Per separare lo spazio autonomo dell’arte dallo spazio quotidiano serve uno spazio terzo. Ibrido, ma neutro, che non appartenga né al primo né al secondo, ma che si distacchi sia dall’uno che dall’altro, pur rapportandosi con entrambi. Ebbene, questo spazio terzo è rappresentato dallo spazio museale. 

Il museo è tempio della contemplazione artistica, edificio e al tempo stesso ambiente. Come frontiera di accesso a due mondi, assolve il fondamentale ruolo di conferire alle opere d’arte il loro status di opere. Così che queste non siano semplicemente quadri o tele dipinte con pigmenti di colore.

Non è certo un caso se quando entriamo in un museo, una galleria, una pinacoteca, avvertiamo fin da subito una certa aura di istituzionalità. Quasi un disagio reverenziale, dettato dalla consapevolezza di stare per percorrere sale circondate da reliquie in cui è contenuto un frammento d’anima di artisti. 

Così il museo ha la stessa capacità di evocare un senso di sacralità pari a quello di un tempio, una cattedrale, una sinagoga o una moschea. Ecco perché il percorso che ogni museo propone, attraverso le proprie sale espositive, è un percorso quasi rituale, che richiede partecipazione emotiva e devozione. 

L’arte del percorso

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Non tutti gli spazi museali però si presentano nello stesso modo. Esistono diverse organizzazioni spaziali. Ogni museo, in virtù della propria configurazione, propone uno specifico percorso. A volte è come se fosse più sacro di altri, altre, addirittura, per la sua stessa articolazione, appare come un’opera d’arte. 

Consideriamo, ad esempio, il Guggenheim Museum di New York: un’opera d’arte che ospita opere d’arte. Un capolavoro non soltanto nella sua struttura architettonica esterna, ma anche e sopratutto nella sua impostazione espositiva interna. Con il suo percorso a spirale ascensionale, la galleria guida lo spettatore verso una fruizione inedita dei lavori esposti.  L’osservatore non entra in stanze, delimitate e squadrate, che offrono un’esperienza d’immagine statica e tradizionale. Viene piuttosto condotto lungo un percorso in continuo divenire, quasi fosse una via panoramica.  All’interno di questa, si aprono gli infiniti spazi artistici dei capolavori esposti alle pareti, per terminare nella cupola in vetro, porta d’accesso al cielo. 

Meta-percorsi
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Infinity Mirrored Room by Yayoi Kusama

Talvolta lo spazio museale, insieme a tavole, dipinti o sculture, può anche contenere installazioni artistiche o video installazioni in micro-ambienti immersivi. Questi coinvolgono lo spettatore nel proprio percorso artistico e generano un effetto di fuoriuscita del contenuto artistico dall’ambiente in cui lo spettatore è situato.

Il risultato è quello di una situazione di meta-percorso. Il museo sviluppa il suo percorso e al contempo le installazioni inseriscono i propri specifici percorsi. Questi ultimi sono contenuti però, a loro volta, nel percorso museale. Si potrebbe definire come un effetto di scatole cinesi.

Dunque, l’inserimento dell’installazione nel percorso museale offre allo spettatore una porta d’accesso all’esplorazione di inediti spazi d’arte. Se l’ambiente museale apre uno spazio terzo, l’installazione dischiude un quarto spazio.  Attraverso lo spazio-tempo, lo spettatore esplora le infinite dimensioni dell’artisticità. 

Il percorsi ad hoc
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Una delle sale del Museo Picasso di Barcellona

Nel caso in cui gallerie, musei e pinacoteche accolgano mostre temporanee, si attiva la capacità di allestire un percosso ad hoc. Serve per una corretta ed efficace fruizione delle opere esposte temporaneamente e fa la differenza per la mostra. In questi casi, vince l’organizzazione di un percorso fatto su misura.

Questo permette al visitatore di seguire, ad esempio, l’evoluzione di una particolare corrente pittorica, oppure lo sviluppo storico della maniera di uno specifico artista (nel caso si tratti di una mostra monografica). È quindi una componente determinante per l’effetto che la mostra avrà sullo spettatore.

Sviluppare percorsi cronologici o tematici in una mostra temporanea permette, inoltre, di rendere l’esperienza dell’ambiente museale non soltanto una mera esperienza di contemplazione. Deve essere sopratutto un’esperienza di formazione,  che arricchisca lo spettatore sotto il profilo del piacere estetico e sotto quello culturale. 

Il percorso prodotto dallo spazio museale ha così il fondamentale compito di orientare l’osservatore alla ricerca di un arricchimento personale, che costituisca un’esperienza memorabile. 

Percorsi virtuali

A causa dell’emergenza sanitaria da COVID-19, la capacità degli spazi museali di offrire ambienti espositivi e percorsi da attraversare si è annullata radicalmente. Quegli spazi, che solitamente vengono abitati dallo spettatore, sono stati ridotti alla loro sola immagine. Ecco che allora musei e gallerie si sono attrezzati per garantire, seppure in maniera depotenziata, la possibilità di percorrere nuovamente quegli spazi in maniera virtuale.

Una dimensione, quella offerta dai percorsi virtuali, che tuttavia riduce profondamente la funzione essenziale dello spazio museale. Ovvero quella di introdurre lo spettatore in un ambiente che conferisca alle tele lo status di opere e non soltanto immagini. Un ambiente che si isoli dal quotidiano, per essere attraversato corporalmente, senza quella sterile mediazione di schermi e dispositivi. Questi sono radicati nella loro quotidianità e neutralizzano l’immediata esperienza estetica delle opere d’arte. 

Ecco perché, finita questa emergenza, sarà necessario riappropriarsi di quegli spazi e abituarsi nuovamente ad abitarli in modo corporeo. Un modo per ritornare ad attraversare quei percorsi ,che dischiudono le infinite vie dell’arte. Nel frattempo, chiunque fosse interessato può dedicare cinque minuti per compilare il questionario sulla fruizione del museo durante l’emergenza COVID-19 che il MiBACT ha messo a disposizione sul proprio sito.


 

FONTI

Guggenheim