Ricoperta di smeraldi e perle che splendevano intrecciate su tutta la testa, sui capelli, sulle orecchie, sul collo, sulle dita

Plinio il Vecchio

L’ideale di donna contemplato dal mos maiorum era legato alle virtù di sottomissione, morigeratezza e sobrietà, quindi non erano ammessi eccessi di vanità e opulenza nel vestire. Questo almeno era quanto voleva la tradizione, ma la realtà quotidiana non sempre si conformava alle virtù dei padri. A dispetto dei rimproveri di Seneca e Plinio il Vecchio, che non si capacitava di quanto le donne, ma anche gli uomini, di Roma spendessero in gioielli provenienti dai luoghi più remoti dell’Impero, le matrone non rinunciavano al fascino degli smeraldi e delle perle orientali. Neanche le iniziative di Augusto in materia di morale e costume riuscirono a impedire alle abbienti dame di ricoprirsi dalla testa ai piedi di oro e pietre preziose.  

I lunghi capelli delle matrone romane venivano acconciati in elaborate pettinature, abbellite con gioielli di vari tipi. Il più comune, anche nelle classi meno agiate, era l’ago crinale, uno spillone d’argento o bronzo (molto raramente oro) decorato alla sommità con una gemma o con la presa a forma di anfora. Più elaborata era la reticula o retiola aurea, rappresentata in diversi affreschi, tra cui il celebre “ritratto di Saffo” a Pompei. Si trattava di una reticella di finissimi fili d’oro, spesso arricchiti di pietre preziose, usata per racchiudere la pettinatura. Per completare l’acconciatura non era raro indossare un diadema di lamina d’oro. 

Tra i monili più amati dalle donne di tutte le estrazioni sociali un posto speciale va agli orecchini, dopo aver maturato dai barbari l’uso di bucarsi i lobi. Gli orecchini più comuni erano il modello a spicchio, sbalzato negli esemplari più elaborati, mentre i più costosi erano quelli a grappolo o a canestro, incastonati con perle e smeraldi. Questi modelli erano ripresi dall’oreficeria etrusca, ma un originale romano erano i crotalia, pendenti doppi con una o più perle alle estremità, che tintinnavano ogni passo.

Altro gioiello immancabile era l’anello. Anche chi non poteva permettersi grandi lussi non se ne privava. Se gli uomini portavano dei grossi anelli con pietre intagliate per formare un sigillo, le mogli preferivano fogge più sottili e delicate. Era uso portare anelli su tutte le dita, nei casi più estremi un anello per ogni giuntura del dito. 

I polsi delle matrone erano appesantiti da costosi bracciali, rigorosamente portati a coppie. Anche in questo caso il metallo prediletto era l’oro e il modello più usato era quello a forma di  serpente dagli occhi di smeraldo, talismano apotropaico legato a Isis, dea egizia della fertilità, il cui culto era stato portato a Roma dove era stato accolto con grande entusiasmo dalle donne. 

Le matrone non si mostravano mai completamente nude, neanche ai loro mariti o amanti, ma si presentavano sempre ricoperte d’oro. Il più particolare di tutti i gioielli che indossavano era senza dubbio la catena, una collana talmente lunga da essere incrociata sul petto o sul punto vita, arrivando a ricadere sui fianchi. Ne sono stati ritrovati esemplari di grande pregio nell’area vesuviana, in particolare  modo una composta di lamine d’oro a forma di foglie e una dalla maglia finissima decorata con ruote e lunula (pendente a forma di luna crescente), entrambi simboli apotropaici. Una catena per il corpo di di splendida fattura è stata ritrovata nei pressi di Hoxne in Gran Bretagna, ed è conservato nel British Museum di Londra. 

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Gli ornamenti preziosi erano solo uno dei mezzi con cui le donne romane si ribellavano agli opprimenti precetti della tradizione, che le volevano chiuse in casa, dimesse e dedite solo alla procreazione e alle attività domestiche. Il culto per la propria immagine e la grande cura verso il corpo erano preziosi strumenti per coltivare la propria individualità e affermare la propria autonomia. Strumenti che con l’arrivo della morale cristiana verranno loro preclusi per molti secoli.