di Ivan Ferrari

Il suo richiamo giunse a me, ricordo, nel cuore di una notte densa di mormorii profetici e attese portate dalla frescura autunnale. Io camminavo al chiaro di un esangue plenilunio, cercando nel bosco deserto una memoria sconosciuta. La pupilla cerea del cielo era persa tra le nebbie che trasudavano pigramente dai vicini acquitrini, come fumi dalle braci agonizzanti di una pira funeraria abbandonata sulla linea di un tramonto preistorico.

I tenui raggi siderali erano talvolta interrotti dal volo silente di grosse ali corvine, stagliate contro un cielo insondabile. Camminavo tra le dense ombre dei rami, ammirando la brina che imperlava le ragnatele tese nel loro groviglio contorto. Udivo i gracidii, i piccoli tramestii della palude e il cicaleccio dei dèmoni, oltre le interminabili muraglie degli arbusti che cingono lo stagno.

Sapevo, nel profondo, che ero lì per ripetere il peggiore dei miei sbagli. Volevo incontrarla ancora! Volevo rispondere nuovamente alla convocazione di colei che dona la morte ai vivi e la vita ai morti, la sovvertitrice delle vie che attende tutti su una soglia proibita, ingombra di serpenti. Sono anni, ormai, che mi reco nottetempo a incontrare questa driade funesta. Sono anni che mi riprometto di non rivederla mai più, di dimenticarla. Lei, però, seguita a evocarmi per farmi ogni volta più a pezzi di prima. Una volta vinsi l’acquiescente mutismo in cui solitamente mi riduce e riuscii a domandarle perché fosse così interessata a me. Lei rispose soltanto che gli dèi sviluppano tanti strani amori verso i mortali, tutti votati alla loro estinzione. Non c’è droga o farmaco che liberi un uomo dalla stretta letale di questi amori. Una volta che ti ha preso, una volta che è dentro, niente mette al riparo la tua mente dalla sua voce.

Questa mia dea, nella parvenza, è una ragazzina di seta che abita nell’incavo di un grande larice disseccato, giù nel mezzo dell’antico querceto del bassopiano. Quella notte, i nodi decidui delle fronde, ammantati di muschi fungini come vecchie castellane impellicciate, avevano pavimentato il suolo che calpestavo di un rossore marcescente. Il pavimento di foglie pareva sangue rappreso e la ragazzina si sporse dal suo antro su quella disgustosa parodia del fulgore scarlatto che inonda il cielo quando la mattina affaccia il suo viso di latte sul mondo. Ben altra dea, quella, accesa di ben altra beltà. Mi consola sempre pensarla mentre allunga dita di rosa verso il ventre dei cirri e le speranze dei girasoli.

L’entità silvestre, simile a una flessuosa betulla, mi vide, sorrise e parlò, facendo scricchiolare i rami spogli. La sua pelle di candido broccato, la sua chioma di organza nera, il suo sorriso d’avorio e i suoi occhi opalini, puntati nella mia direzione, accompagnavano dolcemente il timbro limpido della sua voce, una voce che risuonava nel buio come tanti legni spezzati in una dissonante armonia.

Disse che la Luna era diventata l’occhio beffardo di un cadavere, disse che il cielo era morto e che lei non poteva più bagnarsi nell’amato stagno sorgivo. La fantasmagorica danza delle lucciole era finita per sempre, sostituita dall’ondivaga andatura di cose bianche che, orrende, emergono strisciando dai gelidi fanghi di un mondo remoto. Le cose bianche nuotano e si spostano ovunque. Anche intorno a noi, in quello stesso momento, facevano effettivamente fremere il sottobosco. Lei sapeva che lo sapevo, sentiva che le sentivo e, soddisfatta, accarezzava quella sua allarmante e, in qualche inspiegabile modo, sbagliata nudità. Il suo corpo mi infastidiva. Le sue movenze erano ora fluide, ora meccaniche. Tutto in lei era allora, come sempre era stato, più terrifico che inquietante. Ogni lineamento tradiva una natura infinitamente aliena alla mia e troppo complessa perché i miei pensieri potessero raccoglierla in una sola presenza fisica. Lei godeva del mio malessere e mi si mostrava a bella posta sempre di più, snudando lentamente un centimetro di bellissimo orrore dopo l’altro. Profumava di ghiaccio e di menta.

Continuò a parlarmi melliflua. La brezza le mosse i capelli cangiandone la china in argento e lei smise di sorridermi, ma continuò a parlare. Molto più tardi rispetto alle cose bianche, aggiunse, sarebbero sopraggiunti gli animali vuoti. Quando essi verranno, tutto, anche quelle ritrose presenze semivisibili, sarebbe precipitato nel pertugio nero delle loro orbite. In quella liquida oscurità, infatti, collassano gli anelli del tempo in se stesso.

Le parole si spensero per un momento. Lei sospirò e chiuse gli occhi, come se necessitasse di una pausa di riflessione. Mentre faceva così, i suoi piccoli seni iniziarono a stillare una scintillante rugiada che gocciolava sui cappelli violacei di alcune gonfie lepistæ nudæ. Mi parve che le esalazioni palustri intorno a noi fossero diventate volute oppiacee uscite dagli alberi mutati per magia in grandi hukkā di bronzo. Quel fumo ci univa nel suo incanto allucinatorio. Il fosforo cessò di condensarsi in fuochi fatui mandati dalla terra a vagare lungo i campi di grano. Un grande cerchio di zolfo in fiamme si materializzò intorno a noi.

Il calore mi coprì come una coperta di ferro. Volevo allontanarmi da quelle fiamme verdi, ma non volevo avvicinarmi a lei, perché quel suo sporgersi per nutrire la terra vorace ai suoi piedi mi spaventava più di ogni altro suo inumano atteggiamento. Oh, lei è bella, certo. Ha una bellezza inspiegabilmente virginea, ma non carnale, non umana. Dal canto suo, la ninfa della decomposizione inspirava la mia paura come un incenso delizioso, ne gioiva. Tornò ad aprire i larghi occhi e a sorridermi soddisfatta. Soggiunse che gli animali vuoti erano già in movimento da molti eoni, ma venivano da universi talmente lontani che nemmeno gli dèi li conoscono. Così le aveva rivelato un essere senza nome, ben più vecchio di lei. Uno che nasconde la sua bruttezza sotto l’umida corteccia delle querce, come una larva. Un dio ctonio che sussurra coperto dall’erba borraccina e che muggisce invisibile dietro ai picchi rocciosi più solitari e selvaggi. Chi l’ha sentito insinuarsi e mormorare sotto la propria pelle, sa di cosa parlo.

Lei, invece, non ha alcuna pelle. Lei ha soltanto quella seta liscissima che seguitava ad accarezzare, ancora e ancora, sotto i miei occhi stralunati. Quando, infine, li premette, i seni di calce sgorgarono più rugiada e la nebulizzarono. L’aria portò quegli spruzzi luccicanti al mio viso e li trovai freddi come la lastra di marmo di una lapide, ma sulle labbra erano dolci come miele d’arancio. Mi fissò intensamente e il suo sorriso mutò in una breve risatina, che suonò come un vetro infranto nelle tenebre circostanti. Una risata che ricordava tanto quella di una bambina vivace quanto quella di una vecchia megera rassegnata alla morte. L’illusione del fuoco cessò all’improvviso e la dea mi raccomandò di tornare alla sua dimora prima dell’arrivo di quelle bestie e io so, purtroppo so perché l’ha fatto!

È il suo modo di essere compassionevole. Vuole inondare i miei pensieri con quella sua acqua di Lete, quell’assenzio ultraterreno che filtra dal suo sangue preternaturale. Mi farà sdraiare sotto le curve, esili e gentili, dell’eterna forma inesattamente adolescenziale, protesa dalla vetusta cavità del tronco squarciato dove alberga, colmo di edere venefiche e della sua seta lucente. Mi spruzzerà addosso quel suo essudato insalubre e farà di me un automa immemore e nottivago. Così non me li sentirò balzare addosso! No, non potrò accorgermi degli animali vuoti, quando saranno lì, onnipotenti e malevoli, intorno al cristallo incrinato della nostra mortalità.

 

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09/12/2012