Tatsumi Hijikata è un protagonista, poco conosciuto, degli anni del dopoguerra giapponese. Viene da una piccola città rurale della prefettura di Akita, studia danza a Tokyo, ma il suo spirito è alto. Insieme ad un ristretto gruppo di colleghi da vita al Ankoku-butō “danza tenebrosa”.

Giappone post guerra

Gli anni Cinquanta sono caratterizzati da una più ampia apertura alla cultura occidentale, ed in particolare ai testi degli esistenzialisti francesi: di lì a poco avverrà l’incontro con l’arte informale che ha il suo culmine con la visita di Michel Tapiè. Sempre a Tokyo due personalità, Yōko Ono e John Cage, porteranno le prime manifestazioni del Happening, arte performativa in nascita nel 1959 a New York a opera di Allan Kaprow.

Questi sono i fattori di uno sviluppo graduale, di una danza nuova. La danza dell’anima, che racconta le difficoltà di una crescita tecnologica vivace e fortunata, contrastata da un forte attaccamento alla tradizione millenaria. Hijikata si esprime attraverso le principali espressioni della tradizione giapponese quali il Bunraku, antica forma teatrale che combina l’uso di burattini alla recitazione, e il Goze letteralmente “donna ceca”, una forma di composizione musicale, in uso dal periodo Edo. Ciononostante la sua ricerca ha risvolti mai visti prima, in un periodo storico fortunato per il paese, grazie soprattutto a due eventi di grande fama mondiale.

In primo luogo i Giochi della XVIII Olimpiade a Tokyo nell’ottobre 1964, che aprirono le porte del paese, ma fu soprattutto l’Esposizione mondiale ed internazionale di Osaka del 1970, nella quale Hijikata fu protagonista di un filmato “Full-sky Circumference Astrorama” nel padiglione Midori kan. Qui più di 60 milioni di spettatori poterono ammirare per la prima volta il lavoro Tatsumi.

Una scuola

Il lavoro di questo straordinario artista è circoscritto nelle mura di Asbestos Hall, una sala di danza/ teatro, precisamente nel distretto di Meguro di Tokyo. Uno studio che accoglieva un buon numero di allievi, molti dei quali senza una formazione artistica pregressa. La pratica iniziava a tarda notte e finiva la mattina, ma questo non era un disagio perché i ballerini vivevano tutti insieme. Hijikata era creatore non solo della coreografia. Suoi erano i costumi, la scenografia e le composizioni musicali.

Per comprendere meglio la complessità di questo tipo di arte è opportuno prendere visione di una delle performance più mature “Story of Smallpox (Hosotan)” del 1972.

Inizialmente la lettura delle sue performance ci può risultare molto difficile, ma tenendo ben presente gli elementi del suo passato, le prime forme di avanguardia giapponese e la tradizione molto cara a Hijikata si può giungere ad una prima analisi.

Oltre al Kimono e al trucco che indossa, non vi sono altri elementi della tradizione. A un’occhiata veloce ci sembrerà una performance primitiva e semplice nel suo complesso. Va ricordato che Hijikata viene da una regione remota del Giappone, Tohoku. Qui la neve e le temperature rigide ostacolano le piantagioni di riso, la natura è padrona dei piccoli insediamenti rurali e la povertà è dipinta nei volti di chi ospita. Qualche anno prima, nel 1965, con il fotografo Eikoh Hosoe realizzerà un reportage fotografico nel villaggio di Tashiro; racchiuso nella pubblicazione “Kamaitchi” dove il performer interpreterà uno spirito antico, che si muove tra gli abitanti del villaggio.

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In questo primo progetto non è ancora trapelata la consapevolezza che simula nella performance Hosotan: la posizione ripiegata sulle ginocchia, i movimenti lenti e primitivi, sono memoria del suo passato nel povero villaggio di Akita; le vesti pesanti e scomode, e un atteggiamento di malessere sono il risultato dei suoi ricordi infantili.

Nuovo linguaggio

Ma come dava vita alle sue coreografie? Dopo essersi allontanato dal palco nel 1973, inizia lo studio di un nuovo linguaggio coreografico: il Butoh-Fu, o Butoh Notation.

Contenuto nei suoi 16 scrapbook, è un sistema di segni che nasceva da uno studio dell’arte contemporanea. Hijikata era un’attento osservatore delle moderne avanguardie, infatti vi troviamo immagini dei più grandi artisti contemporanei quali De Kooning, Schiele e Shūzō Takiguchi. Dallo studio delle tele, in particolare alla resa pittorica e materiale, il maestro associava un movimento ad una parola o frase, che a sua volta diventava uno gesto specifico, inserito dai suoi allievi nelle performance.

Un vero e proprio linguaggio di segni, si parte dai 300 fino ad arrivare anche a 1200, spesso poco intuitivi e complessi che danno vita alle performance del Butoh.

Dopo gli anni Settanta si focalizzerà sulla scrittura e il perfezionamento delle coreografie. I suoi scritti, le composizioni e i costumi sono raccolte nell’Archivio Hijikata Tatsumi dei Keio University Art Center di Tokyo, acquisiti nell’Aprile del 1998, tredici anni dopo la sua morte.