Nel novembre 1964 va in scena a Milano, sul palco del Teatro Lirico, Le baruffe chiozzotte, regia di Giorgio Strehler. Ancora una volta il “mago della regia” – così è stato più volte definito Strehler– approda a Goldoni. E se il legame tra il drammaturgo e il regista, o forse sarebbe meglio dire l’affetto che il regista manifesta nei confronti del drammaturgo, è evento ormai appurato, risulta ardito il tentativo di una messa in scena così complessa e articolata, quale quella delle Baruffe. L’opera presenta infatti diversi problemi in regia e drammaturgia. Strehler si mostra tuttavia alla portata dell’impresa e lo spettacolo riscuote inevitabilmente un successo clamoroso. Ancora una volta il giovane regista ha usato la sua “bacchetta magica”, dando vita a uno spettacolo impressionante, scenicamente impeccabile. Una vera rivoluzione per il teatro.

La sala del Teatro Lirico è stata da poco acquisita. Ciò consente a Strehler di dividere la stagione del Piccolo Teatro. Egli intende infatti conservare la sala di via Rovello per spettacoli sperimentali e di ricerca, destinati a un pubblico ristretto e selezionato. La sala del Teatro Lirico deve invece ospitare un pubblico vasto.

L’obiettivo è infatti quello di realizzare un teatro nazional-popolare, aperto al popolo in tutte le sue stratificazioni e accessibile. Il teatro doveva essere “un pubblico servizio” e l’intero popolo deve servirsene come mezzo di svago e di cultura. Per questo il regista progetta spettacoli accattivanti ma non intellettualmente impegnati. Non è un caso allora se Le baruffe chiozzotte costituisca uno dei primi esperimenti.

Parlare di Le baruffe chiozzotte significa ricordare uno spettacolo unico, un caposaldo tra le regie di Strehler. Innanzitutto costituisce la prima messa in scena popolare per il Piccolo Teatro. Lo spettacolo fotografa in modo realistico il popolo di Chioggia, immortalato nella sua scarna quotidianità, nell’aggressività della piazza e alla languida luce degli interni delle case. Un popolo di uomini e di donne, di pescatori e uomini di fatica. E se I Rusteghi rappresenta l’emblema della commedia borghese, Le baruffe chiozzotte non può che esemplificare la commedia popolare.

Giorgio Strehler approda a questo testo goldoniano in un periodo di grande produttività registica. Lo spettacolo si inserisce infatti tra due capolavori: Vita di Galileo (apice dell’approfondito studio brechtiano) e Il gioco dei potenti (spettacolo shakespeariano lungo e impegnativo). Le baruffe chiozzotte costituisce dunque una sorta di pausa dalla forsennata avidità di ricerca messa in atto per i drammi maggiori.

Le baruffe chiozzotte rappresenta una tappa importante nel percorso di ricerca goldoniana compiuto da Strehler. Lo studio inizia infatti nel 1947 quando il giovanissimo regista mette in scena la prima versione di Arlecchino servitore di due padroni, spettacolo che avrebbe avuto eterna fortuna, non ancora tramontata. Una carta d’identità che, insieme a La putta onorata, approfondisce il Goldoni ancora legato alla commedia dell’arte.

Al pari del drammaturgo, Strehler segue un percorso teatrale cronologico. Parte dalla commedia dell’arte, per poi approdare al dramma borghese, attraverso il dramma popolare. Gli innamorati e La vedova scaltra rappresentano il primo passo di avviamento verso la Riforma. Con Le baruffe chiozzotte, rappresentate da Strehler successivamente, si approda per la prima volta a un teatro moderno.

Lo spettacolo è messo in scena da Strehler nella lingua originale: il dialetto di Chioggia. Per rendere la lingua credibile Strehler racconta di aver invitato gli attori a una permanenza sul luogo per acquisire le caratteristiche linguistiche. L’obiettivo era infatti quello di far parlare i personaggi in modo naturale, evitando categoricamente la caricatura. Il dialetto ricorda la commedia dell’arte. Goldoni infatti, anche nella maturità, non abbandona quei tratti di comicità propri dell’arte attoriale di strada. Il dialetto ricorda la fatica del lavoratore, il mercato di paese, le vie affollate. Insomma, evoca i dettagli di una quotidianità vissuta attimo per attimo.

L’utilizzo di una lingua popolare amplifica il realismo del testo. L’intento mimetico è infatti estremamente elevato. Ciò è ben visibile anche dalla scenografia e costumi. I personaggi si muovono su una piazza, contornata da palazzi. Sullo sfondo appare la barca dei pescatori, con tutti i dettagli realistici che le si addicono. Oltre alla piazza, i personaggi agiscono anche all’interno, in una sala notarile. La dialettica degli spazi incrementa l’effetto di realismo. Entrambi gli ambienti infatti sono arricchiti da dettagli, al punto da ricordare una regia cinematografica. Insomma, nulla è dato all’intuizione. Siamo infatti lontani dallo Strehler simbolista di Il giardino dei ciliegi. Allo stesso modo i costumi sono semplici, adatti a evocare il povero universo nel quale sono immersi i personaggi.

Le Baruffe rappresenta un evento straordinario. Strehler emoziona un pubblico nuovo, non avvezzo alla frequentazione dei teatri. Rende universale la storia di un piccolo popolo di provincia. Con un tocco di magia e straordinaria bravura tocca il cuore di tutti, anche di chi, troppo giovane, lo spettacolo è costretto a vederlo dietro uno schermo.