significava essere antiamericano.

Come si collega tutto questo con la vita di Dalton Trumbo? Semplice: lo sceneggiatore aveva simpatie comuniste, era schierato dalla parte dei sindacati e in favore dei diritti civili.

Nel 1947, finì, insieme a mezza Hollywood, di fronte al Comitato per le Attività Antiamericane, rifiutandosi di rispondere alle domande. Andò in prigione per 11 mesi, perse la casa, il lavoro eppure non si arrese: continuò a scrivere film sotto falso nome e a battersi fino al successo per lo smantellamento della lista nera.

Così come il personaggio di cui narra, anche il film ha una visione ideale, che consiste nel parallelismo tra l’impegno di Trumbo nel mestiere, costituito da immersione totale e strenua resistenza al sonno e alla fatica, scrivendo continuamente anche in condizioni non del tutto comode, e l’impegno dello stesso per la difesa delle proprie convinzioni politiche e della libertà di pensiero.

Con uno sceneggiatore di tale calibro, avremmo voluto vedere più momenti in cui Trumbo progettava la sua più famosa opera, “Vacanze Romane”,  o discuteva con i vari personaggi di Hollywood del tempo, ma il film di Roach non ci accontenta: giustamente il fuoco viene spostato sul carattere del padre di famiglia e sul ruolo di esempio umano, sottolineando la via del racconto di eroismo.

Decisamente non una vita facile quella di Trumbo. Dopo quasi un anno venne rilasciato di prigione e finalmente ottenne i riconoscimenti per i suoi lavori, quando ormai la lista nera per le attività antiamericane era solo un ricordo.
Nel 1953 ottenne il suo primo Premio Oscar per il miglior soggetto, cioè un breve racconto che illustra la trama, per il film, sopracitato, “Vacanze Romane” di William Wyler; nel 1956 lo stesso premio peril film “La Più Grande Corrida” di Irving Rapper.

Una grandissima nota di merito va quindi a Bryan Cranston, che è riuscito perfettamente ad immedesimarsi nel personaggio, come del resto era successo con Breaking Bad. Peccato che nella sua carriera non abbia avuto molte opportunità con cui mostrarsi al pubblico sul grande schermo. Come si suol dire: poche ma buone!