Ci sono gesti che fanno la storia. Gesti forti, carichi di significato, intrapresi a proprio rischio e pericolo. Gesti che si sceglie di fare in precise occasioni, dove la visibilità è maggiore. E infine, gesti che la storia, un pochino, la cambiano. Questi assumono ancor più rilevanza quando vengono fatti per lottare contro le discriminazioni, in questo caso, razziali. Sì, siamo nel 2020, ma non stiamo parlando delle proteste nate dall’omicidio di George Floyd, sebbene il motivo dell’azione sia stato il medesimo, bensì del pugno chiuso per i diritti civili dei due velocisti John Carlos e Tommie Smith alle Olimpiadi.

Procediamo con ordine: siamo nell’ottobre del 1968, a Città del Messico. Si stanno svolgendo le Olimpiadi, anche se poco prima dell’inizio dei giochi l’esercito messicano ha represso nel sangue una protesta studentesca, causando quaranta morti e rischiando l’annullamento dell’Olimpiade. Tutto, però, prosegue come previsto: l’altitudine della capitale messicana non danneggia le prestazioni degli atleti, che, al contrario, in diversi casi ne traggono vantaggio. Il 16 ottobre ha luogo la premiazione dei vincitori nella finale dei 200 metri piani: il primo è l’afroamericano Tommie Smith, che, nonostante il tendine infortunato, ha stabilito il nuovo record del mondo con 19,83 secondi. Giunge secondo l’australiano Peter Norman, terzo l’afroamericano John Carlos.

Pochi mesi prima, negli Stati Uniti è stato ucciso Martin Luther King: l’atmosfera è tesa e il movimento per i diritti civili non si è ancora ripreso dal duro colpo. Inoltre, sono gli anni della guerra in Vietnam, e Bob Kennedy è stato assassinato in agosto. I due velocisti afroamericani sono frustrati dalla situazione nella loro patria e decidono di agire. Inizialmente progettano, come atto di protesta, di boicottare le Olimpiadi di Città del Messico, incentivati dal sociologo Harry Edwards, che l’anno prima ha fondato l’Olympic Project for Human Rights (OPHR), nato proprio con questo scopo. L’insuccesso del piano originario conduce gli atleti a cambiare strategia e a preparare un atto simbolico da eseguire in caso di vittoria.

Il tutto viene preparato meticolosamente: i due velocisti non hanno le scarpe, ma indossano solo delle calze nere, per rappresentare la povertà degli afroamericani; al polso portano bracciali dai colori africani per rammentare le catene della schiavitù; Carlos ha la tuta sbottonata, per dimostrare solidarietà ai lavoratori americani, e al collo indossa una collana di perle, ognuna delle quali simboleggia un afroamericano che ha perso la vita a causa dei linciaggi. E infine, il gesto che ha segnato la storia di quelle Olimpiadi: due pugni, destro di un atleta e sinistro dell’altro, rivestiti entrambi da un guanto nero, alzati in aria. È il simbolo del black power, ed è un segno di protesta in favore dei diritti umani. Un forte brusio si leva nello stadio: mormorii di stupore, urla di sorpresa e, purtroppo, fischi edinsulti razzisti. I due velocisti hanno la testa abbassata mentre risuona l’eco dell’inno americano.

Nella meravigliosa immagine che ha immortalato quel momento, spiccano le braccia dei due velocisti al primo e terzo posto. Si tende invece a non notare un’altra, fondamentale, presenza: il giovane uomo bianco al secondo posto, con le braccia lungo i fianchi. Eppure, è stato proprio lui, Peter Norman, a suggerire ai due americani di indossare un guanto per uno, quando uno di loro si accorge di aver dimenticato il proprio paio al villaggio olimpico. Smith e Carlos, poco prima di andare al podio, lo hanno infatti informato delle loro intenzioni. A quel punto, l’australiano non si è tirato indietro, ma ha chiesto loro come potesse partecipare alla protesta. Un canottiere ha sentito le loro parole, perciò ha prestato a Norman la sua spilla del Progetto Olimpico dei Diritti Umani (il già citato OPHR), che il velocista indossa al momento della premiazione, evidenziando chiaramente il suo appoggio alla causa dei colleghi.

Ma chi era Norman? Proveniva da una famiglia molto credente, vicina alle posizioni dell’Esercito della Salvezza; aveva origini umili, suo padre era un macellaio. La sua incredibile prestazione alle Olimpiadi è inaspettata: ha stabilito il nuovo record australiano. Ma Norman sa che nella sua patria ci sono molte discriminazioni razziali: in primis quella ai danni degli aborigeni, ai quali è stata imposta anche l’adozione forzata dei bambini alle famiglie bianche, per “anglicizzare” i nativi. Sono tante le ingiustizie, perciò lo sprinter decide di schierarsi.

La carriera di tutti e tre i vincitori rimarrà compromessa a vita per le scelte fatte in quella notte di ottobre del ’68.  Smith e Carlos vengono immediatamente cacciati dal villaggio olimpico. Tornati negli Stati Uniti, sono insultati e sbeffeggiati, ricevono a casa pacchi pieni di escrementi e numerose minacce di morte. Si ritrovano a fare lavori poco remunerativi, lontani dai riflettori, ma lontani pure dalla corsa.

Anche Norman deve affrontare numerose difficoltà in Australia. Nonostante il suo talento, non viene convocato in occasione delle Olimpiadi di Monaco, quattro anni dopo. Viene trattato come un reietto, la sua famiglia è screditata, per lui è quasi impossibile trovare un lavoro stabile. Peter inizia a soffrire di alcolismo, è sempre più difficile per lui andare avanti. Non viene nemmeno coinvolto in Sydney 2000: è come se la sua patria lo avesse cancellato.

Per l’ex velocista, l’unico modo di vedere riconosciuto il suo talento era rinnegare l’appoggio dato ai due afroamericani, quella notte a Città del Messico. Eppure, Peter Norman non cede mai. Mantiene i contatti con Smith e Carlos, che nel frattempo vengono gradualmente reintegrati nell’ambiente sportivo americano. Pare che Carlos abbia affermato che lui e il compagno affrontarono insieme critiche e insinuazioni; invece Norman si è ritrovato solo di fronte a un’Australia ben poco solidale. Il nipote Matt Norman ha raccontato la vicenda dei tre velocisti in un film-documentario intitolato “Salute”(2008). Solo nel 2012 il Parlamento australiano approva una tardiva dichiarazione di scuse nei confronti di Norman. Tardiva perché purtroppo il velocista è morto nel 2006, a soli sessantaquattro anni, a causa di un attacco di cuore. Al suo funerale, Smith e Carlos hanno trasportato sulle loro spalle la bara dell’amico.

Infine, nel ricordare questo indimenticabile episodio nella storia dello sport, ma anche nella battaglia per i diritti civili, citiamo le parole di Norman, intervistato nel 2000 dal New York Times:

 I won a silver medal. But really, I ended up running the fastest race of my life to become part of something that transcended the Games.

Ho vinto una medaglia di bronzo. Per la verità, però, ho finito per correre la gara più veloce della mia vita, e sono diventato parte di qualcosa che va al di là dei Giochi